La battaglia No-Cpr al Santa Maria delle Croci di Ravenna è passata prima da uno scontro tra colleghi, poi per un duro contrasto con gli specialisti e infine per una contrapposizione netta con la catena di comando. Arrivata al punto da innescare un tentativo di prendere in mano il reparto.
Le carte che rivelano tutti gli accordi interni
Da documenti, mail e conversazioni recuperate dai device sequestrati agli otto medici indagati emerge la prima traccia. È una mail del maggio 2024 e la polizia non è ancora entrata nel reparto. Uno dei camici bianchi, tra i pochi a restare fuori dal perimetro delle contestazioni, prende le distanze dall’impostazione sulle certificazioni anti-Cpr. Sul fronte opposto c’è la maggioranza. I magistrati annoteranno che «dallo scambio di email dentro Malattie infettive si evince la volontà» dei medici «di accordarsi al fine di respingere a priori […] alcune delle richieste di valutazione d’idoneità finalizzate all’associazione degli stranieri ai Cpr».
Le indagini sui medici pro immigrati a Ravenna
La divisione interna non riguardava, quindi, soltanto sensibilità differenti. Alcuni di loro avrebbero cercato una linea comune sulle visite. In un’intercettazione ambientale, Agnese Della Vittoria, che non è tra gli indagati, parla con Miriam Zanotti e riferisce un ragionamento attribuito a Elisa Vanino: «È importante che li vediamo noi perché così noi gli neghiamo l’autorizzazione… invece altri non so… se la rischiano».
Si scoprirà che Zanotti, dopo una visita durata solo «due minuti» durante i quali il medico si limitò «a chiedere al paziente se fumasse, se facesse uso di hashish e calmanti, ricevendo una risposta negativa», emise un certificato di non idoneità al Cpr per un immigrato guineano.
La dottoressa Vanino, invece, viene descritta nei documenti giudiziari come una delle figure più attive della corrente anti Cpr: adesione al movimento contrario ai centri, diffusione tra i colleghi di articoli e modelli, promozione di chat e incontri online, aggiornamenti sulle non idoneità rilasciate a Ravenna. C’è poi il dottor Damiano Larné, anche lui indagato. Il guineano, dopo i due minuti dalla Zanotti, passa a lui. E la valutazione di inidoneità si basa sul «riferimento all’incompletezza dell’esito delle verifiche, sull’indisponibilità di una non documentata anamnesi e sul ridotto tempo a disposizione per condurre il necessario approfondimento clinico».
La lotta dei medici contro i Cpr
Sotto il profilo psicologico, però, il guineano è giudicato idoneo al trattenimento. È una psichiatra a sostenerlo: Maria Cristina Crescenti. Sentita dalla Verità, ha prima detto di «non ricordare» l’episodio, poi si è chiusa a riccio e ha rimbalzato i cronisti verso la direzione sanitaria. Segno che il clima interno non è dei più distesi.
Secondo gli inquirenti, infatti, la battaglia contro i Cpr avrebbe portato gli infettivologi a superare il parere di specialisti chiamati proprio per valutare determinate patologie: «Pur di affermare e perseguire la propria ideologia si sono spinte (le dottoresse indagate, ndr) al punto da disattendere in modo del tutto immotivato il parere di colleghi su materie in cui quest’ultimi vantavano delle specializzazioni». Il risultato ha poi avuto un peso in sede di valutazione delle misure cautelari (alcuni indagati sono stati sospesi, altri interdetti dall’emissione dei certificati). Il gip si sarebbe, infatti, accorto di una «inadeguatezza tout court a svolgere attività medica in contesti multidisciplinari».
I medici protagonisti degli intrighi pro immigrati
E negli atti compaiono gli scontri: infettivologo contro psichiatra; certificatore contro radiologo; valutazione finale contro referto specialistico. Esempio: Anastasia Zoffoli (una delle indagate) dichiara un tunisino «non idoneo». Ma il paziente era stato sottoposto a una valutazione psichiatrica e lo specialista aveva fornito elementi clinici tali da giustificare la decisione. Per il giudice, la dottoressa, «in aperto contrasto con le valutazioni psichiatriche, ravvisò la necessità di sottoporre il paziente a un» ulteriore «percorso psichiatrico». Il risultato: «Lo straniero», valuta chi indaga, «è stato ritenuto inidoneo senza alcun riferimento alle ragioni tecniche-scientifiche sottese a tale determinazione (contestazioni simili sono state avanzate per Marta Zatti e Paola Tatarelli, ndr)».
Altro medico, altra storia. Gabriele Fabbri (indagato) segue una linea propria: in una certificazione del settembre 2024, ignorando un collega psichiatra che aveva valutato un nigeriano, scrive di non avere potuto raccogliere «alcun dato clinico» sull’immigrato «per la presenza di una barriera linguistica completa». Interrogato, spiegherà: «In scienza e coscienza, ho reputato impossibile stabilire una idoneità per la vita in comunità ristretta». E alla fine ha confessato: «Era un non visita». Si è scoperto che non aveva a disposizione neppure indagini di primo livello.
La dottoressa Laura Brigidi, invece, ha persino usato un modulo prestampato, «che», è scritto negli atti, «non premurò neppure di compilare completamente».
Le intercettazioni confermano le posizioni ideologiche
La descrizione più emblematica del modus operandi, però, è contenuta in una intercettazione tra la Vanino e una psicologa. La seconda esprime i propri dubbi: «Lui (l’immigrato, ndr) dice che è finito in questa trappola… cioè non riesce a rinnovare il permesso di soggiorno […] vuole rimanere qui… però io dal mio punto di vista… a parte scrivere che ha un lavoro qui… non ha nulla… io poi dopo… non è che sente le voci». La Vanino ha la soluzione: «Adesso lo visito e vedo se ha qualche cosa».
A un certo punto la guerra sale ai piani superiori. Vanino viene a conoscenza di un provvedimento della Direzione sanitaria sulle modalità operative per le visite agli stranieri destinati ai Cpr. La risposta arriva nel gruppo Whatsapp «Giovani e romagnoli»: «Il modo per esprimere il dissenso è la non idoneità». Una posizione molto ideologica.
Come quella espressa dalla dottoressa Zanotti, che rimbrotta contro il governo: «Le persone non lo sanno come sono i Cpr… tenere la popolazione nell’ignoranza più assoluta è il meglio che possono fare per governare». L’antagonismo, però, viene espresso anche nei confronti della Direzione sanitaria, accusata dalle indagate di «non essere in grado di adottare alcuna valida determinazione sul punto».
Il retroscena sull’inchiesta di Ravenna
Una via d’uscita, però, viene individuata: prendere il comando del reparto. Fino al 31 marzo 2025 alla guida di Malattie infettive c’è Paolo Bassi. Il prof va in pensione nell’aprile di quell’anno. Ed è qui che, probabilmente, Zanotti vede il varco. La procedura per scegliere il nuovo direttore viene avviata formalmente il 13 agosto 2025 e il bando viene pubblicato il 24 settembre. Zanotti concorre. L’11 marzo 2026 l’Ausl la ammette con riserva alla selezione.
Il giorno successivo è quello degli interrogatori. Poi l’ordinanza. Zanotti non viene sospesa, ma il gip le vieta per dieci mesi di occuparsi delle certificazioni Cpr. Il concorso, però, va avanti. E il 29 aprile la dottoressa si presenta davanti alla commissione. Arriva quinta tra i cinque candidati presenti e giudicati idonei: 60 punti. Distaccata di ben 26 dal vincitore. Il sogno di un reparto Cpr free è infranto. E l’inchiesta era solo all’inizio.
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