È servita la Procura per far cambiare rotta a Palazzo Marino. Dopo anni di prassi consolidate, sono state le inchieste urbanistiche a spingere il Comune a riscrivere le regole. A raccontarlo sono le 119 pagine con cui il Tribunale di Milano ha motivato l’assoluzione degli otto imputati per Torre Milano.
La sentenza ricorda che il 23 febbraio 2024, un mese dopo la prima pronuncia del Gip, la giunta varò nuove linee urbanistiche per recepire «le tesi più restrittive rispetto al passato» emerse dalle ipotesi accusatorie della Procura e dalle prime decisioni cautelari.
L’inchiesta a Milano sull’urbanistica
Ma dalle stesse carte emerge anche un altro aspetto, cioè un buco potenziale superiore ai quattro milioni di euro. È la forbice tra quanto Palazzo Marino ha incassato per la monetizzazione degli standard di Torre Milano e quanto, secondo il calcolo prospettato dalla Procura, avrebbe potuto ottenere con una diversa qualificazione dell’intervento.
Gli standard urbanistici sono le aree che un intervento edilizio deve destinare ai servizi pubblici, come verde, parcheggi, scuole e altre attrezzature collettive. In alcuni casi, invece di cederle al Comune, il costruttore può versare una somma equivalente. È la cosiddetta monetizzazione.
Per Torre Milano furono versati 537.646 euro. Nel 2018, nella zona Carbonari-Maggiolina, il valore era di 306,16 euro al metro quadrato. La base proveniva da tabelle fissate dal Comune nel 1997, aggiornate attraverso il criterio Istat stabilito nel 2003. Altri adeguamenti arrivarono nel 2010 e nel 2014, ma l’impostazione rimase quella.
La sentenza ricorda che i 306,16 euro corrispondevano ai valori del 1997, «periodicamente aggiornati» sulla base del criterio del 2003. Anche qui il 2024 segna una svolta. La giunta modifica il metodo di calcolo delle monetizzazioni. Le nuove tabelle, si legge nelle motivazioni, hanno «raddoppiato o triplicato» gli importi precedenti. Nel 2025, per la stessa zona, vengono fissati valori compresi fra 923,77 e 1.055,74 euro al metro quadrato.
È da questa distanza che nasce il conto dell’accusa. Se Torre Milano fosse stata considerata nuova costruzione anziché ristrutturazione, secondo la Procura le aree da monetizzare sarebbero arrivate a circa 6.300 metri quadrati. Applicando un valore ricostruito di circa 740 euro al metro quadrato, l’importo avrebbe potuto sfiorare i 4,7 milioni. Rispetto ai 537.000 versati, la differenza supera i 4,1 milioni.
Cosa non torna sulla giunta di Beppe Sala
Il Tribunale non attribuisce quella cifra ai funzionari. I tecnici applicarono i parametri vigenti nel 2018 e non potevano utilizzare retroattivamente criteri introdotti anni dopo. Ma il nodo politico resta. Perché Palazzo Marino ha aspettato il 2024 per cambiare un sistema fondato su valori originariamente fissati quasi trent’anni prima?
Le monetizzazioni non vanno confuse con gli oneri di urbanizzazione. Su questi la sentenza esclude sconti. Torre Milano versò 403.719 euro per l’urbanizzazione primaria e 640.359 per quella secondaria, pagati in misura piena, «come se fosse stata una nuova costruzione».
Sul piano penale Carlo Rusconi, Stefano Rusconi, Gianni Maria Ermanno Beretta, Giovanni Oggioni, Franco Zinna, Mario Francesco Carrillo, Maria Chiara Femminis e Pietro Ghelfi sono stati assolti «perché il fatto non costituisce reato». La giudice esclude un accordo criminoso fra costruttori, professionisti e funzionari. «Nessun elemento probatorio», scrive, sostiene «la tesi del complotto o di un possibile accordo criminoso».
Gli sviluppi dell’inchiesta sull’urbanistica che coinvolge Sala
Le motivazioni ridimensionano diversi punti dell’accusa. Cade anche il rilievo sul soleggiamento: secondo il Tribunale la torre rispetta i parametri previsti e non determina l’ombra irregolare contestata sugli edifici vicini. Anche i servizi presenti nella zona vengono giudicati sufficienti. Resta però il nodo urbanistico. Il Tribunale ritiene sussistenti gli elementi oggettivi delle contestazioni, ma esclude dolo e colpa, richiamando una prassi comunale consolidata e affermando che fu «lo stesso Comune» a ingenerare nei privati la convinzione di operare secondo regole legittime.
È qui che intervengono le Famiglie Sospese. «Era un problema amministrativo e normativo. Andava risolto dalla politica», sostiene Filippo Borsellino, che accusa la giunta Sala di avere «abdicato», lasciando famiglie alle prese con «mutui su case che non esistono, affitti doppi, risparmi bruciati».
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