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Sigfrido Ranucci (Ansa)

Se non fosse che c’è di mezzo un tentato attentato, ci sarebbe da dire che ci stanno «minchionando», termine che si addice perfettamente all’ambientazione siciliana del bistrot Cefalù, scena di questa tragicommedia intensamente assurda che pare uscire dalla fantasia di Eugene Ionesco.

Ci stanno minchionando, di diceva. Il regista dell’attentato, Valter Lavitola, confessa di aver commissionato l’attentato per un eccesso di amore verso l’amico Sigfrido, tant’è che mica aveva chiesto una bomba, ma qualche colpo da sparare sui muri della villetta. Poi si sa come vanno le cose, la gente si fa prendere la mano e pure il gusto. Così gli spari sono diventati un ordigno esplosivo altamente pericoloso, ma sempre perché all’amico Ranucci rafforzassero la scorta. Poi alla domanda «Ma Ranucci poteva sapere?», la risposta è degna di un pitone che ti avvolge e ti stritola poco alla volta. «No comment».

Quell’altro – Sigfrido – non rendendosi più nemmeno conto che la vicenda ormai è scappata di mano, il giorno della confessione di Valterino ci mette il carico pesante associando a sé nientemeno che Aldo Moro, Piersanti Mattarella, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. I quali difficilmente si sarebbero attovagliati con un tipino come Lavitola, né gli avrebbero confidato ogni aspetto della propria vita pubblica e privata. Ma Mister Report non ci fa più caso: lui è il martire, lui è l’agnello sacrificale, lui è l’apostolo della verità. Lui… è. Per questo non gli passa per la testa quello che invece sfiora il capo di tutti gli altri: a Sigfri’, anche un po’ meno altrimenti scoppi…

E poi c’è la questione della conduzione di un programma che, come accade nel gran varietà italiano, prima era giornalismo in purezza e ora comincia a perdere brillantezza per le storie di amichettismo, come i servizi sul bravo viticoltore che però era stato un autore di Report o come nel documentario Food for profit di Giulia Innocenzi sugli allevamenti intensivi, che sarebbe stato finanziato anche da soggetti privati con interessi diretti nel settore vegano (conflitto non comunicato ai telespettatori). Questo per citare solo le ultime opacità.

Lavitola, Ranucci e il teatro dell’assurdo

E allora viene da domandarsi, appunto, se non ci stanno minchionando da tempo: Lavitola che lavora per portare Ranucci a Palazzo Chigi; Ranucci che, un po’ Wanda Osiris e un po’ Joan Lui, si bea della popolarità acquisita dalla plancia di comando di Report, si compiace per essere il cavaliere bianco del giornalismo d’inchiesta, anche se le inchieste battono troppo una sola strada come recentemente ha ammesso il super consulente della trasmissione Gian Gaetano Bellavia.

Come Report avrebbe raccontato l’attentato

E allora visto che tutto si tiene in questo teatro dell’assurdo, proviamo a immaginare come Report e Ranucci avrebbero raccontato l’attentato un minuto prima della confessione di Lavitola. Per alcuni esercizi non c’è nemmeno bisogno dell’Intelligenza artificiale perché la vanità umana è talmente strabordante che ti serve la pietanza sul piatto d’argento. Seguendo il suo infallibile fiuto giornalistico e la sua ben nota terzietà, Sigfrido ci porterebbe a spasso nel mondo delle sue inchieste più calde, da quegli interessi che lui ha toccato, quei fili ad alta tensione che lui ha mostrato al pubblico, dall’eolico alla finanza, dalla sanità alla destra eversiva (poteva mancare?). Non solo; convocato in commissione Antimafia, Ranucci ha tirato in ballo servizi segreti e Giovanbattista Fazzolari!

Il fiuto impeccabile del gran capo di Report avrebbe condotto le riunioni nelle direzioni su indicate. E di fronte ai passi degli inquirenti che invece battevano altre vie e andavano a perquisire l’abitazione di Lavitola, l’amico Sig ti diceva: stanno sbagliando tutto, stanno commettendo «uno svarione investigativo». Che c’entra Valter?, si è domandato fino all’ultimo. Ne è talmente convinto che infatti lo chiama la notte della perquisizione e si dice costernato, incredulo, dalla piega presa dall’inchiesta. Gli inquirenti, non essendo giornalisti di Report, invece vanno avanti per la loro strada e arrivano alla verità dei fatti. Quei fatti veri che invece nella puntata di Report il pubblico non avrebbe potuto vedere, perché avvitati nelle trame oscure delle tesi care a Ranucci e a quelli come lui.

Da Saviano a Lerner: la pista della destra

E qui sta il punto: l’ecosistema Report ormai è intossicato dalla vanità, dall’autoreferenzialità e dal fanatismo politico. Non è solo Sigfrido (che possiamo dire ormai si sentiva in odor di premiership, perché manipolato da Lavitola e da una folla osannante cui strizza l’occhio fingendo disinteresse…), ma anche tutti quelli che fanno parte del teatrino dell’assurdo, dove il «colpevole» prescinde dai fatti. Esempi.

Nei giorni successivi all’attentato, Gad Lerner attribuì la bomba a «classi dirigenti sovversive» e al governo, senza nominare responsabili precisi, scatenando polemiche sui social. Roberto Saviano, in un video social, disse che quanto accaduto a Ranucci nasceva da anni di delegittimazione riconducibile «a questo governo di estrema destra» e alla cultura social, parlando di un massacro mediatico contro chi fa inchiesta e di «democrazia morta». Massimo Giannini, su Repubblica, definì l’ordigno «una bomba contro la democrazia», evocando i giornalisti uccisi negli Anni di piombo, senza nominare esplicitamente il centrodestra ma alludendo. Ezio Mauro parlò invece di una delegittimazione populista e reazionaria del giornalismo, assimilato ai poteri forti e ridotto a nemico.

Poi per fortuna arrivano quelli che sanno fare le inchieste per bene e ti sbattano in faccia la verità. Che è più beffarda di quel che pensavi: è stato l’amichetto tuo…

Ps. Ovviamente non c’è bisogno di molte spiegazioni per capire che Sigfrido Ranucci non può più essere né il capoprogetto di Report, né il conduttore. Forse proprio per questo Matteo Salvini può evitare di regalargli assist, mettendo in difficoltà il presidente facente funzione della Rai, Antonio Marano. Che tra l’altro è in quota Lega.

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