Così la Procura di Roma ha «salvato» Arcuri e arricchito i mediatori
Domenico Arcuri (Imagoeconomica)

Quando si ha a che fare con la giustizia, per uscirne indenni ci vuole anche una certa fortuna. E i mediatori delle mascherine cinesi da 1,25 miliardi, l’ex commissario straordinario Domenico Arcuri e l’avvocato Luca Di Donna, ex collega nello studio di Guido Alpa dell’ex premier Giuseppe Conte, ne hanno avuta molta.

Partiamo dai primi. Andrea Tommasi, Daniele Guidi & C., accusati di traffico di influenze e frode in pubbliche forniture per gli 800 milioni di dispositivi di protezione forniti da tre consorzi cinesi al nostro governo grazie ai loro buoni uffici, sono stati assolti e hanno potuto recuperare i 72 milioni di euro di provvigioni che i magistrati romani avevano fatto loro sequestrare.

Ma per arrivare a questo risultato c’è stato bisogno di una buona stella. Che è rappresentata dalla lentezza messa in mostra dalla Procura nel chiedere l’incidente probatorio per verificare l’idoneità delle mascherine vendute al governo dai consorzi cinesi.

Come ha ricostruito Panorama, oggi in edicola, il giudice per l’udienza preliminare Ilaria Tarantino, nella sentenza depositata lo scorso 30 aprile, ha dichiarato il non luogo a procedere per il reato di frode in pubbliche forniture, spiegando bene quale sia stato il cortocircuito: «Veniva conferito incarico al perito, ma lo stesso accertava che la gran parte dei dispositivi in sequestro aveva da tempo superato la scadenza, che ne ha irrimediabilmente compromesso la qualità ed efficacia originaria, mentre altri campioni erano prossimi alla scadenza. Pertanto, in data 19 maggio 2023, il giudice, sentito il perito in contraddittorio, nulla opponendo le parti, non ravvisando più le condizioni per poter proseguire nell’esame peritale, stante la impossibilità di pervenire a un accertamento in ordine alla idoneità delle mascherine oggetto di indagine, revocava l’incidente probatorio, ordinando il dissequestro dei dispositivi».

DUE ANNI DI RITARDO

E pensare che già il 4 dicembre 2020 i militari delle Fiamme gialle avevano scoperto che quattro giorni prima, il 30 novembre, gli indagati avevano inviato al braccio destro di Arcuri, Antonio Fabbrocini, due plichi contenenti «le certificazioni Ce, i test record e i campioni delle mascherine ordinate». Un invio che anche il gip trovò sospetto, essendo stato deciso dopo i nostri scoop e «ben oltre la stipula dei contratti di fornitura».

Quindi i pm erano già allertati da tempo sulla possibile inidoneità dei dispositivi. Ma hanno atteso due anni prima di chiedere l’incidente probatorio e, successivamente, sono passati altri cinque mesi prima che qualcuno si accorgesse che era troppo tardi per dichiarare ufficialmente che quelle mascherine fossero inservibili e che quindi non fosse più possibile contestare alcun reato.

Lo stesso avvocato di Arcuri, Grazia Volo, in aula ha bacchettato gli inquirenti: «Oggi ci sono stati mossi tutta una serie di rimproveri, rispetto al fatto che le mascherine potevano essere addirittura pericolose. Molto bene. Queste mascherine sono state sequestrate nel 2021, ma soltanto a dicembre del 2022 la Procura richiede l’incidente probatorio». Il 14 febbraio 2023 il gip lo ha ammesso, ma è stato lo stesso pm a revocare la richiesta dopo aver constatato che a maggio del 2023 130 lotti su 138 erano scaduti.

La Procura ha, quindi, chiesto il dissequestro dei dispositivi di protezione sequestrati nel 2021 e il gip Mara Mattioli lo ha disposto il 20 giugno 2023, poiché nessun accertamento peritale era ormai più possibile.

LA LETTERA DI ARCURI

Ancora più singolare è stata la vicenda che ha portato all’archiviazione di Arcuri dall’accusa di corruzione. Una questione su cui nessuno ha ancora ritenuto di dover fare piena luce.

