I giudici disarmano l’Italia: «Troppe pistole»
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La sua società lavora per aziende «all’avanguardia nel settore per l’innovazione e la ricerca di materiali e soluzioni tecniche» e ha ricevuto una commessa per «lo sviluppo di un prodotto balistico bullet proof (a prova di proiettile, ndr) per la Nato, l’Onu e le forze militari italiane allo scopo di proteggere gli eserciti militari».

È un soggetto «ad alto rischio», non solo a causa del suo lavoro, ma anche per l’entità del suo patrimonio, ed è stato «oggetto di minacce, pedinamenti e molestie». Per questo, un imprenditore trevigiano aveva chiesto il rinnovo del porto d’armi. La Prefettura di Treviso, il 14 febbraio 2022 ha rigettato la richiesta in quanto non era stato rilevato il necessario «dimostrato bisogno» di circolare armato.

Il Tar del Veneto, nel febbraio del 2025 ha respinto il ricorso presentato dall’industriale. Adesso, anche il Consiglio di Stato gli dà torto, con delle motivazioni surreali. «Occorre infatti evitare che l’aumento, reale o percepito, dei reati contro la persona o il patrimonio, ovvero la presenza di un particolare rischio territoriale, possa alimentare una generalizzata diffusione delle armi e determinare un progressivo spostamento delle esigenze di tutela della sicurezza dal sistema pubblico all’autodifesa privata, in contrasto con il principio secondo cui la protezione della sicurezza pubblica e la difesa sociale costituiscono compiti primariamente riservati allo Stato», riporta la sentenza pubblicata il 31 agosto.

Come dire, poco importa se ti senti o sei in pericolo. Sappiamo tutti che le forze dell’ordine ci pensano bene, prima di estrarre l’arma, visto che quando lo fanno passano quasi sempre dalla parte del torto, però ti devi tenere le tue paure. Pazienza, se il rischio si rivela reale e tu o la tua famiglia finite nel mirino. Eppure, «l’imprenditore in passato aveva già avuto la licenza di porto d’armi per difesa personale. E voleva continuare così», segnala Mauro Favaro su Il Gazzettino.

La Prefettura, prima qualifica erroneamente la richiesta come rilascio ex novo della licenza di porto d’armi e non come rinnovo, con proroga automatica vista l’emergenza Covid. Poi, dichiara di non riconosce più l’esposizione dell’uomo a situazioni di rischio, malgrado le condizioni non fossero cambiate. L’imprenditore aveva spiegato la necessità frequente di «viaggiare con documenti riservati, anche contenenti segreti industriali, strategici per le attività delle aziende»; che nuovi progetti ai quali stava lavorando «metterebbero a rischio la sua incolumità».

Dichiarava di aver ricevuto, negli ultimi mesi, «vere e proprie minacce con avvertimenti di ritorsioni e vendette da parte di diversi concorrenti»; di aver «notato, più volte, segni di accessi notturni nel giardino della casa (isolata)», dove vive con la famiglia. Documentava di aver ricevuto, nell’ultimo anno, «numerose chiamate anonime, soprattutto la sera e la notte».

Non solo, è «presidente del consiglio di amministrazione di una società che occupa cento dipendenti, la quale ha dovuto licenziare diverso personale con conseguenti veementi proteste dei lavoratori licenziati, “spesso al limite dell’offesa e della minaccia”». Questi elementi, per la Prefettura di Treviso e per il Tar del Veneto non attesterebbero l’esistenza di minacce specifiche all’incolumità dell’imprenditore.

Perché fosse riconosciuto che è in una condizione di reale pericolo, dovevano avergli già sparato? Era richiesta l’esibizione di buste anonime con pallottole, recapitate in ufficio, o la denuncia che la sua auto era ridotta a una carcassa annerita grazie a qualche esplosivo? Avere un porto d’armi per la difesa personale non equivale a sentirsi a uno 007 con licenza di uccidere, significa poter contare su una rivoltella o una pistola se non hai altro modo per poterti difendere in caso di minacciate aggressioni.

La vita dell’industriale non è a rischio, sosteneva il Tribunale amministrativo del Veneto. Addirittura, dichiarava che il livello di sicurezza nella Marca era progressivamente e significativamente migliorato. «Il dato dirimente, al fine di elidere un rischio per l’incolumità personale derivante dal contesto sociale, è che il trend dei reati commessi, riferiti a un significativo periodo di tempo, sia in flessione: il che evidenzia come la situazione della pubblica sicurezza nell’area in cui vive e lavora il ricorrente sia migliorata negli ultimi anni», riportava la sentenza.

Eppure, a febbraio 2026 Il Gazzettino segnalava i dati del report 2025: «Il numero di rapine denunciate a Treviso e nella Marca sta crescendo in modo inesorabile. Nel giro di due anni sono passate da 120 a 165. Per un aumento del 37,5%. Cioè quasi una ogni due giorni. E il totale è fatto inevitabilmente per difetto. Innanzitutto perché vengono presi in considerazione solo gli episodi denunciati». Mica è un territorio tanto tranquillo, anche se polizia e carabinieri si danno un gran daffare per contrastare il crimine.

La terza sezione del Consiglio di Stato conferma l’assenza di «dimostrato bisogno» e ha rigettato l’appello dell’imprenditore. Che sia reale «o percepita» la situazione di pericolo legata alla sua vita professionale, non fa differenza. Il cittadino, il titolare di un’attività non dovrebbero far caso all’aumento della criminalità, secondo l’organo consultivo di secondo grado. Hanno torto se avvertono insicurezza, guai se pensano «all’autodifesa privata». Se poi finiscono aggrediti, malmenati, uccisi, per loro ci sarà sempre uno spazietto nelle pagine di cronaca nera.

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