Amicizie pericolose e possibili moventi passionali. C’è anche questo nelle indagini sull’attentato a Sigfrido Ranucci. Per mesi, nella brutta vicenda della bomba esplosa davanti alla casa del conduttore di Report il 16 ottobre 2025, i giornali hanno battuto con insistenza una sola pista, quella di matrice camorristica.
Forse perché a essere convinto della sua bontà era proprio il giornalista Rai. Il quale ha individuato in un servizio sull’acquisizione del cantiere navale Vittoria di Adria, in provincia di Rovigo (l’inchiesta firmata da Daniele Autieri si intitolava «Il Cantiere dei misteri»), dove vengono prodotte motovedette e pattugliatori, una plausibile causa dell’attentato: lo scoop evidenziava, infatti, i possibili legami dei clan Contini e Moccia con un presunto traffico d’armi. Ranucci, sentito a sommarie informazioni, ha insistito nel ribadire la sua convinzione davanti ai magistrati della Procura di Roma, anche giovedì scorso.
Ma i pm gli hanno fatto capire che per loro quella non era la strada giusta. Ieri, nella riunione che si è tenuta presso la Direzione nazionale antimafia alla presenza del capo della Dna Giovanni Melillo e dei magistrati di Venezia (competente sul territorio del cantiere) e Roma, i pm capitolini avrebbero ribadito che l’ipotesi del mandante mafioso e del movente legato al servizio di Autieri non troverebbe conferma nelle risultanze delle indagini. La svolta è arrivata intorno a Pasqua quando il pm Carlo Villani (da pochi giorni procuratore di Velletri) ha ricevuto una mail anonima inviata, si è scoperto dopo, da Davide Netti, un uomo appena uscito dal carcere con legami con la camorra, che ha deciso di denunciare gli artefici materiali dell’agguato per tenere le indagini lontane dai traffici del suo sodalizio.
«Spett. Dott. Villani, Vi do una mano a prendere quel deficiente che ha fatto quel casino fuori casa di Ranucci… non sto’ scherzando… ma se me lo vendo è perché lui ha lavorato per il clan Moccia di Afragola senza avvisare ai compagni che ha intorno e con i quali fa altre attività malavitose che a lei NON interessano […] se c’è lo avrebbe detto NON glielo avremmo mai permesso perché Ranucci a noi NON ci ha fatto niente e questo sono guai che NON vogliamo». Subito dopo Netti ha stilato l’identikit dei componenti del commando, con tanto di numeri telefonici. «Si vantano dalla mattina alla sera che hanno fatto saltare in aria questa bomba per conto del clan Moccia…». In realtà per gli inquirenti gli indagati con la famiglia camorrista non avrebbero nulla a che vedere, ma sarebbero semplici spacciatori di strada. Il resto, però, corrispondeva al vero.
E così, la settimana scorsa, grazie a tutte queste preziose indicazioni, sono stati arrestati Pellegrino D’Avino, 26 anni, la fidanzata Marika De Filippis, 22, Antonio Passariello, 53, Saverio Mutone, 40. Tutti campani. Gli investigatori, scavando, individuano anche il presunto mediatore, un quarantasettenne camerunense, Gomes Clesio Tavares, dal 2017 dipendente della Cefalù srl società fondata dal noto faccendiere ed ex giornalista Valter Lavitola, che dopo una vita da film, sembrava avere trovato un po’ di pace nel ristorante Cefalù, bistrot di pesce nel quartiere Monteverde Vecchio di Roma, di cui oggi sarebbe solo gestore. In realtà Clesio Tavares con Lavitola non si occuperebbe di manicaretti, ma lavorerebbe nel settore del recupero dei carbon credit. Ma i due avrebbero messo in piedi anche altri affari. E, per la Procura, tra questi anche la bomba a Ranucci. Lavitola, infatti, sarebbe nientepopodimeno che il mandante. Le contestazioni per lui sono di concorso in strage aggravata dal metodo mafioso, detenzione e porto di esplosivo e danneggiamento.