Noi ne abbiamo scritto ben cinque anni fa, ma la notizia potrebbe essere ancora di stretta attualità.

A seguito dei nostri scoop del 19 e 20 novembre 2020 sull’affaire delle mascherine cinesi, Arcuri, in quel momento indagato per corruzione, ha inviato una lettera al procuratore di Roma Michele Prestipino, mettendosi a disposizione per dare tutti i chiarimenti necessari e dopo soli nove giorni gli inquirenti capitolini hanno stralciato la sua posizione e quella di Fabbrocini, responsabile unico del procedimento. I due erano stati iscritti sul registro degli indagati il 9 novembre. Il motivo del sospetto nasceva dal fatto che i mediatori indagati avessero utilizzato immediatamente parte delle provvigioni incassate «per l’acquisto di beni voluttuari, suggestivi di impiego corruttivo» e, poi, dalle intercettazioni erano emersi, a dire dei pm, «i continui riferimenti da parte dei predetti “soci”, alla necessità di un accredito personale con il commissario Arcuri, quale necessario passe-partout per ottenere nuove commesse pubbliche». Ma in pochi giorni i loro sospetti erano stati fugati: infatti, il 3 dicembre i pm chiedono lo stralcio per Arcuri e Fabbrocini e, dopo poco, l’archiviazione. Nove giorni prima della decisione era giunta presso la segreteria particolare del procuratore Michele Prestipino la missiva di Arcuri. Sul documento, agli atti, compare una nota scritta a mano: «V. al dottor Ielo». E tra parentesi un invito: «Parliamone». Significa che il procuratore, dopo aver letto il documento, lo ha assegnato al suo aggiunto con l’obbligo di condividere eventuali iniziative. C’è infine la trasmissione al pm Gennaro Varone. Sulla destra la lettera viene classificata come «Ris», riservata, e anche sulla busta è riportata la dicitura «riservata personale».

La comunicazione è su carta intestata della Presidenza del Consiglio dei ministri ed è firmata dal commissario. L’incipit («Egregio procuratore») è scritto a mano, il resto del testo al computer. Arcuri cita subito gli scoop della Verità: «Nei giorni scorsi sulla stampa quotidiana è stato pubblicato un articolo, in allegato (in realtà sono due, ndr), in cui si dava conto di un’indagine in corso relativa a presunte “commissioni” pagate nell’ambito di forniture di materiale sanitario, in particolare mascherine, acquisito dalla struttura commissariale». Arcuri sembra voler capire se esista un’indagine della Procura, informazione che, in quel momento, era coperta da segreto: «La ricostruzione giornalistica, pur non richiamando esplicitamente indagini di natura giudiziaria, mi induce a ritenere possibile che l’ufficio da lei diretto possa aver avviato in proposito approfondimenti finalizzati ad accertare fatti e circostanze e a valutare la legittimità delle attività svolte». In effetti Arcuri in quel momento è indagato e, immaginandolo, offre la propria piena collaborazione ai pm, un po’ come ha fatto nella lettera inviata lo scorso 18 giugno al presidente della commissione Covid, Marco Lisei. «Avverto il dovere di mettermi immediatamente a disposizione della Signoria vostra», scrive Arcuri a Prestipino, «qualora ritenuto opportuno, per concorrere a individuare e fornire ogni elemento eventualmente utile a indagini o accertamenti che fossero in corso e ciò non solo per una doverosa collaborazione istituzionale, ma anche per dare un chiaro e inequivocabile segnale del rigore con cui la struttura commissariale opera e intende continuare a operare». Specifica che il «comune intento» è quello «di garantire, anche nell’emergenza, il rispetto della piena legalità». E per questo informa il procuratore che «potrà contare sulla fattiva e concreta collaborazione» dello stesso Arcuri e dei suoi uffici. Non risulta che l’ex commissario straordinario sia mai stato sentito in quella fase, ma la Procura si affretta comunque a chiedere l’archiviazione dall’accusa di corruzione, forse per sopravvenute e mai completamente chiarite evidenze investigative.

