ranucci report
Il direttore approfondimento Rai Paolo Corsini. Nel riquadro, Giulia Innocenzi, Giulio Valesini e Giorgio Mottola (Ansa)

Conduzione collegiale: «Evitare di identificare il programma con l’immagine e le opinioni di chi presenta». Tavares intercettato in Camerun dal «Tg1» manda messaggi al faccendiere: «Fatti forza ed esci dal carcere». Gli esecutori dell’attentato: «Era un cinema. Felici per l’arresto di Lavitola»

La lettera – indirizzata al direttore approfondimento Rai, Paolo Corsini – è firmata dagli inviati storici di Report: Luca Bertazzoni, Luca Chianca, Danilo Procaccianti, Giulia Innocenzi, Walter Molino, Giulio Valesini, Bernardo Iovene, Paolo Mondani, Manuele Bonaccorsi, Giorgio Mottola, Emanuele Bellano, Daniele Autieri e Claudia Di Pasquale.

Gli inviati di Report chiedono più pluralismo e controlli sulle inchieste

È stata condivisa con «il resto degli inviati e autori» della trasmissione e rappresenta un «progetto di ristrutturazione del programma». Una ristrutturazione che non prevede più la figura di Sigfrido Ranucci alla conduzione: «Sig», contrariamente a quanto scrivono gli estensori della lettera, non sarà sospeso a breve.

Sarà «solo» rimosso da Report.Leggendo la lettera si comprende come, per la redazione del programma d’inchiesta di Rai 3, sia ormai finita un’epoca. Era nella natura delle cose dopo lo scandalo Lavitola.

E ora anche i giornalisti di Report ne sono consapevoli e si permettono qualche critica. Scrivono infatti: «È necessario superare la sovraesposizione di un singolo conduttore, che rischierebbe di portare alla totale identificazione del programma con la sua immagine e le sue opinioni personali».

Per questo motivo, e per evitare che si ripresenti un nuovo caso Ranucci, gli inviati storici di Report propongono una «conduzione a più voci e più asciutta».

L’idea è quella di valorizzare maggiormente i quattro blocchi (Report Lab, Report anteprima, Report e Report plus) in cui il programma è già suddiviso e «conferire a ciascuno di essi una identità editoriale autonoma e affidare la presentazione in studio dei singoli segmenti a conduttori diversi». I nomi (Valesini e Mottola) vengono proposti dalla stessa redazione a Corsini.

I giornalisti di Rai 3 hanno finalmente capito che qualcosa, in questi anni, è andato storto. Per questo propongono la creazione di «un gruppo autoriale formato da almeno quattro persone, scelte dall’attuale squadra di Report (per questo ruolo proponiamo Paolo Mondani, Bernardo Iovene, Giorgio Mottola e Giulio Valesini), che si confronti sistematicamente e puntualmente con tutto il gruppo degli inviati e della redazione». Un modo, il loro, anche per blindarsi da eventuali ingerenze esterne.

Il «red team» e il nuovo modello per blindare il giornalismo di Report

Il nuovo Report, così come lo immaginano gli inviati storici, dovrebbe essere più pluralista (anche se loro nella lettera, con poca imparzialità, affermano che quello odierno già lo è) e in grado di «garantire la piena espressione della pluralità dei punti di vista e delle sensibilità».

Tutto bellissimo sulla carta. Ma ciò implicherebbe davvero un’inversione a U nel modo in cui viene concepito il programma per il quale chiedono più rigore. Per questo propongono di «sottoporre tutti i servizi trasmessi a un processo ancora più strutturato di verifiche interne.

Ogni inchiesta, già passata al vaglio del gruppo autoriale, potrà essere analizzata puntigliosamente anche da un cosiddetto «red team», un gruppo ristretto di redattori interni al programma che verifichino ulteriormente e autonomamente tutte le notizie contenute nei servizi»».

Tutto bello sulla carta. Un Report realmente libero e indipendente. Un Report che non faccia inchieste principalmente contro il partito di maggioranza relativa e i suoi alleati.

Ma, affinché si arrivi a questo, è necessario che la redazione non critichi solo Ranucci ma faccia un po’ di autocritica. Nessuno vuole, come scrivono loro, «provare a fermare, normalizzare o limitare il lavoro della redazione».

Non ci troviamo di fronte «a un attacco ferale alla libertà di stampa garantita dalla nostra Costituzione». È però vero che il giornalismo di Report oggi ha l’occasione di essere «il più rigoroso, indipendente e professionale possibile».

Ranucci fuori da Report: ecco le proposte della Rai per il futuro

L’uscita di Ranucci, che verrà annunciata oggi, lo permette. Come anticipato su queste pagine, gli verranno fatte tre proposte: Tg3, Rainews e un’ultima, giornalistica, che non sarà la scuola della Rai a Perugia.

Manterrà, molto probabilmente, la vicedirezione ad personam, in bilico nei giorni scorsi. Si va verso la conduzione di due giornalisti Rai, di cui una interna a Report. Una scelta interna, nel segno della continuità. Perché in Rai si è sempre cercato di salvare la trasmissione. Soprattutto dal suo (ormai ex) conduttore.