Negli anni Lavitola si era distinto come collezionista di processi e pene. Per esempio ha patteggiato una pena di 3 anni e 8 mesi di reclusione per appropriazione indebita e truffa ai danni dello Stato ed è stato condannato in via definitiva a 1 anno e 4 mesi per una tentata estorsione a Silvio Berlusconi. Nel 2015 ha preso in primo grado 3 anni di reclusione per corruzione (insieme con Berlusconi), per aver fatto da tramite nel passaggio del senatore Sergio De Gregorio al centrodestra. La Corte di Cassazione ha successivamente dichiarato il reato prescritto.
Durante le ultime investigazioni è entrata anche la foto, pubblicata dal Riformista nel 2023, di Ranucci a tavola al Cefalù con la compagna, Lavitola e un altro paio di ospiti, tra cui un sacerdote. Il rapporto, a tratti burrascoso, tra il giornalista e la fidanzata, ha portato inizialmente le indagini nella direzione di una possibile vendetta della donna. Soprattutto perché, dopo l’attentato, il conduttore aveva smesso di risponderle.
Questa pista è stata considerata plausibile fin quando si è ritenuto che l’ordigno fosse a basso potenziale e non che contenesse della gelatina da cava. La presenza della nitroglicerina ha orientato le investigazioni sulla ricerca di professionisti del crimine. Ma la vecchia ipotesi non è ancora del tutto tramontata dal momento che più volte la donna si sarebbe sfogata con Lavitola, anche via messaggio, per il comportamento del conduttore che esitava a tagliare definitivamente i ponti con l’ex consorte. Per Ranucci questa è una pista risibile, ma l’uomo non crede neanche al coinvolgimento di Lavitola. Tanto che, nelle interviste di questi giorni, ha dichiarato: «È una notizia che mi ha lasciato un senso di stordimento, con Valter abbiamo avuto un rapporto d’amicizia dopo che è stato oggetto di nostre inchieste. È stata anche una fonte importante. Sono convinto, finché non vedo ovviamente le prove, della sua innocenza. Tuttavia sono convinto che anche se dovessero emergere delle responsabilità, non avrebbe mai fatto del male a me e alla mia famiglia». Il giornalista ha pure aggiunto: «Per me Valter è un amico, dal 2019 ci sentivamo quasi tutti i giorni. Sono sconvolto, sconcertato, non so che cosa pensare». Di certo c’è che Passariello, che con Mutone avrebbe piazzato la bomba dopo sei giorni di sopralluoghi svolti dagli altri tre complici, nelle intercettazioni, si è vantato: «Abbiamo fatto la storia». D’Avino, invece, avrebbe ricevuto l’incarico di trovare la bomba per colpire Ranucci.
A incastrare i quattro arrestati è stata l’auto utilizzata: una Fiat 500 X noleggiata a Baiano, in Campania, e individuata sulla via Pontina. I mandanti, in primis Lavitola, per gli inquirenti, avrebbero garantito agli esecutori materiali soldi, schede telefoniche, assistenza legale, soggiorni all’estero (per esempio Clesio Tavares dopo l’attentato a Ranucci, si è trasferito in Camerun, dove tuttora risiede). A portare le indagini verso il mediatore africano, che avrebbe rapporti con il clan Russo, è stata la sua frequentazione con D’Avino. Quest’ultimo, quando viene arrestato, chiede al suocero di avvisare Gomes affinché quest’ultimo avvisi «quell’altro», probabilmente Lavitola. La compagna del camerunense, al telefono, si sarebbe lamentata con lui «del fatto che non è ancora rientrato in Italia, citando tale Valter come il soggetto dal quale dipende il ritorno in Italia».
