Benjamin Chimutengo, l’ex socio di Valter Lavitola negli affari del carbon credit, passa al contrattacco. Raggiunto ieri al telefono dalla Verità, l’imprenditore dello Zimbabwe ha svelato la sua strategia. Sta preparando due esposti: uno anche nei confronti di Sigfrido Ranucci e della Rai.
Per l’ormai ex conduttore di Report l’esposto «è già definito», spiega Chimutengo. Quello per Valterino ma anche per i soci Fabio Mazzoni e Gianluca De Marchi di Urban Vision «è ancora in fase di preparazione». L’ex sodale africano di Lavitola vuole anche essere ascoltato dalla Procura di Roma per fare chiarezza su tutto ciò che negli anni ha condiviso con il faccendiere. Dai terreni ai safari, fino al carbon credit e agli enormi flussi di denaro provenienti dall’Italia e destinati agli investimenti. Il quadro che Chimutengo dice di voler presentare ai magistrati romani è assai variegato e includerebbe anche transazioni legate a quelle che presenta come «operazioni di riciclaggio».
E Chimutengo non sembra intenzionato a limitarsi alle parole. Sostiene di avere conservato carte e documenti sugli affari africani di Lavitola e si propone come possibile testimone davanti ai magistrati romani. «Io so tante cose su Lavitola e l’Africa, sono il testimone chiave e posso consegnare tutta la documentazione che ho raccolto», aveva raccontato a Moreno Pisto, direttore del magazine Mow, che lo ha intervistato in Zimbabwe per Lo stato delle cose, la trasmissione di Rai 3 condotta da Massimo Giletti. Per capire di quali carte stia parlando bisogna però allargare il perimetro. Gli interessi africani di Lavitola risalirebbero almeno al 2022 e avrebbero avuto inizialmente come epicentro proprio lo Zimbabwe, dove l’ex editore si era mosso anche nel settore dei safari e dei terreni agricoli. Poi arriva il business dei carbon credit, con al centro la Future Awaits Zimbabwe e il rapporto con Chimutengo. Infine il Camerun. Dove la storia degli affari africani finisce per incrociare quella della bomba esplosa davanti all’abitazione di Ranucci. In Camerun si muove ancora a piede libero Clesio Gomes Tavares, l’uomo accusato dalla Procura di Roma di avere fatto da tramite con il commando avellinese che avrebbe piazzato l’ordigno davanti alla casa del giornalista (la Procura in settimana dovrebbe avanzare una richiesta per l’estradizione). Ed è proprio verso Tavares che, secondo Chimutengo, sarebbe finita una parte del denaro transitato attraverso le società africane.
Le divergenze tra Chimutengo e Lavitola sulla gestione del denaro e degli affari avrebbero provocato la rottura. L’imprenditore zimbabwese, a un certo punto, racconta di avere cominciato a nutrire dubbi sul circuito finanziario nel quale era stato coinvolto: «Io ricevevo denaro, lo mandavo in Camerun e non avevo idea di cosa succedesse là. Ho iniziato a dubitare del giro di denaro che dall’Italia dovevo smistare». E non si sarebbe trattato di spiccioli. Chimutengo sostiene di aver pagato somme comprese tra i 25.000 e i 35.000 dollari a tranche. Tutte, secondo il suo racconto, destinate a Tavares. L’imprenditore afferma di avere chiesto più volte quale fosse la ragione di quei passaggi di denaro. Domande alle quali, sostiene, «nessuno» gli «dava una risposta». Il percorso dei soldi, nella sua ricostruzione, sarebbe stato sempre lo stesso: «Da Neutralia ad Afro carbon, da Afro carbon a Gomes e poi da lì a Valter». A un certo punto, però, Chimutengo decide di non prestarsi più a quello che ormai considerava uno strano giro. Colloca la frattura tra novembre e dicembre del 2025, dunque dopo l’attentato a Ranucci.
Coincidenza, come svelato dalla Verità, proprio a quel periodo risale un tentativo di Lavitola di affidare i suoi affari africani all’amico imprenditore Giovanni Bracale. Lui, però, a sua volta gli aveva già indicato come esperto del mondo africano Hachim Badji, un professionista finlandese con oltre 20 anni nel circuito internazionale tra Oms, Nazioni Unite e Croce rossa internazionale, e fondatore della Nexus Carbon, attiva proprio nel settore del carbon credit. Solo pochi mesi prima, spiega Chimutengo, aveva cominciato «a rifiutare direttive» che riteneva «potenzialmente di natura criminale». È in questa fase, secondo il suo racconto, che sarebbero iniziate anche le minacce. Ma nella guerra africana di Chimutengo c’è un altro capitolo. E porterebbe a Ranucci. L’imprenditore zimbabwese sarebbe stato messo in guardia da qualcuno della diplomazia italiana sui rapporti con Lavitola. Valterino, insomma, non avrebbe goduto di grande credibilità internazionale. E a cambiare ulteriormente il quadro non sarebbe servita neppure l’intervista concessa al quotidiano africano The Standard dal suo amico Sig. Proprio Ranucci l’aveva anticipata a Valterino con una mail nella quale parlava di un’inchiesta avviata da Report su alcuni imprenditori italiani attivi nel settore dei carbon credit che sostenevano di essere stati truffati da un socio locale. Ma nella mail, resa pubblica dal Tg1 il 3 settembre scorso, c’era anche un altro passaggio. Ranucci avrebbe chiesto a Lavitola di inviargli i dati del «millantatore», spiegando che quelle informazioni gli sarebbero servite per un’inchiesta. Chimutengo ha quindi deciso di reagire. Al businessman africano non deve essere andata giù né quella definizione né la rappresentazione dei suoi affari nel settore dei carbon credit. La risposta, adesso, è condensata in una parola: «Querelo». E questa volta Chimutengo sostiene di avere anche le carte con cui presentarsi davanti ai magistrati.
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