medici pro clandestini

È tutto in due fogli e in due parole annotate a penna: «Vedi allegato». Il primo documento dice che il paziente presenta «condizioni generali buone», nessuna patologia infettiva in atto. Poi si arriva in fondo alla pagina e il quadro cambia. Il medico mette una croce accanto a due caselle con le scuse prestampate per non spedire gli immigrati da espellere nei Cpr: «Non ritengo la persona trasportabile su autoveicolo, aeromobile e nave» e «si ravvisano condizioni che precludono la convivenza in comunità ristretta». Per capire perché, bisogna girare pagina e leggere l’allegato.

Ospedale di Cona, il modulo per i Cpr: la visita al pakistano e il certificato di inidoneità

Siamo a Ferrara. Ospedale di Cona. È il 20 agosto 2025. Il paziente è un cittadino pakistano di 35 anni, indicato nella documentazione come Muhammad A., classe 1990.

Il medico è Giuseppe Ferraro, infettivologo dell’Azienda ospedaliero-universitaria di Ferrara. E l’allegato è un documento dal titolo che non lascia molto spazio alla fantasia: «Modulo per la valutazione di non idoneità alla vita nel Cpr».

Ovvero il documento diffuso dalla Società italiana di medicina delle migrazioni (Simm), dai giuristi dell’Asgi e dalla rete Mai più lager No-Cpr al centro dell’inchiesta della Procura di Ravenna.

L’attività investigativa, dopo le perquisizioni disposte qualche giorno fa, si è spostata in altri presidi ospedalieri italiani. E Ferrara è uno degli epicentri. Uno dei medici dell’ospedale di Ferrara è stato sentito in questura a Bologna.

Ma per capire che cosa accadesse a Cona, basta tornare a quei due fogli dell’agosto 2025. Sul modulo recuperato da La Verità il sanitario, che non è tra gli indagati, ha inserito soltanto il proprio nome, quello del paziente e il Cpr di destinazione.

Il resto è una successione di argomenti predisposti per arrivare alla conclusione finale. Si parte «dall’oggettiva incompletezza» delle verifiche, attribuita all’indisponibilità di un’anamnesi documentata e al «ridottissimo tempo» concesso per effettuare un approfondimento clinico che, secondo il testo, meriterebbe «ben altri tempi, competenze e mezzi diagnostici anche multidisciplinari».

E alla fine la conclusione è già stampata: «Esprimo in scienza e coscienza la valutazione di non idoneità del paziente al trattenimento nel Cpr».

Ferrara, il caso di Muhammad A.: il documento medico e le accuse del Comune

Nel documento compilato a Ferrara (al momento non è possibile stabilire se sia entrato negli atti dell’inchiesta) il Cpr indicato a penna è quello di Milano. Ed è qui che il primo foglio diventa interessante.

Perché la scheda della visita medica, datata 20 agosto 2025, fotografa un paziente che, almeno per quanto riportato in quella pagina, non presenta evidenti criticità. Eppure viene giudicato incompatibile con la convivenza in comunità ristretta.

Questo non significa che la valutazione medica sia errata. Ma solo che ricorda molto quelle predisposte a Ravenna. Sei giorni dopo quel certificato, il 26 agosto 2025, il Comune di Ferrara racconta pubblicamente una vicenda che, per data, età, nazionalità e dinamica, sembra coincidere con quella documentazione medica.

La polizia locale era entrata in un’azienda agricola alla ricerca di un pakistano ricercato in Lombardia. Ne trova un altro (che avrebbe collezionato diverse aggressioni e rimediato denunce da parte dei residenti) con gli stessi dati anagrafici, ma è la persona sbagliata.

Il trentacinquenne ha, però, il permesso di soggiorno scaduto dal dicembre precedente. Viene quindi portato all’ospedale di Cona per la valutazione sanitaria necessaria al possibile trattenimento in un Cpr. Il risultato è la non idoneità. Ed è il Comune, nel proprio comunicato, a parlare di «clausole di stile prestampate e ormai ricorrenti».

L’assessore comunale Cristina Coletti attacca quelle valutazioni sostenendo che sarebbero diventate «un automatismo prevedibile», con formule prestampate utilizzate sistematicamente senza, a suo giudizio, un’effettiva valutazione del singolo caso.

Medici anti-Cpr, da Ferrara a Ravenna: il legame con Simm e No-Cpr

Il pakistano riceve l’ordine di lasciare autonomamente l’Italia entro sette giorni. Documentazione che probabilmente avrà stracciato, conservando, invece, quella medica. E Ferrara, a ben vedere, presentava già un terreno fertile per la battaglia contro i Cpr.

L’1 marzo 2024 Simm, Asgi e rete No-Cpr avevano lanciato proprio lì un appello rivolto al personale sanitario affinché prendesse posizione sulle condizioni e sui rischi per la salute delle persone sottoposte a detenzione amministrativa.

«Stiamo con Gaza»: i sanitari solidarizzano con i medici indagati

E nel circuito delle iniziative compare anche Nicola Cocco, l’infettivologo che la Procura di Ravenna considera il perno della presunta associazione a delinquere (accusa che respinge).