Per la Procura sarebbe l’ennesimo tassello che confermerebbe il coinvolgimento di Lavitola, che «si è interessato all’immediato allontanamento del Gomes dall’Italia, facendolo partire per il Camerun e preoccupandosi della sua assistenza legale». Clesio Tavares avrebbe fatto anche un sopralluogo nei pressi dell’abitazione di Ranucci il 15 settembre 2025. Diversi testimoni oculari del quartiere di Monteverde Vecchio, ieri, hanno raccontato che il presunto «intermediario» era «sempre al fianco di Lavitola» e che «lavorava per lui come autista e tuttofare, ma non era un dipendente del ristorante Cefalù, frequentato spesso da Ranucci». I lavoratori del ristorante Cefalù hanno negato di conoscerlo. I magistrati, quando hanno sentito rivendicare sia da Lavitola che da Ranucci, la datata reciproca amicizia, non hanno potuto evitare di prendere in considerazione anche la pista apparentemente più assurda: «Eliminate tutte le precedenti quella, per quanto improbabile e incredibile, è l’unica che resta» ha ammesso un investigatore. Un’ipotesi che gli inquirenti avrebbero buttato lì anche con Lavitola durante la perquisizione di sabato per stimolare l’indagato a parlare.
«Si rende conto della follia» è l’unico commento dell’ex giornalista, prima di inviarci il numero del suo avvocato, Sergio Cola. Ranucci, con più di uno, ha fatto notare come il legale, per una curiosa coincidenza, sia anche difensore del clan Contini, quello a cui Report aveva pestato i piedi. Ma l’avvocato ci tiene a precisare che lui ha difeso quasi tutti i clan e che assiste Lavitola da circa una quindicina di anni. I due sono attesi in Procura oggi alle 15:30, dove l’indagato potrebbe avvalersi della facoltà di non rispondere.
Da parte sua, Ranucci è convinto che il vero movente emerga in un’intercettazione agli atti, in cui D’Avino riporterebbe le parole del presunto mandante: «Ha detto, “Io gli do fino all’ultimo centesimo” […] “Se parla quell’altro lì, io non ti assicuro niente”. Quello ha detto a quello che non dobbiamo proprio farlo arrivare a Corrado…».
Per il conduttore, D’Avino, che aveva i contatti con l’intermediario, voleva dire che non bisognava fare arrivare le indagini a «Corrado», che sarebbe un imprenditore legato al clan Contini, che sarebbe coinvolto in un traffico di armi internazionale ed è legato al clan Moccia nell’alleanza di Secondigliano, lo stesso che ha gli interessi nel cantiere di Rovigo. Inoltre Lavitola avrebbe insistentemente chiesto a Ranucci, durante i pranzi e le cene al ristorante Cefalù, notizie sul medesimo cantiere. Ma i magistrati non si sono mai lasciati convincere da questa ricostruzione per la mancanza di contatti tra gli esecutori dell’attentato e i titolari del cantiere e all’intercettazione che abbiamo appena citato danno tutt’altro senso.
Per esempio il significato potrebbe essere che non bisognava fare arrivare la notizia a questo Corrado e non le investigazioni. Anche se l’interlocutrice di D’Avino, la fidanzata Marika, sembra dare ragione a Ranucci, rispondendo così: «Ma ci vogliono sei mesi per chiudere un’indagine». Secondo gli inquirenti ci potrebbe essere pure un’altra possibile chiave di lettura. Le investigazioni non avrebbero dovuto coinvolgere «Corrado», intendendo lo storico conduttore televisivo, un soprannome che celerebbe il vero mandante, cioè Ranucci. La verità è che gli indagati, per quanto sgarrupati, il nome di chi li ha assoldati per mettere la bomba, mentre venivano intercettati, non lo hanno mai fatto. Ranucci sostiene che l’idea di un suo coinvolgimento in questa brutta storia non sia solo «imbarazzante», ma «offensiva persino da pensare»: «Secondo voi io metto la mia storia, la mia carriera nelle mani di Lavitola?» ha commentato ieri con tono amaro.
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