«La sinistra ha la faccia come il Covid». Duro, puntuale, il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera Galeazzo Bignami e componente della commissione d’inchiesta sull’emergenza sanitaria, in un video sui social ha chiarito perché è falso parlare di 100 milioni dati dal governo Meloni a un’azienda «vicina a Fdi», come da giorni stanno titolando i giornali.
«Il Tribunale di Roma ha condannato lo Stato italiano, cioè tutti noi, a pagare 250 milioni in favore della Jc Electronics Italia perché durante la pandemia il governo Conte ha stracciato un accordo con questa azienda che si impegnava a dare mascherine», puntualizza Bignami, che si è dimesso dalla commissione Covid per essere audito, invitando Giuseppe Conte a fare altrettanto.
Ha ricordato che si trattava di «una sentenza immediatamente esecutiva», che l’avvocatura generale dello Stato aveva fatto appello ma per i tecnici «rischiava di finire peggio», quindi avevano dato il via a una trattativa con l’azienda che decideva «di prendere subito il 40%, che non sono pochi, sono 100 milioni di euro», conviene Bignami, ma «si rischiava di pagare molto di più». La sinistra, invece di dire abbiamo limitato i danni, strepita, sostiene che non si doveva fare l’accordo, parla di «soldi dei contribuenti» assegnati a un’azienda «per decisione politica» ma sorvola sulle responsabilità dell’ex commissario all’emergenza Domenico Arcuri nominato con amplissimi poteri dall’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Se, con sentenza pubblicata il 7 novembre 2024, la presidenza del consiglio dei Ministri e il ministero della Salute vengono condannati al pagamento di 203.012.065,34 euro in favore della Jc Electronics Italia, oltre gli interessi di mora, anche questo rientra nella rovinosa gestione delle forniture di mascherine durante l’emergenza Covid ad opera del Pd e dei 5 stelle.
Ricordiamo che la Jc electronics Italia dell’imprenditore Dario Bianchi, società con sede a Colleferro, in provincia di Roma, nel marzo del 2020 aveva firmato un contratto di fornitura di mascherine filtranti KN95, commissionate dal dipartimento Protezione civile di Palazzo Chigi. Dopo la nomina di Arcuri i contratti sottoscritti in precedenza erano stati trasferiti alla nuova struttura, ma il commissario straordinario ritenne quei presidi medici non a norma.
Il cavillo, usato dall’ex ad di Invitalia per stracciare il contratto firmato, era legato alla mancata validazione della fornitura da parte del Comitato tecnico scientifico, il Cts, per una asserita mancanza di documentazione tecnica. La società di Bianchi, che racconta di aver subito ben 28 controlli, dall’Agenzia delle entrate alle Dogane, dalla Guardia di Finanza ai carabinieri, tutti con esito positivo, fa causa e il Tribunale di Roma in composizione collegiale dà ragione alla Jc electronics.
Afferma che deve «ritenersi ingiustificato e pretestuoso l’atteggiamento del commissario che ha addotto un motivo infondato per sciogliersi unilateralmente dal vincolo contrattuale». Non solo, sottolineando che «la mancata approvazione del Cts, per come è emerso nel procedimento penale celebratosi a carico del commissario straordinario Arcuri, è dipesa unicamente dal mancato invio da parte di quest’ultimo a detto organismo della completa documentazione, ivi compresa l’approvazione ottenuta dall’Inail», i giudici del Tribunale di Roma riportano la richiesta di archiviazione del 14 novembre 2022 presentata nei confronti dell’ex commissario da parte dei pubblici ministeri Gennaro Varone e Fabrizio Tucci.
I pm scrivevano che «il reato contestato presuppone il dolo intenzionale. Che il commissario Arcuri avesse un interesse a creare una sorta di esclusiva alle importazioni cui sovrintendeva Tommasi Vincenzo» e che «questa è la tesi sostenuta da questo ufficio». Arcuri era stato accusato di aver gestito le importazioni in modo da favorire un circuito esclusivo, quello di Vincenzo Tommasi e Mario Benotti (oggi scomparso), due dei mediatori della maxicommessa da 800 milioni di mascherine, pagate 1,2 miliardi di euro. Aggiungevano i pm: «Tuttavia, da tale elemento di giudizio non può desumersi, con la ragionevolezza che richiede l’esercizio dell’azione penale, che il commissario Arcuri abbia dato espressa disposizione al Fabbrocini (il Rup Antonio Fabbrocini, responsabile unico del progetto, ndr) di ignorare la seconda Pec dello Studio Legale Palma Boria. Se ne può avere il sospetto, ma si resta nel campo della intuizione personale e non della prova penale». Così, venne presentata richiesta di archiviazione per l’ex commissario all’emergenza. «La ragione, o il pretesto, della chiusura del contratto era la presunta inidoneità delle mascherine, la cui certificazione era invece stata regolarmente inviata ma, “per una svista”, non inoltrata da Antonio Fabbrocini, vice di Arcuri e responsabile unico del procedimento, che finora si è sempre sottratto a un’audizione nella commissione di inchiesta», evidenzia Lucio Malan, presidente dei senatori di Fdi e componente della commissione Covid. Il Tribunale di Roma aveva stabilito che a causa della mala gestione della struttura nominata da Conte, si dovevano pagare oltre 250 milioni. «La transazione, attuata con il parere favorevole dell’avvocatura dello Stato e della Corte dei Conti, ha fatto risparmiare ai contribuenti oltre 150 milioni», aggiunge Malan. «È incredibile, la sinistra invece di scusarsi con gli italiani viene a fare la lezioncina su come risolvere i problemi che loro hanno creato», ironizza Bignami che annuncia la volontà di Fdi di fare esposto alla Corte dei Conti sugli sprechi di Conte.
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