In capo ad Arcuri restano le ipotesi di peculato e abuso di ufficio, ma, alla fine, cadono entrambe. Ma se all’ex commissario è andata bene, la Procura non ha forzato le indagini neppure nei confronti dei suoi collaboratori più stretti. Per esempio l’1 dicembre 2020 le Fiamme gialle inviano ai magistrati, «per le valutazioni di competenza», «l’elenco degli obiettivi e dei relativi indirizzi […] ove è possibile ricercare e reperire documentazione di interesse in ordine alle fattispecie delittuose per le quali si procede». Nell’elenco compaiono anche le abitazioni di Mauro Bonaretti, magistrato contabile, e del già citato Fabbrocini, in quel momento ancora indagato insieme con il commissario. I sostituti procuratori accolgono quasi tutte le proposte, eccetto quella di bussare all’alba a casa dei due membri dello staff del commissario. Non è finita. Il 3 dicembre i pm Tucci e Varone chiedono alla Guardia di finanza di raccogliere la testimonianza di Bonaretti. Ma sopra il foglio con la delega si legge una correzione a mano: «Anzi citare Mauro Bonaretti a comparire davanti ai pm per essere sentito in qualità di persona informata dei fatti». A che cosa si deve il ripensamento? Le toghe non volevano affidare il testimone alle cure dei finanzieri?

C’è poi la questione che riguarda l’avvocato Di Donna. Per lui i pm romani Stefano Pesci e Tucci hanno chiesto l’archiviazione a seguito della modifica del reato di traffico di influenze deciso dal governo, anche se era stato indagato e perquisito pure per il delitto di associazione per delinquere, scomparsa dalle contestazioni. Lo stesso Tucci, questa volta con l’aggiunto Paolo Ielo, nel procedimento gemello contro Tommasi, Guidi & C. ha sollevato questione di costituzionalità davanti alla Consulta, che, però, ha ritenuto infondata l’eccezione, confermando la legittimità della legge Nordio di modifica dell’articolo 346 bis del codice penale.

LO 007 E «L’AMICO» DI CONTE

Nella vicenda Di Donna, nel dicembre 2020, quindi all’inizio delle investigazioni, irrompe la figura di Enrico Tedeschi, generale della Guardia di finanza, in quel momento capo di gabinetto presso l’Agenzia informazioni e sicurezza esterna (l’Aise).

L’alto ufficiale, il 30 dicembre 2020, con le sue dichiarazioni testimoniali rese di fronte ai pm Ielo e Tucci, mette al centro della scena l’avvocato Giovanni Bruno e la sorella Brunella, ex ufficiale della Guardia di finanza, poi transitata nella magistratura amministrativa.

Tedeschi era stato convocato perché l’imprenditore Giovanni Buini, grande accusatore degli avvocati Di Donna e Gianluca Esposito, aveva detto di aver incontrato il generale proprio nello studio Di Donna. Tedeschi ha spiegato ai pm come fosse entrato in contatto con il legale: «L’ho conosciuto a casa della dottoressa Brunella Bruno, con cui ho rapporti di amicizia, a una cena alla presenza di magistrati contabili. Il rapporto si è poi evoluto attraverso il fratello di Brunella, Giovanni Bruno, professore alla Sapienza, che credo fosse presente anche alla cena di cui ho parlato». Il teste ha anche dichiarato di avere presenziato all’incontro tra Buini e gli avvocati Di Donna ed Esposito per «una ragione istituzionale», poiché l’Aise era «alla ricerca di forniture di mascherine» e Tedeschi ne aveva parlato con Di Donna.

