La maxi truffa a Fideuram aveva già lasciato una traccia nei conti della banca prima di diventare un caso giudiziario. Nella relazione semestrale al 30 giugno 2026, Fideuram iscrive 38 milioni di euro tra gli «oneri non correlati alla gestione ordinaria», una voce che nel primo semestre 2025 era a zero. Nel documento richiama anche «rischi operativi crescenti connessi a fenomeni di frode».
La banca non scrive che quei 38 milioni sono la perdita della frode. Ma i numeri parlano chiaro, perché permettono di capire come dalla tesoreria uscirono circa 95 milioni e 39,5 risultano da recuperare.
L’«onere» non rende il denaro definitivamente perduto, perché resta ancora possibile recuperarlo e soprattutto perché potrebbero esserci dei risarcimenti in futuro.
Il falso Messina e la voce clonata con l’Intelligenza artificiale
È il 23 febbraio 2026 quando Paolo Molesini, presidente di Fideuram, riceve su Whatsapp un messaggio da un numero diverso da quello noto, ma da un soggetto che dice di essere Carlo Messina, ad di Intesa Sanpaolo.
Il falso Messina gli annuncia che sarà contattato da un avvocato per chiudere l’acquisizione di una banca internazionale che Intesa non potrebbe comprare direttamente, anche perché una fuga di notizie rischierebbe di far intervenire la Consob, perciò l’operazione dovrebbe passare da Fideuram. A Molesini la spiegazione sembra plausibile, anche perché mesi prima l’operazione Generali era sfumata proprio dopo indiscrezioni.
La tattica funziona. Poi arriva la telefonata di chi sembra essere Paolo Nastasi, managing partner italiano di A&O Shearman. Nastasi è estraneo ai fatti: la sua voce sarebbe stata clonata con l’Intelligenza artificiale.
Undici documenti e i bonifici verso Cina e Hong Kong
A questo punto a Molesini vengono inviati undici documenti, tra cui un accordo di massima riservatezza e una procura speciale apparentemente firmata da Messina, quindi le coordinate dei bonifici.
Lo stesso giorno il responsabile della tesoreria e dei pagamenti di Fideuram viene contattato da una persona che si spaccia per l’amministratore delegato della banca, Lino Mainolfi. Gli preannuncia che Molesini lo avrebbe chiamato per disporre bonifici «urgenti e riservati».
Partono così bonifici verso Cina e Hong Kong per circa 95 milioni. Molesini era presidente e consigliere non esecutivo, dunque senza funzioni operative.
Resta da capire quali livelli autorizzativi siano intervenuti. Di sicuro una verifica in più – una telefonata a Messina o al vero Nastasi – avrebbe potuto spezzare l’inganno. La relazione semestrale indica Molesini dimissionario dal 4 marzo, ma il comunicato del 12 marzo parla di «ragioni personali»: il sottotesto non scritto è quello di essere caduto nella truffa.
Quando scatta l’allarme, Fideuram denuncia tutto alla Procura di Milano assistita dall’avvocato Guido Carlo Alleva. Il fascicolo è affidato ai pm Barbara Benzi e Alfonso Serritiello, nel pool coordinato da Eugenio Fusco, con indagini dei carabinieri.
Fideuram recupera oltre 53 milioni: ne mancano ancora 39,5
Una banca cinese blocca oltre 40 milioni, mentre altri 13 vengono individuati in Portogallo e sequestrati con decreto della gip Sonia Mancini. Nel provvedimento compare un presunto componente della banda: è un cittadino israeliano, un informatico di 48 anni, indagato «in concorso con ignoti». L’identità potrebbe essere falsa.
Da Maire Tecnimont a Sisal, le truffe fotocopia alle banche
All’appello mancano 39,5 milioni. Secondo gli inquirenti il denaro è transitato su conti esteri e in parte convertito in criptovalute. Il metodo ha precedenti italiani. Nel 2018 Maire Tecnimont perse 18,6 milioni di dollari dopo false email e un sedicente avvocato: il denaro finì tra Cina e Hong Kong. Nel 2019 lo stesso schema costò a Sisal 5,5 milioni.
Per quelle truffe la Procura di Milano ha chiesto nel 2025 il processo per tre italo-israeliani. Al momento non ci sarebbero collegamenti con Fideuram, ma il modus operandi presenta analogie.
Fideuram non è l’unico fascicolo. Nel maggio scorso una manager bancaria, convinta da email apparentemente riconducibili a un dipendente del suo istituto, ha autorizzato transazioni per 23,8 milioni.
I soldi sono stati dirottati tra Spagna, Singapore, Hong Kong e Bahrein mentre una parte è stata bloccata a Barcellona con sequestro firmato dal gip Sara Cipolla. Indaga il pm Enrico Pavone. Un’altra banca avrebbe perso circa 2 milioni, in parte recuperati in Croazia: il fascicolo è della pm Barbara Benzi.
Le tre indagini restano distinte. In Procura sottolineano che queste truffe sfruttano momenti di vulnerabilità e la fiducia in comunicazioni via Whatsapp o email. Le banche, però, dovrebbero avere «anticorpi» per bloccare rapidamente i trasferimenti. In parte ci sono riusciti, ma mancano ancora quasi 40 milioni.
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