11 settembre. Il mistero ancora irrisolto della rete americana che aiutò i dirottatori
Ansa

Quando Nawaf al-Hazmi e Khalid al-Mihdhar atterrano a Los Angeles il 15 gennaio 2000, sono già militanti di al-Qaeda. Hanno appena partecipato a un’importante riunione dell’organizzazione in Malaysia, non parlano inglese e non conoscono gli Stati Uniti. Eppure riescono subito a trovare casa, aprire un conto bancario e inserirsi nella comunità di San Diego.

Chi li aiutò? E quelle persone sapevano chi avevano davanti? È una delle zone d’ombra più controverse dell’inchiesta sull’11 settembre. Le autorità ricostruirono la struttura internazionale del complotto, individuando in Khalid Sheikh Mohammed il suo principale organizzatore e in Osama bin Laden il leader che lo aveva approvato. Più difficile fu provare se i 19 dirottatori disponessero di una rete organizzata sul territorio americano. Il primo nome al centro dei sospetti è Omar al-Bayoumi, cittadino saudita residente a San Diego. Nel febbraio 2000 incontra al-Hazmi e al-Mihdhar in un ristorante di Culver City. Sosterrà di averli avvicinati dopo averne riconosciuto l’accento arabo. Successivamente li invita a trasferirsi a San Diego, li aiuta a trovare un appartamento, anticipa parte dell’affitto e organizza una festa di benvenuto. La sequenza appare sorprendente. Al-Bayoumi riceveva denaro da una società collegata al governo saudita e frequentava ambienti diplomatici e religiosi. Nonostante i sospetti, l’Fbi non trovò prove sufficienti che conoscesse l’appartenenza dei due uomini ad al-Qaeda o il progetto degli attentati. La Commissione sull’11 settembre lo considerò un candidato improbabile per un coinvolgimento clandestino. Un giudizio che esclude la complicità dimostrata, ma non risolve ogni interrogativo.

Un secondo filone conduce a Fahad al-Thumairy, diplomatico saudita e imam di una moschea di Los Angeles. Alcune testimonianze suggerirono che avesse favorito l’accoglienza dei due terroristi. Anche questa pista non produsse una prova definitiva. A San Diego compare poi Mohdar Abdullah, giovane yemenita che aiutò al-Hazmi e al-Mihdhar nella vita quotidiana e conosceva le loro idee estremiste. Secondo alcune testimonianze, dopo gli attentati si sarebbe vantato di aver saputo che stava per accadere qualcosa di grave. Le dichiarazioni, però, non furono confermate.

I dirottatori utilizzavano i propri nomi, possedevano visti regolari e si presentavano come studenti. Proprietari di appartamenti, conoscenti e istruttori potevano aiutarli senza conoscerne il progetto? Forse. Il punto decisivo dell’inchiesta, tuttavia, non riguarda soltanto le persone che incontrarono i dirottatori. Riguarda anche ciò che le agenzie federali sapevano e non si comunicarono. La Cia aveva scoperto che al-Mihdhar possedeva un visto statunitense e, nel marzo 2000, apprese che al-Hazmi era entrato negli Stati Uniti. Queste informazioni fondamentali non raggiunsero tempestivamente gli investigatori dell’Fbi incaricati di operare sul territorio nazionale. Furono trasmesse soltanto nell’agosto 2001, quando mancavano poche settimane agli attentati. Non fu una singola distrazione. Il rapporto dell’ispettore generale del Dipartimento di Giustizia individuò problemi sistemici nei rapporti tra Cia e Fbi: procedure incompatibili, scarsa comprensione dei rispettivi metodi, documentazione insufficiente e responsabilità mal definite. Gli agenti distaccati presso altre strutture potevano vedere alcune informazioni senza riuscire a inserirle nei sistemi della propria agenzia. Un rapporto destinato all’Fbi venne preparato, ma non fu trasmesso; gli investigatori non riuscirono poi a stabilire con certezza perché.

