Quando il bombarolo altruista Valter Lavitola si presenterà davanti ai giudici del Riesame, troverà, nelle ultime tre informative che i carabinieri hanno depositato, anche una sorta di cronaca dei suoi autogol. I militari erano arrivati a lui dopo aver scoperto che Gomes Clesio Tavares era in contatto con gli uomini del commando avellinese che avrebbe materialmente piazzato la bomba davanti all’abitazione di Sigfrido Ranucci, ma su un punto fondamentale brancolavano ancora nel buio: il movente.
Il primo autogol: il sondaggio per candidare Ranucci
A indicargli dove cercarlo è stato proprio l’indagato con il primo autogol, rappresentato dai carabinieri agli inquirenti nelle annotazioni del 4 e del 6 luglio 2026 e allegate all’informativa del 6 luglio.
La prima è redatta dal colonnello Dario Ferrara, comandante del Nucleo investigativo dell’Arma di Roma. Ovvero l’ufficiale che ha guidato le operazioni di perquisizione a casa Lavitola. E ripercorre il siparietto durante il quale Lavitola avrebbe cercato di spiegargli l’assurdità dell’ipotesi accusatoria: Ranucci è un suo amico e lui non avrebbe avuto alcun motivo per organizzare un attentato contro di lui.
Per dimostrarlo, però, racconta all’investigatore qualcosa che fino a quel momento non era entrato nel ragionamento sul movente: insieme a Ranucci, dice Lavitola, stava pianificando una candidatura del conduttore di Report alle elezioni politiche e il progetto era accompagnato da sondaggi appena commissionati. Quelle parole, però, hanno un problema. Sono state pronunciate informalmente durante le operazioni di perquisizione e senza la presenza di un difensore. Per i magistrati, quindi, sono carta straccia. Il gip Iole Moricca le definirà per questo «inutilizzabili».
Ma è di nuovo Lavitola, con una seconda autorete, a riportarle nel procedimento penale in cui ha appena scoperto di essere indagato. Attovagliato nel suo bistrot con l’amico imprenditore Giovanni Bracale ripercorre in modo «assai minuzioso e particolareggiato» e riferisce «in maniera assolutamente fedele» la conversazione con il colonnello Ferrara.
Che, così, entra nell’informativa del 7 luglio. Aggiungendo un ulteriore dettaglio fondamentale (il terzo autogol): durante il colloquio avrebbe sfidato l’ufficiale a indicargli una spiegazione plausibile sul movente. E l’investigatore, a dire di Lavitola, l’avrebbe spiazzato, rispondendogli: «Per fare del bene» a Ranucci. La reazione che Lavitola attribuisce a se stesso è brutale: «Cazzo mi ha fottuto».
E davanti alla microspia Lavitola ripete anche l’altro particolare raccontato al carabiniere: «Ma lei lo sa che stavo facendo un sondaggio per candidare […] Ranucci presidente del Consiglio del centrosinistra?». A quel punto l’informazione non è più soltanto nell’annotazione del colonnello. È uscita di nuovo dalla bocca dell’indagato durante una conversazione captata.
La microspia e i messaggi: così il movente prende forma
Per la quarta volta di seguito in poche ore l’oste del Cefalù ha indicato ai carabinieri la strada da seguire. Nel telefono che gli hanno appena sequestrato trovano elementi sul progetto politico (informativa del 15 luglio).
I messaggi partono da lontano: il 18 gennaio 2025 Lavitola scriveva a Ranucci: «Appena ho un po’ di soldi, io faccio commissionare un sondaggio sulla popolarità dei personaggi. Vogliamo scommettere sui risultati?». Ad aprile il progetto diventa più concreto: il 20 aprile Lavitola chiede a Ranucci la mail per sottoporgli la bozza con i quesiti. Dopo gli arresti degli uomini del commando, il sondaggio entra direttamente nelle attività dell’inchiesta, con un secondo giro di interviste.
E proprio il 6 luglio, dopo la perquisizione, Lavitola si fa mandare da una delle componenti della cordata che lo supportava nell’operazione per candidare Ranucci il nome della società dei sondaggi e il relativo preventivo. È la sequenza che arriva fino all’arresto.
Il Riesame e il nuovo interrogatorio di Lavitola
Il risultato lo mette nero su bianco proprio il gip: «È stato Lavitola a fornire spunti di investigazione di estrema rilevanza». La data del Riesame richiesto dall’indagato non è ancora stata fissata. Lui, però, ha già annunciato di voler fare dichiarazioni spontanee. Il movente che aveva fornito al gip (aver organizzato l’attentato per far innalzare il livello della scorta all’amico) non ha convinto e vorrebbe spiegare meglio anche il mandato affidato agli esecutori. Che nel frattempo, però, verranno sentiti dagli inquirenti (prima si erano avvalsi della facoltà di non rispondere e ora hanno presentato una richiesta per un nuovo interrogatorio).
Toccherà anche alla vittima tornare in Procura. L’ultima volta c’era stata il 2 luglio, solo due giorni prima della perquisizione a Lavitola. E anche quel verbale di sommarie informazioni è finito tra gli atti depositati dagli inquirenti in vista del Riesame. Mancano ancora, invece, le analisi complete del cellulare e del computer sequestrati. E per Lavitola questa potrebbe essere l’ultima incognita: capire se, dopo aver indicato ai carabinieri la pista del movente e averla poi riempita di particolari davanti a una microspia, abbia lasciato qualche altro autogol anche nei suoi dispositivi.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >