Lavitola faceva pressioni su «Report»

Il gioco dei personaggi in cerca d’autore ci regala un nuovo capitolo. Le danze le apre il 12 agosto Sigfrido Ranucci.

Con un post social dal titolo «La voce che spaventa», il giornalista, in un impeto di grandeur, accosta la propria posizione a quella di vittime illustri della mafia come Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Piersanti Mattarella, o delle Brigate Rosse come Aldo Moro. Decisamente meno pretenzioso, ma comunque significativo, è il parallelismo delineato dal suo (ormai ex) amico Valter Lavitola.

Il movente dell’attentato e i parallelismi dell’inchiesta

Nelle carte dell’inchiesta vengono riportati passaggi dell’interrogatorio dove l’ex oste del bistrot Cefalù dà conto del movente della bomba esplosa davanti alla casa di Ranucci a Torvaianica, per cui si trova in carcere dal 10 agosto. Tra le motivazioni figura la questione reputazionale: «Io ho un figlio grande e ho altri tre figli piccoli. Non avrei mai voluto lasciare su Internet che io ero stato il brigante… se lei va su Internet, io sono tipo il bandito Giuliano».

Un riferimento meno lusinghiero di quello abbozzato da Sig, ma decisamente calzante. A differenza di Salvatore Giuliano e la sua banda, Valterino non ha mai ucciso nessuno, ma si è comunque reso responsabile dell’esplosione di un ordigno.

Nello schema del faccendiere, l’attentato avrebbe dovuto ripulire la sua immagine e pompare il consenso attorno a Ranucci, nell’attesa di una sua candidatura politica. Lavitola già prefigurava uno scranno di prestigio, a fianco di un Sigfrido «presidente del Consiglio, ministro o deputato». O quantomeno un ruolo di peso dietro le quinte della trasmissione d’inchiesta dell’amico.

Il tentativo di condizionare le puntate di Report

E riguarda proprio Report un altro passaggio interessante, che dimostra in maniera inequivocabile il tentativo di Lavitola di condizionare e influenzare i contenuti delle puntate condotte da Ranucci. In questo contesto spunta il nome di un luogotenente di Silvio Berlusconi, nonché vecchia conoscenza del faccendiere: «Guardi (rivolgendosi al gip, ndr) che Ranucci ha fatto solo contro Marcello Dell’Utri più puntate che contro di me». L’ex direttore dell’Avanti! parla poi del legame con l’ex senatore di Forza Italia: «Consideri che un amico a me è rimasto al quale voglio bene ed è Marcello Dell’Utri».

Un affetto tale da spingerlo a fare pressing continuo su Ranucci affinché non mandasse in onda determinati servizi. L’ex conduttore di Report, tuttavia, sembrava non dargli retta: «Ogni volta che ho detto a Sigfrido “ma che cavolo! Ma questo qua è malato, ha le cose”, abbiamo fatto storie».

Il progetto politico e il ruolo di Dell’Utri

Nonostante i contrasti sulle inchieste, Lavitola era convinto di poter spingere il giornalista in politica, sulla scorta di quanto fatto anni prima con Dell’Utri: «La mia idea era: bene, io sono riuscito a convincere questo a candidarsi, a vincere le elezioni, a uno contro di noi». E aggiunge: «Ero convintissimo che lui (Ranucci, ndr) avrebbe potuto fare bene e io mi volevo ricostruire una reputazione in questo senso positivo».

Le ammissioni di responsabilità davanti al Gip

L’interrogatorio chiarisce un aspetto cruciale sulla dinamica dell’attentato, di cui Lavitola si dichiara mandante, cercando però di ridimensionare il proprio ruolo.

Valterino scarica tutto sul camerunense Gomes Clesio Tavares: «Io gli ho detto: “Tu vai là e fai così”, e lui mi ha detto “non mi fare pure su questo la scuola dei millimetri di come devo fare”».

Pur rinnegando la regia della modalità d’esecuzione, appresa a suo dire solo in tv, davanti a gip e pm il faccendiere conclude ammettendo: «Quello che è accaduto, è ovvio ed evidente che responsabile ne sono io».

Da non perdere

Il Piano anti Lotito per fargli cedere la Lazio
Inchieste

Il Piano anti Lotito per fargli cedere la Lazio

La Procura di Roma indaga Masi, Maiolini (Banca del Fucino) e Bisignani per aggiotaggio. Secondo l’accusa diffondevano notizie false al fine di alterare il prezzo delle azioni della società. Nella denuncia del senatore insulti, telefonate e minacce.