Alla confusione burocratica si aggiungeva una rivalità storica. La Cia era orientata alla raccolta di intelligence all’estero e proteggeva fonti e operazioni; l’Fbi ragionava soprattutto come una polizia giudiziaria chiamata a costruire casi utilizzabili in tribunale. La cosiddetta «wall», il muro procedurale tra intelligence e indagini penali, veniva spesso interpretata in maniera tanto rigida da scoraggiare la condivisione. Non era un divieto assoluto, ma contribuiva a una cultura della separazione. Anche all’interno dell’Fbi le informazioni restavano frammentate. Nel luglio 2001, un agente di Phoenix segnalò la presenza di estremisti islamisti nelle scuole di volo, senza che il memorandum producesse un’indagine nazionale adeguata. Nell’agosto successivo, l’ufficio di Minneapolis arrestò Zacarias Moussaoui, sospettato per il suo comportamento durante l’addestramento su aerei commerciali. La sede centrale non collegò il caso agli allarmi generali su un possibile attacco di al-Qaeda. Nessuno di questi indizi, isolatamente, descriveva il piano dell’11 settembre. Uniti, tuttavia, avrebbero mostrato un quadro più allarmante: uomini legati ad al-Qaeda presenti negli Stati Uniti, interesse per l’aviazione civile e indicazioni di un attentato imminente. La Commissione concluse che Cia e Fbi non riuscirono a «collegare i punti», ma anche che il sistema non era stato costruito per permettere a qualcuno di vedere tutti quei punti insieme.

Le stesse divisioni influenzarono le indagini successive. Le informazioni erano distribuite tra archivi diversi, rapporti non condivisi, documenti classificati e ricordi spesso discordanti. Fbi, Cia, Nsa, autorità dell’immigrazione e aviazione possedevano frammenti differenti della storia. Ricostruire chi sapesse cosa, e in quale momento, divenne quindi un’indagine nell’indagine. In alcuni casi le agenzie fornirono ricostruzioni iniziali incomplete o contraddittorie, successivamente corrette attraverso testimonianze, controlli interni e documenti desecretati. La frammentazione contribuì a rallentare il lavoro degli investigatori e alimentò la sfiducia dell’opinione pubblica. Ciò non dimostra un insabbiamento coordinato: documenta piuttosto un apparato costretto a esaminare i propri errori mentre cercava ancora di comprendere la struttura di al-Qaeda.

Negli Stati Uniti erano presenti anche altri militanti e individui sospettati di aver avuto rapporti con i dirottatori. Zacarias Moussaoui e Mohammed al-Qahtani sono stati indicati come possibili «ventesimi dirottatori», sebbene il loro ruolo rimanga discusso. Ali al-Marri, arrivato il 10 settembre 2001 su indicazione di Khalid Sheikh Mohammed, ammise successivamente di essere stato inviato per sostenere al-Qaeda, ma non è stato dimostrato un suo coinvolgimento diretto negli attentati. Intorno ad alcuni dirottatori gravitavano inoltre figure come Omar al-Bayoumi, che aiutò al-Hazmi e al-Mihdhar a sistemarsi a San Diego, Fahad al-Thumairy, imam e funzionario del consolato saudita a Los Angeles, e Mohdar Abdullah, che frequentò e assistette i due uomini. Anche Osama Bassnan, Anwar al-Awlaki e Aied al-Rababah furono esaminati per i loro contatti o per l’assistenza pratica fornita. Per alcuni di loro i rapporti con gli attentatori sono documentati; per altri esistono soltanto sospetti, testimonianze contraddittorie e circostanze mai chiarite. Non è stato comunque provato che conoscessero anticipatamente il piano.

Il quadro finale resta indecifrabile. I dirottatori ricevettero aiuti e frequentarono persone vicine ad ambienti radicali, ma le indagini non provarono l’esistenza di una vasta cellula americana consapevole del piano. Le autorità non seppero collegare segnali come il memorandum dell’Fbi di Phoenix, l’arresto di Moussaoui e il tardivo inserimento di Khalid al-Mihdhar e Nawaf al-Hazmi nelle liste di sorveglianza. Alla segretezza di al-Qaeda si aggiunsero la frammentazione delle informazioni e le rivalità tra le agenzie. Molti indizi rimasero così isolati, lasciando zone d’ombra che forse non saranno mai chiarite.

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