«La bomba? Come in una fiction…»

di Fabio Amendolara e François de Tonquedéc

«Dotto’, era un cinema». Per spiegare al pubblico ministero che cosa credevano di aver fatto davanti alla villetta di Sigfrido Ranucci, uno dei due uomini del commando avellinese interrogati per oltre dieci ore nel carcere di Rebibbia ha scelto questa immagine: un «cinema», una specie di fiction. Perché, secondo la versione messa a verbale, il mandato ricevuto aveva un limite preciso: «Nessuno doveva farsi male».

Pellegrino D’Avino e Antonio Passariello non hanno negato l’incarico. Hanno provato a circoscriverne i confini. Ed è probabilmente questo il dato più interessante del lungo interrogatorio chiesto dalla difesa e condotto dal pm Edoardo De Santis.

D’Avino e Passariello, due dei quattro arrestati il 30 giugno con l’accusa di aver partecipato all’attentato del 16 ottobre 2025 contro il conduttore di Report, avrebbero risposto a tutte le domande.

E riempito di particolari soprattutto i focus su una relazione: quella con Gomes Clesio Tavares, l’uomo che per l’accusa avrebbe fatto da raccordo tra Valter Lavitola, che ha confessato di essere il mandante, e il commando. «I nostri assistiti hanno risposto a tutte le domande e hanno chiarito i rapporti con Tavares», ha spiegato all’uscita da Rebibbia l’avvocato Generoso Pagliarulo, che insieme ad Antonio Falconieri difende gli indagati.

I due chiederanno l’attenuazione della misura (e non escludono un abbreviato sul lungo termine). Il racconto parte dal momento in cui sarebbe arrivato l’incarico. Secondo la versione fornita dagli interrogati, si sarebbe concretizzato dopo il sopralluogo effettuato da Gomes.

E sarebbe stato proprio Gomes a pattuire il prezzo: 3.000 euro complessivi. Ma, sostengono D’Avino e Passariello, insieme al mandato sarebbe arrivato anche un ordine: «Nessuno doveva farsi male». Per quelli che hanno definito «i botti» è stato quindi scelto esplosivo con gelatina da cava.

D’Avino e Passariello avrebbero anche sostenuto di non conoscere Ranucci. Non avrebbero avuto rapporti con lui e, soprattutto, non avrebbero saputo inizialmente chi fosse l’uomo indicato come obiettivo dell’operazione. Il nome del conduttore di Report sarebbe diventato per loro qualcosa di concreto soltanto attraverso le ricerche online (e sulla posizione della vittima non sarebbero state poste ulteriori domande).

D’Avino e Passariello, poi, hanno cercato anche di chiarire il contenuto di alcune captazioni successive al loro arresto, dalle quali emerge che si ritenevano «raggirati».

Per questo, dopo gli arresti, hanno esultato in carcere quando hanno appreso che gli investigatori erano arrivati a Lavitola. Davanti al pm si sono anche detti «dispiaciuti», ma «non pentiti». Non rinnegano ciò che hanno fatto, ma sostengono di aver partecipato a un’operazione della quale non avrebbero conosciuto né tutti i protagonisti né l’obiettivo. Infine, hanno confermato che la richiesta specifica era di un ordigno.

E, smentendo Lavitola, avrebbero affermato: «Niente colpi di pistola». Di segno opposto la lettura della difesa dell’oste del Cefalù: «Sulla base di quello che si apprende dai media», sostiene l’avvocato Sergio Cola, la versione del suo assistito «non è smentita, anzi sembrerebbe essere riscontrata parzialmente o totalmente».

Il legale chiederà di acquisire i verbali degli interrogatori in vista del Riesame (e del nuovo interrogatorio fissato per il 7 settembre).

Mentre ieri è tornato a farsi vivo anche Tavares. In un’intervista trasmessa durante l’edizione delle 20 del Tg1 e realizzata in Camerun, il factotum di Lavitola, anche lui colpito da un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, ha però negato di essere in fuga dalla giustizia italiana.

«Non sono latitante e se volessi scappare andrei in Russia, dove nessuno potrebbe chiedere l’estradizione», ha detto Tavares all’inviato del Tg1 Leonardo Zellino, che lo ha rintracciato dopo giorni di ricerche. Poi ha aggiunto: «Tornerò in Italia per parlare con i magistrati».

Ma senza specificare quando: «Non è oggi, non è domani, ma torno a breve. Io torno, questa è una certezza». Tavares ha confermato anche il suo rapporto con i presunti esecutori: «Conosco alcuni degli arrestati per l’attentato ma della bomba non parlo».

E si è detto convinto di poter chiarire la sua posizione: «Sono certo che sarò un uomo libero», ha detto, «solo il tempo di verificare che non c’entro niente in tante cose, sono un lavoratore». Sulla posizione di Lavitola, che Tavares finora aveva descritto come una sorta di padre, l’indagato è però stato ambiguo.

Se da un lato ha rivolto all’amico un affettuoso «resisti ed esci presto», dall’altro ha fornito un dettaglio inedito, che probabilmente gli inquirenti vorranno approfondire: «Sì, Valter è mio socio».

Ma sulla confessione del suo amico, Tavares sembra prendere le distanze: «Le parole di Lavitola? Ognuno è responsabile di quello che dice e che fa». Sul reporter vittima dell’attentato, anche davanti alla foto che lo ritrae insieme

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