Gli autogol di Lavitola sul movente della bomba
Il faccendiere ha fornito spunti di investigazione importanti, cambiando più volte versione e contraddicendo pure sé stesso.
Il faccendiere ha fornito spunti di investigazione importanti, cambiando più volte versione e contraddicendo pure sé stesso.
Ospite del podcast di Fedez, il conduttore dichiara: «Volevano fermare un’inchiesta di forti interessi politici, camorra e deep State». E salta fuori la pista dei cartelli del narcotraffico. Infine si contraddice sull’attentato.
Dopo essere stato perquisito il faccendiere, intercettato, spiega all’amico i sospetti dei carabinieri: «Vedono te al mio fianco».
Valter si dice affranto per aver messo in pericolo un «fratello». Nei messaggi tra loro due, però, è assillante: perché Mister «Report» non ha confessato gli avvertimenti?
Se Ranucci avesse dovuto ricostruire la vicenda, l’avrebbe rimontata a suo modo. Per fortuna ci ha pensato la magistratura. Ma il silenzio dei vari Saviano, Giannini e Lerner, che avevano accusato la destra, fa rumore.
Sul caso Ranucci-Lavitola a sinistra prende piede una nuova teoria: dietro l’attentato ci sarebbe una strategia della destra per screditare il conduttore di Report. Ma la ricostruzione presenta più di una contraddizione.
Ne parla lo stesso Lavitola, intercettato mentre riferisce a un commensale i sospetti dei carabinieri: «Per loro la mente dell’attentato sono io ma non da solo: “È uno a fianco a lei”, mi hanno detto». Per il comitato etico Rai, danno reputazionale e ricadute pubblicitarie.
Niente domiciliari per il faccendiere: «Da lui ricostruzioni inverosimili e disinvoltura criminale nel pianificare l’atto intimidatorio» contro il conduttore. Che sarà sentito a settembre: gli inquirenti vogliono vederci chiaro.
Il legale Sergio Cola dopo oltre cinque ore di interrogatorio: «Nessun movente politico, voleva aumentare la scorta del giornalista».
L’interrogatorio dell’amico rischia di inguaiare il conduttore di «Report». Che intanto si paragona a Moro, Falcone e Borsellino. Studi, sondaggi, Mieli e Cappellini: nulla di intentato per la scalata a Palazzo Chigi. Quei giochetti spregiudicati sui servizi segretI.
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