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Paolo Zampolli (Getty Images)

Dalle parole all’azione, quando si ha che fare con Paolo Zampolli, il passo è notoriamente breve. Così, dopo aver espresso alla Verità l’intenzione di essere sentito dagli organi competenti della Rai per portare documenti e nuove informazioni sul cosiddetto metodo Report, l’inviato speciale di Donald Trump si è messo in moto e ha incaricato l’avvocato Maurizio Miculan di presentare un’istanza urgente.

I presupposti sono noti, in tre distinte puntate il programma d’inchiesta di punta della tv pubblica ha messo nel mirino la famiglia di Zampolli, la relazione con la sua ex, Amanda Ungaro e gli intrecci con Jeffrey Epstein e Melania Trump.

Ricostruzioni che il diplomatico Usa nato a Milano considera gravemente diffamatorie, basate su informazioni false e fonti non verificate o smentite. Al punto da chiedere un risarcimento danni da 5 milioni che neanche il classico tentativo di mediazione (davanti a Ranucci e al giornalista Sacha Biazzo) ha potuto evitare.

Dopo la richiesta di risarcimento, l’istanza alla Rai

Ma nella richiesta che sta per arrivare negli uffici di via Alessandro Severo ci sono altri particolari non meno interessanti che La Verità può anticipare.

L’istanza evidenzia come Zampolli sia pronto a fornire «ogni elemento utile non solo alla mancata verifica dell’attendibilità delle fonti utilizzate delle tre puntate a lui dedicate ma anche alla omessa verifica degli elementi addotti per dimostrare la falsità delle notizie riportate prima di ogni puntata». In buona sostanza, l’inviato di Trump avrebbe fornito alla trasmissione di Ranucci diverse evidenze che confutavano la tesi del programma che però non sono state minimamente prese in considerazione.

Tanto per fare un esempio. «Report», si legge nell’atto di citazione, «mostra al pubblico quello che definisce “il documento più inquietante su Zampolli negli Epstein files”. Una e-mail in cui un mittente oscurato, dunque anonimo, colloca Paolo Zampolli in una lista di presunti “killer”. Una “fonte” di tale natura non può, in alcun modo, fondare un’accusa tanto grave come quella rivolta all’odierno attore: “killer”. I convenuti non solo hanno ignorato la diffida dell’8 aprile, in cui si rappresentava l’inattendibilità di fonti anonime, ma hanno, altresì, scelto di selezionare l’e-mail più “scandalistica” di una fonte anonima della cui credibilità si poteva (doveva) dubitare».

«In tale contesto», si legge ancora nell’istanza, «verranno fornite prove relative ai possibili moventi di natura politica della messa in onda dei servizi su Zampolli, evidentemente orientati a delegittimare i suoi rapporti con Trump e il governo Meloni». E qui potrebbero trovare spazio i legami tra Report e alcune agenzie internazionali di cui Zampolli ha parlato alla Verità. Si tratta di organizzazioni giornalistiche globali (la Occrp e la Icij) che ricevono contributi dalla Open society di George Soros.

Non solo, perché verrà richiesto «ogni opportuno approfondimento volto a verificare se alcune delle fonti utilizzate da Report abbiano ricevuto denaro o utilità per rilasciare interviste diffamatorie». Entrano in gioco le dichiarazioni rese dallo stesso Zampolli, ma smentite da Ranucci, sui 5.000 euro che avrebbe ricevuto sua zia (Sara Gregorini, la sorella della mamma) per «parlar male di lui».

Il riferimento è alla puntata di inizio maggio (servizio «La Zia d’America») che si concentra sulle accuse al nipote di aver fatto interdire e ricoverare in una struttura per persone non autosufficienti la madre affetta da Alzheimer. Così come nell’istanza verranno messe nel mirino «le spese sostenute da Report per spostare giornalisti e troupe negli Stati Uniti e in Brasile, a spese dei contribuenti italiani».

«Possibile una class action negli Usa»

«Non vedo l’ora», aggiunge Zampolli alla Verità, «di poter portare documenti e testimonianze su queste e altre vicende che riguardano i servizi Report. L’arresto di Lavitola e il quadro raccapricciante che ne sta uscendo non fa che confermare quello che le “vittime” di Ranucci sanno molto bene.

Alla base di tutto c’è un metodo ben studiato che ha l’obiettivo di gettare discredito su una parte politica. Al punto che, e non sono da solo, con il mio avvocato stiamo studiando la possibilità di iniziare una class action lawsuits in America contro Report». Un’azione collettiva che di solito parte da uno o più proponenti ai quale poi si accodano tutti quelli che ritengono di aver subito lo stesso danno.

«Molti dei fatti e delle inchieste di Report», continua il diplomatico, «non riguardano il territorio italiano e si sono svolte all’estero. Io penso ci siano tutti i presupposti per iniziare una class action e a quel punto la richiesta di danni sarebbe non più di 5 ma di decine e decine di milioni di euro. Io, se fossi un contribuente italiano che paga il canone, sarei imbufalito, mi chiederei perché devo dare dei soldi per finanziare qualcosa che ha poco a che fare con il giornalismo. Insomma, smetterei di pagarlo».

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