Ranucci, il commando è pronto a vuotare il sacco
Valter Lavitola (Ansa)

Valter Lavitola, nella ricostruzione della Procura e del gip, sembra aver costruito un gioco nel quale ciascuno doveva vedere soltanto il pezzo di realtà che gli veniva mostrato. Sigfrido Ranucci doveva vedere un attentato talmente grave da rendere necessario un rafforzamento della protezione.

Esecutori pronti a confessare su Ranucci-Lavitola

E gli uomini del commando reclutati in Campania dovevano credere a un lavoro commissionato dall’alto, con la promessa che, se qualcosa fosse andato storto, qualcuno si sarebbe occupato di loro. Il problema è che, a distanza di mesi, il meccanismo ha cominciato a girare al contrario. E ora alcuni di loro, dopo la conferma della loro detenzione al Tribunale del Riesame, sarebbero pronti a vuotare il sacco in Procura.

Per il gip, con loro sarebbe stato stretto un «accordo preliminare» che avrebbe dovuto garantire agli esecutori copertura economica e difensiva in caso di arresto. Marika De Filippis, una delle persone arrestate (ai domiciliari), la chiamava «l’assicurazione». Il 2 luglio, intercettata, utilizza la metafora del viaggio: «Quando fai il viaggio metti l’assicurazione sopra». Poi ricorda ciò che sarebbe stato concordato all’inizio: «Quella è la prima cosa che è stata detta». Se il volo salta, spiega, «loro ti rimborsano».

L’assicurazione promessa dal commando si rivela falsa

Quando i quattro finiscono in carcere, però, scoprono che la polizza era farlocca. Il 7 luglio Pellegrino D’Avino, intercettato in cella, scarica tutta la rabbia contro Gomes Clesio Tavares, «O’ Nir», l’uomo che secondo l’accusa li avrebbe reclutati per conto di Lavitola: «Mi hai messo a me in mezzo alle tarantelle e tu te ne volevi uscire?». E ancora: «Mi devo fare la galera come uno scemo?». Alla fine il conto diventa quasi miserabile: «Neanche un pacchetto di sigarette hai mandato, zozzo!». Il giudice interpreta quella conversazione come lo sfogo di uomini che si sentono «sacrificati da soggetti più forti e protetti».

I due, valuta il gip, «pur riconoscendo di non avere una caratura criminale sufficiente a contrastare un personaggio come Lavitola, che dispone evidentemente di conoscenze e di capacità difensive ben superiori alle loro, affermano «[…] non siamo nessuno […]». Poi però aggiungono l’unica arma a disposizione: «Abbiamo la cattiveria».

La rabbia cresce per i soldi mai arrivati

Saverio Mutone, il giorno dopo, mette sul tavolo quello che ritiene di aver rispettato: «Io il mio dovere l’ho fatto». Antonio D’Avino risponde parlando dell’altra metà dell’accordo: «Mi aspettavo che qualcuno ci aiutasse […] non ci hanno aiutato». Il gip chiarisce che i due stanno recriminando sul mancato rispetto di impegni assunti da terzi prima dell’azione: «Sostentamento economico» e «assistenza legale». Il bersaglio della rabbia è prima Gomes e poi chi sta sopra Gomes. D’Avino immagina di affrontarlo quando tornerà dall’estero. Se Gomes dovesse giustificarsi dicendo «ma io stavo al mio Paese», la risposta è già pronta: «Mandaci qualcuno». E soprattutto: «Adesso tu vai da quello, mandate i soldi». Poi: «Abbiamo speso i soldi per l’avvocato, va’ da quello e fatti dare i soldi».

Il 10 luglio la frattura diventa quasi una dichiarazione di guerra. D’Avino dice a Mutone: «Quando esco da qua dentro, Saverio, mettiamoci in macchina e andiamo a casa di quello che ci deve ritornare i soldi, perché non abbiamo fatto gli scemi di quello». Passariello porta il ragionamento sulle conseguenze della detenzione: «Fammi capire, la mia compagna si deve prostituire per darmi da mangiare? […] Lui mi deve dare quello e quell’altro». Lavitola, nella percezione degli stessi uomini finiti dentro, è ormai quello che sta dall’altra parte del tavolo. Mutone lo indica come «quell’altro da Salerno (città in cui è nato l’oste del Cefalù, ndr)» e il gip valorizza soprattutto una frase: «Butta gli altri avanti e lui si prende i soldi».

La soffiata anonima sul caso Ranucci-Lavitola

Per il giudice è il modo in cui gli esecutori rappresentano ormai il livello superiore: chi decide non rischia, chi esegue finisce in carcere. E, mentre attendono invano l’aiuto dei mandanti, scoprono che nemmeno il mondo criminale nel quale si muovono ha intenzione di coprirli.

Il 6 aprile, molto prima degli arresti, al pm Carlo Villani arriva una mail anonima. Oggetto: «Regalo di pasqua». Comincia così: «Vi do una mano a prendere quel deficiente ha fatto quel casino fuori casa di Ranucci». Il «deficiente» è Antonio Passariello. Il mittente spiega anche perché ha deciso di venderlo: «Se me lo vendo è perché lui ha lavorato per il clan Moccia di Afragola senza avvisare ai compagni che ha intorno». E in modo sgrammaticato aggiunge: «Lui lavora per gli amici di Nola e se ce lo avrebbe detto Non glielo avremmo mai permesso perché Ranucci a noi non ci ha fatto niente e questi sono guai che non vogliamo». La mail si chiude con questa frase: «E che regalo Villani che hai avuto». E consegna agli investigatori indirizzo, automobili, numeri di telefono e indicazioni sugli uomini che frequentano Passariello.

Gli investigatori scoprono chi ha inviato l’email

La sorpresa è che gli investigatori riescono anche a bucare l’anonimato. L’indirizzo di posta era stato creato appena 19 minuti prima dell’invio. Per registrarlo era stato utilizzato un numero riconducibile a un uomo al quale pochi giorni prima Passariello aveva raccontato dell’attentato. Il giudice ritiene possibile concludere «con ragionevole certezza» che sia stato lui, «verosimilmente per conto di qualcun altro», a inviare la soffiata al pubblico ministero.

La beffa, dunque, è doppia. Gli uomini del commando ritengono di essere stati scaricati da chi aveva garantito soldi, avvocati e protezione. Ma sono stati scaricati anche lateralmente, dal loro stesso ambiente criminale, che davanti alla possibilità di essere trascinato nella bomba contro Ranucci decide di consegnare agli investigatori uno degli esecutori. «L’assicurazione», insomma, non arriva. Il «Regalo di pasqua», invece, è puntuale.

Ranucci, Lavitola e gli altri protagonisti

E adesso quel rancore è il punto più delicato per Lavitola e Gomes. Finora i tre uomini, detenuti in carcere, e la donna, ai domiciliari, sia nell’interrogatorio di garanzia che in quello davanti al pm si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. Ora i quattro, accusati a vario titolo di detenzione, porto in luogo pubblico e uso di ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento aggravati dal metodo mafioso, sono pronti a tornare davanti agli inquirenti.

La richiesta verrà formalizzata la prossima settimana. E potrebbero non essere gli unici a bussare alla porta degli inquirenti. Il difensore di Lavitola, l’avvocato Sergio Cola, sta valutando l’opportunità di chiedere un secondo interrogatorio del suo assistito (oltre a un ricorso al Riesame). Ma, soprattutto, gli inquirenti sentiranno la parte offesa: Sigfrido Ranucci. Così, davanti ai magistrati, l’area comincia ad affollarsi.

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