Ranucci Lavitola
Sigfrido Ranucci (Ansa)

Per l’attentato a casa Ranucci non è stato necessario seguire Sigfrido. Molte delle informazioni che potevano essere utili erano già finite nelle mani dell’oste del Cefalù bistrot, Valter Lavitola, l’uomo che ha confessato di essere il bombarolo altruista dell’agguato alle auto dell’inchiestista Rai. A fornirgliele, si scopre mettendo insieme i pezzi della mappa tracciata qua e là nei documenti dai carabinieri, era stato proprio Ranucci.

E non si tratta solo dell’unico particolare ormai noto: ovvero quello dell’indirizzo della villetta bianca. «Viale Po 91 Torvaianica», aveva risposto Sigfrido a un messaggio di Lavitola del 7 settembre 2025, passandogli pure le indicazioni per riconoscere lo stabile: «Trovi villetta bianca con auto posteggiata. Due auto». Otto giorni dopo l’oste del Cefalù porterà lì Gomes Clesio Tavares per quello che gli inquirenti definiranno il «sopralluogo».

Ranucci ha fornito a Lavitola indirizzo e informazioni sulla scorta

A guardare bene nei documenti allegati all’ordinanza di custodia cautelare emessa nei confronti di Lavitola, però, questa non è l’unica notizia filtrata. Ci sono, per esempio, le indicazioni sulla viabilità di Torvaianica. Un secondo luogo nel quale il giornalista soggiornava.

E, conversazione dopo conversazione, l’oste del Cefalù ha dimostrato di conoscere anche dettagli importanti sul funzionamento della scorta del suo amico. Prese separatamente, appaiono come informazioni comuni scambiate tra due persone che si frequentano.

L’attentato a Torvaianica e quelle coincidenze sulla fuga del commando

Il loro significato, però, sembra cambiare quando vengono confrontate con ciò che si verifica la sera dell’attentato. La prima data da segnare è il 10 agosto 2025.

Ranucci manda a Valterino un audio. Deve indicargli come raggiungere uno stabilimento balneare e gli illustra il percorso: «Quando tu fai la Pontina esci a Torvaianica, arrivi sempre dritto all’aeroporto giri a destra e vai giù in fondo, arrivi a lungomare».

Lavitola in quel momento riceve direttamente dal giornalista una sequenza geografica precisa: Pontina, Torvaianica, aeroporto, lungomare. Due mesi dopo, coincidenza diabolica, uno di quei punti ricomparirà nelle carte dell’attentato. Alle 22.04 della sera della bomba, ricostruiscono i carabinieri in un’informativa depositata il 6 giugno scorso, la 500X utilizzata dal commando viene ripresa dopo aver percorso il tratto «compreso tra il cancello secondario dell’Aeroporto militare di Pratica di Mare e il civico 117 di viale Po».

Non c’è la prova che quell’audio sia stato utilizzato per pianificare il percorso. Ma i carabinieri verificheranno anche l’esistenza di altri percorsi possibili, indicandone uno con il colore blu («voltare a sinistra per impegnare poco dopo un altro incrocio sulla SP601, potendo percorrere via Litoranea in direzione Ostia») e uno in azzurro («Lungomare […] in direzione Torvaianica»).

Quello usato dal commando, invece, coincide con l’indicazione fornita da Ranucci. Tre giorni dopo si aggiunge un altro tassello. Sigfrido consegna a Lavitola anche l’indirizzo del luogo in cui soggiorna a Rocca Massima, casa considerata dal giornalista un buen retiro.

Le informazioni sulla sicurezza di Ranucci finite nelle mani di Lavitola

Il 13 agosto Lavitola lo raggiunge lì. Da quel momento non sa soltanto dell’esistenza di quel posto. C’è stato e conosce personalmente la strada e i tempi per raggiungerlo. La sera dell’attentato, ennesima coincidenza, Ranucci si trova proprio a Rocca Massima.

Deve tornare a Torvaianica e, sentito dagli inquirenti subito dopo l’attentato, sostiene che nessuno avrebbe potuto prevedere il suo rientro: «La cosa singolare», fa mettere a verbale, «è che io ho detto veramente all’ultimo momento quando rientravo a casa, l’orario». Racconta di aver mandato un sms alla scorta, comunicando che sarebbe partito alle 21.

Gli investigatori spiegano che gli spostamenti di Ranucci avvenivano «con veicolo di copertura in uso al Servizio scorte della polizia di Stato». E aggiungono che questo «impediva a chiunque, se non a conoscenza dei comunicati spostamenti, la facile individuazione durante i percorsi».

Il commando, però, arriva in una finestra temporale molto stretta: sono 37 i minuti che separano il rientro dall’esplosione. E proprio il funzionamento della scorta è un altro dei passaggi più delicati. Sempre il 7 settembre Ranucci si fa scappare un altro dato.

Quando i due devono incontrarsi nella villetta con le due auto parcheggiate, Sigfrido spiega il motivo dell’invito a casa, descrivendo una regola pratica della sua sicurezza: «Altrimenti devo chiamare scorta». Se Ranucci esce deve attivare la tutela. Se lo raggiungono a casa, invece, lo spostamento non avviene. Inoltre, nel secondo caso, agli angeli custodi del conduttore di Report non toccano relazioni di servizio sugli incontri.

Lavitola, peraltro, dimostra di possedere anche altre informazioni sul dispositivo: «Il grado di protezione che tu hai», dice a Ranucci, «prevede la staffetta […] è chiesta dal capo scorta». Dall’altro lato ci sono le informazioni che il commando dimostra di conoscere (e che qualcuno gli ha trasmesso) quando arriva davanti all’abitazione.

Oggi a Rebibbia tre dei quattro avellinesi arrestati saranno di nuovo di fronte al pm Edoardo De Santis. L’obiettivo degli inquirenti è capire se, oltre a conoscere Gomes Tavares, i componenti del commando abbiano mai parlato con Lavitola.

Il misterioso «Dottore» e il mandato dietro l’attentato

Ma bisognerà dare anche un nome al misterioso «Dottore» ricorrente più volte nelle intercettazioni tra i quattro indagati. Ieri, uscendo dal carcere dopo un colloquio con due degli arrestati (Pellegrino D’Avino e Antonio Passariello), l’avvocato Antonio Falconieri, ha delimitato i confini di quanto i suoi assistiti intendono raccontare: «C’è stato un mandato, un mandato ricevuto e loro» ai magistrati «spiegheranno qual è», precisando poi che, in ogni caso, «risponderanno alle domande degli inquirenti».

Secondo le indiscrezioni trapelate ieri, però, gli arrestati oggi confermeranno di non conoscere Lavitola Ranucci. Salvo colpi di scena, quindi, la linea difensiva non si discosterebbe da quanto già affermato durante le dichiarazioni spontanee rese durante l’interrogatorio di garanzia del 2 luglio scorso.

In particolare Passariello, dopo essersi avvalso della facoltà di non rispondere alle domande del gip Iole Moricca, rispetto al bersaglio della bomba, aveva detto: «lo non lo sapevo che era Ranucci». Poi, rispetto alla gravità dell’attentato aveva aggiunto: «Pensavo che era una sciocchezza…».

L’intenzione potrebbe essere quindi quella di ammettere le responsabilità, ma sostenendo che non avevano intenzione di fare del male a nessuno, confermando quindi la linea della Procura sull’attentato a scopo dimostrativo.

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