Giovanni Bruno, anche lui allievo del professor Guido Alpa come Conte, Di Donna ed Esposito (pure lui archiviato dal tribunale di Roma su richiesta della Procura), tutti docenti alla Sapienza, nell’agosto 2018 diventa commissario straordinario di Condotte Spa, società in amministrazione straordinaria, e conferisce numerosi e remunerativi incarichi all’avvocato Domenico Ielo, fratello di Paolo, vale a dire il procuratore aggiunto che in quel momento coordinava il pool dei reati contro la Pubblica amministrazione, lo stesso che avrebbe firmato nel 2020 il verbale di sommarie informazioni del generale Tedeschi, ma anche il pm che, nel 2013, aveva iscritto sul registro degli indagati Brunella Bruno e ne aveva chiesto, successivamente, la condanna e che, nel 2017, aveva definito Giovanni Bruno «un avvocato riconducibile» al faccendiere Piero Amara.

INCARICHI AL FRATELLO DEL PM

Il primo incarico, dell’importo di 265.000 euro rinnovabili per gli anni successivi con riduzione del 15%, Bruno lo ha conferito all’avvocato Ielo il 27 dicembre 2018. Lo stesso giorno Bruno ha dato mandato a Di Donna di esaminare le domande di ammissione allo stato passivo della procedura con un compenso di 110 euro cadauna. Dal 10 aprile 2019 Bruno dà diversi altri incarichi all’avvocato Ielo: prima uno da 21.600 euro, il 2 febbraio 2021 un altro da 10.000 euro (lo stesso giorno Di Donna si guadagna 15.000 euro al mese più spese), il 7 aprile 2021 uno da 10.666 euro e uno da 15.000, il 16 novembre un ulteriore lavoro da 6.000 euro, il 19 luglio 2022 da 15.000 euro e il 22 maggio 2023 da 3.000 euro per ogni credito recuperato con un tetto massimo di 70.000. Altri incarichi vengono affidati da Bruno al suo vecchio mentore Alpa e all’avvocato Esposito.

Con il nuovo ministro Adolfo Urso i rapporti cambiano e Bruno e gli altri due commissari vengono revocati con conseguenti contenziosi e denunce reciproche.

Sui rapporti tra Bruno e l’avvocato Ielo sono state rese interessanti dichiarazioni all’udienza del 15 febbraio 2023 a Perugia, nel processo nei confronti degli ex pm Luca Palamara e Stefano Fava.

LA CONTRADDIZIONE

L’avvocato di Fava chiede in aula a Bruno se nell’agosto 2018 avesse telefonato all’avvocato Ielo «per invitarlo a presentare domanda per gli incarichi» che Bruno «doveva conferire quale amministratore straordinario di Condotte Spa». Bruno risponde senza esitazioni: «Assolutamente no».

Nella stessa udienza l’avvocato Ielo dimostra di avere ricordi opposti: «Allora, il professor Bruno mi telefona nella seconda metà di agosto […] 2018… mi dice: “Sono il professor Bruno, sono il fratello della dottoressa Brunella Bruno – perché avevo conosciuto in alcuni convegni la sorella -. Sono stato nominato commissario straordinario di Condotte: lei sarebbe disponibile ad assistere la società?”».

Il difensore di Fava, in data 4 maggio 2022, ha presentato formale richiesta al procuratore di Roma Franco Lo Voi per sapere se Paolo Ielo, a seguito delle dichiarazioni rese dal generale Tedeschi, si fosse astenuto.

Con nota scritta del 9 maggio 2022, il procuratore aggiunto Lucia Lotti ha risposto così: «Con riferimento alle dichiarazioni rese dal generale Enrico Tedeschi, il dottor Paolo Ielo non ha presentato alcuna richiesta di astensione».

Ma gli atti successivi dell’inchiesta Di Donna, a quanto ci risulta, sono stati firmati direttamente dal procuratore Prestipino.

Da non perdere

Lo scoop della «Verità» inguaia Conte
Inchieste

Lo scoop della «Verità» inguaia Conte

Quasi amici. Anzi, no: proprio amici amici. Lo dice Domenico Arcuri, ex commissario straordinario durante l’emergenza Covid, a proposito di Giuseppe Conte, commissario che indaga sulla gestione dell’emergenza Covid. Vi pare un’anomalia o quanto meno una frequentazione poco opportuna? Può…