In un programma di incontri dedicati proprio alla detenzione amministrativa, Cocco figurava accanto a Giancarlo Rasconi, del Poliambulatorio Caritas di Ferrara. Le conclusioni dell’iniziativa furono affidate, tra gli altri, a Medici senza frontiere e alla rete Mai più lager No ai Cpr.

Il fortino anti-Cpr probabilmente nasce in quel momento. Un sit-in per la Palestina, poi, diventa l’occasione per solidarizzare con i medici di Ravenna indagati.

Il 26 febbraio scorso, infatti, davanti all’ingresso numero 2 dell’ospedale di Cona si tiene il presidio «No liste, no bersagli. Stiamo con le Ong, stiamo con Gaza».

I camici bianchi si schierano compatti, esibendo una bandiera della Palestina, uno striscione con impresso «Stop genocide» e fogli con un messaggio analogo. È un flash mob sollecitato per la mobilitazione delle strutture sanitarie di tutta Italia.

L’iniziativa, nata «per dire no al bando del governo israeliano contro le Ong e per denunciare la violazione del diritto internazionale umanitario a Gaza», porta con sé anche un’altra finalità: i sanitari per Gaza di Ferrara esprimono «la propria piena solidarietà alle colleghe dell’ospedale di Ravenna».

Per loro, l’indagine a carico dei medici anti-Cpr rappresenta «un grave attacco all’autonomia del giudizio medico e ai principi deontologici della professione». Quelli richiamati nel modello prestampato. Lo stesso contestato per via giudiziaria a Ravenna.

In Toscana è in vigore il «libera tutti»

Se Ravenna è l’epicentro dell’inchiesta sui presunti certificati falsi utilizzati per impedire il trattenimento degli immigrati irregolari, i numeri spostano l’attenzione qualche centinaio di chilometri più a Sud.

Nella «rossissima» Toscana. Ottanta «inidonei» al Cpr. Settantanove dei quali, però, non avrebbero avuto bisogno neppure di qualche giorno di cure in pronto soccorso. A Bagno a Ripoli, alle porte di Firenze, i dati raccontano una storia che merita attenzione.

Tra il 2025 e i primi quattro mesi del 2026, nel reparto di malattie infettive dell’ospedale Santa Maria Annunziata sono passate 155 persone destinatarie di un provvedimento di espulsione.

Toscana, 80 inidonei su 155: i numeri dell’ospedale di Bagno a Ripoli

Più della metà, 80, è uscita con un certificato che ne attestava l’inidoneità al trattenimento in un Cpr. Ma soltanto in un caso, secondo i dati acquisiti da Fratelli d’Italia, quella condizione avrebbe richiesto alcuni giorni di trattamento in Pronto soccorso.

Il dato assume ancora più peso se inserito nel quadro provinciale. Stando ai più recenti numeri del Viminale, tra l’1 gennaio e il 12 marzo 2026 Firenze risulta la provincia che, per distacco, ha richiesto più posti nei Cpr: 90.

Ne sono stati assegnati 43. Ed è proprio nel passaggio successivo che emerge un dato da analizzare: dei posti ottenuti, soltanto 17 risultano «accettati», mentre gli altri 26 sono stati «rifiutati». Firenze è, così, l’unica provincia a presentare un saldo negativo.

Un andamento che trova un altro elemento significativo proprio nei numeri del Santa Maria Annunziata di Bagno a Ripoli. Qui, tra il 2025 e i primi quattro mesi del 2026, sono state visitate 155 persone, tutte destinatarie di provvedimenti di espulsione.

Ottanta sono state dichiarate inidonee al trattenimento nei Cpr. Più di una su due. E soltanto uno di questi casi avrebbe richiesto alcuni giorni di trattamento in pronto soccorso. Per gli altri 79 resta agli atti il giudizio di inidoneità, senza che, secondo i dati acquisiti, sia seguito un analogo trattamento di primo livello.

Proprio a Firenze, il 21 settembre, oltre 100 persone sono scese in piazza a sostegno dei medici anti Cpr appena perquisiti. «La cura non è un reato», campeggiava sui cartelli. Il presidio era stato organizzato dalle realtà della galassia immigrazionista.

Loti e gli 80 certificati: la politica chiede di fare chiarezza sui rimpatri

Tra chi aveva espresso «vicinanza» ai colleghi interessati dalle perquisizioni c’era anche il dottor Lorenzo Loti. Un nome che riporta direttamente a Bagno a Ripoli. Loti dirige il reparto di malattie infettive del Santa Maria Annunziata. Lo stesso degli 80 certificati di inidoneità su 155 persone visitate.

FdI: «Se qualcuno ha cercato di bloccare i rimpatri, dovrà risponderne»

Anche la politica vuole vederci chiaro. Un accesso agli atti ha messo in luce «un’anomalia evidente», spiegano i consiglieri regionali di Fdi, Matteo Zoppini e Jacopo Cellai: «Attendiamo l’esito della magistratura, ma non possiamo aspettare le perquisizioni per porci delle domande.

Se qualcuno ha cercato di bloccare i rimpatri violando la legge, dovrà risponderne». «È assurdo che si cerchino attenuanti per chi non rispetta le leggi», aggiunge il consigliere regionale FdI Diego Petrucci. «Su questo non possono esserci zone d’ombra: chi deve essere espulso va rimpatriato».

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