Guarda guarda, adesso è Modena a meritare «verità». E magari anche «giustizia». La puntata di Fuori dal Coro, andata in onda domenica su Rete 4 e ripresa su queste pagine, ha svelato l’ennesimo elemento che colloca la vicenda El Koudri – il trentaduenne nato in Italia, di origine marocchina che lo scorso 16 maggio ha lanciato la sua auto a 100 all’ora contro i passanti nell’area pedonale del centro di Modena – nell’ambito del terrorismo di matrice islamica.
E cioè il fatto che il trentaduenne, dopo le mail di minaccia all’università di Modena nelle quali definiva i cristiani «bastardi» e dopo alcune telefonate alla base militare di Pisa Camp Darby, era stato seguito dai servizi segreti italiani e non solo.
Alla luce di questo, il sindaco di Modena, Massimo Mezzetti, che fin’ora sulla vicenda aveva, al massimo, proposto «solidarietà alle vittime», ieri – rubando lo slogan al suo omonimo bolognese, Matteo Lepore, che «verità e giustizia» le reclama per Abderrahim Fakir – ha finalmente invocato «verità per i modenesi».
El Koudri seguito dai servizi segreti: cosa si sapeva
«Fuori dal coro ha mandato in onda alcune rivelazioni secondo le quali i servizi segreti avevano seguito El Koudri dal 2021 al 2023. Se queste circostanze rispondessero al vero diventerebbe inevitabile chiedere conto di quanto fu affermato pubblicamente dal ministro Matteo Piantedosi a Modena il 17 maggio, all’indomani dell’attentato», ha scritto il sindaco riferendosi alle dichiarazioni all’epoca rilasciate dal capo del Viminale che, in prima battuta, aveva definito l’evento come «riconducibile prevalentemente a una condizione di disagio psichico».
Una richiesta che tuttavia, almeno per par condicio, andrebbe rivolta anche a chi, per negare addirittura che quello compiuto da El Koudri fosse un attentato, ha utilizzato esattamente la stessa versione.
Reggio Emilia, aggredisce una donna con un cacciavite
Comunque sia, mentre Modena è impegnata con i retroscena, tocca a Reggio Emilia fare i conti con la paura. E, ancora una volta, il volto del terrore è quello di un giovane uomo di seconda generazione.
Si chiama Mena Istafanous, ha 26 anni, è nato a Reggio Emilia da famiglia egiziana, è senza lavoro, ha qualche precedente e fa uso di sostanze stupefacenti.
Domenica sera intorno alle 19, a bordo di una Seat Ibiza di sua proprietà, entra nell’area di servizio di un distributore di benzina del quartiere reggiano Buco del Signore, poco lontano dalla sua abitazione.
Impegnata alla colonnina per rifornire la sua auto c’è una donna di 66 anni, che probabilmente gli volta le spalle e non lo nota nemmeno. Il ventiseienne all’improvviso scende dall’auto e la raggiunge aggredendola con un cacciavite.
La donna sentendolo arrivare si gira di scatto e lui la colpisce al ventre. A pochi passi, ad assistere alla scena, ci sono una giovane di 24 anni e un uomo di 49 anni. Sentono le urla, vedono il sangue, capiscono che è successo qualcosa e si precipitano verso la donna ferita per soccorrerla.
Ma il ventiseienne non ha finito di fare del male: sale sulla sua auto, punta i soccorritori chinati sulla ferita e li investe, secondo le ricostruzioni di proposito, per poi fuggire dal luogo in cui ha colpito.
Viene rintracciato e arrestato un’ora dopo a casa sua. Passa la notte in questura per tentato omicidio e lesioni aggravate. Ieri sera non era ancora stato interrogato ed era in attesa di essere trasferito in carcere. Nel frattempo gli investigatori hanno effettuato un sopralluogo nella sua abitazione, a caccia di elementi, per cercare di capire perché abbia compiuto l’aggressione.
Mena, i precedenti e il percorso al centro di salute mentale
Anche per lui le istituzioni hanno messo subito le mani avanti: «L’autore dell’aggressione aveva recentemente iniziato un percorso di cura al centro di salute mentale di Reggio Emilia», ha fatto sapere, già nelle prime ore della giornata di ieri direttamente l’ospedale di Reggio Emilia, aggiungendo con insolito tempismo il «dettaglio» al bollettino ufficiale sullo stato dei feriti.
A quanto risulta, in realtà, Mena aveva frequentato un solo colloquio con il Csm per poi «sparire». Comunque sia, il ventiseienne che domenica sera ha ferito tre persone abitava con i genitori, che vivono a Reggio da molti anni e fanno parte della comunità della Chiesa cristiana copto ortodossa.
A carico dell’uomo risulta un precedente risalente ad aprile, con una denuncia per minacce e danneggiamento, una situazione di vita non stabile con lavori saltuari, tra cui anche quello per un periodo di animatore in un villaggio turistico e problemi di tossicodipendenza.
Tre feriti nell’aggressione: nessuno è in pericolo di vita
«L’aggressione alla stazione di servizio, che ha portato al ferimento di tre persone, è grave e inaccettabile. A prescindere dalle cause del folle gesto, che verranno indagate e accertate, il fatto provoca in tutti noi rabbia e costernazione», ha dichiarato il sindaco di Reggio Emilia, Marco Massari, ringraziando le forze dell’ordine che «in brevissimo tempo hanno identificato e fermato il responsabile mostrando efficienza e notevole professionalità» e «le due persone colpite mentre prestavano soccorso per il loro gesto di generosità e umanità».
Secondo quanto riferito dall’Ausl reggiana, «le tre persone aggredite sono state trasportate d’urgenza all’Arcispedale Santa Maria Nuova e non sono in pericolo di vita». La donna assalita con il cacciavite sarà operata nei prossimi giorni, l’uomo che ha prestato soccorso è stato «operato nella notte ed è ricoverato in regime di degenza ordinaria», mentre per la ventiquattrenne rimasta ferita al volto già ieri erano previste le dimissioni.
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