Gabriele Bordoni: «Fakir non è morto durante l’arresto»

«L’intervento degli agenti su Fakir è durato in tutto tre minuti e 20 secondi e si è concluso senza gesti di violenza. Quando è stato consegnato ai sanitari Fakir era ancora vivo, tanto che dopo poco uno degli operatori gli controlla il battito e non si allarma».

E ancora: «Aveva certamente assunto cocaina e dall’esame autoptico non è emerso alcun segno di schiacciamento toracico. Questa è la dinamica reale di quanto accaduto e in questa vicenda fare speculazioni è davvero difficile».

Racconta i fatti nudi e crudi l’avvocato Gabriele Bordoni, legale dei due agenti coinvolti nel caso Abderrahim Fakir, perché a lui piace fare così. Nessuna «ricostruzione fantasiosa», nessun «lato oscuro», solo la cronaca di quel pomeriggio del 19 luglio quando una volante della polizia viene chiamata da alcuni residenti per intervenire con urgenza al Pilastro di Bologna – uno dei quartieri più difficili della città in termini di sicurezza e ad alta densità di immigrazione – e si trova davanti un uomo agitato, che chiede «aiuto» buttandosi a terra e picchiando con forza i pugni contro i portoni dei garage dello stabile da cui è partita la chiamata.

È Abderrahim Fakir, quarantaduenne italomarocchino, con precedenti per detenzione di droga. Gli agenti lo osservano a distanza per oltre mezz’ora, cercano di calmarlo, gli fanno portare dell’acqua e avvisano il 118 della necessità di un intervento medico. Intanto nel vialetto delle autorimesse arriva un’auto con due residenti a bordo, Fakir ingaggia con i due passeggeri una discussione che è sul punto di degenerare.

In quel momento gli agenti intervengono, uno dei due accende la body cam e il resto è storia: dal sindaco Matteo Lepore che convoca una manifestazione di piazza per chiedere “verità e giustizia” finita in guerriglia urbana ai collettivi secondo cui “Fakir doveva morire perché migrante”, fino all’ipotesi di un “piano preordinato a sostegno della propaganda di Stato” sostenuta dall’avvocato della famiglia, Fabio Anselmo».

Partiamo della durata dell’intervento: si è parlato sempre di 40 minuti registrati dalla bodycam indossata da uno degli agenti e, anche per questo, Fakir è stato definito il George Floyd italiano…

«La bodycam è stata accesa esattamente nel momento in cui inizia l’azione di contenimento e Fakir è stato consegnato ai sanitari presenti tre minuti e venti secondi dopo. Più un minuto circa per le fascette ai piedi che sono state posizionate per ultime. Tutto il seguito riprende quello che è successo dopo la sua consegna ai sanitari».

Dunque non è corretto sostenere che Fakir sia morto durante l’intervento di contenimento della polizia?

«Assolutamente no. È stato un intervento breve, gestito con professionalità, senza violenza, anzi, con gesti appropriati che si vedono chiaramente dal filmato della bodycam ma anche da quelli diffusi in Rete: gli agenti lo posizionano sul fianco in modo che possa respirare, mettono le mani sotto al suo viso per evitare che si deturpi con l’asfalto e non gravano mai sul suo tronco, nemmeno un secondo, perché l’agente è sempre puntellato sulle ginocchia o sui quadricipiti.

E, ripeto, quando c’è il passaggio di consegna ai sanitari, Fakir è ancora in vita».

Si può esserne certi?

«Dai video ripresi dai presenti, ad azione terminata, si vede Fakir a terra e uno degli agenti che, per verificarne le condizioni, gli picchietta sul viso con la mano. Dalla prospettiva della body cam è evidente che Fakir in quel momento sbatte più volte le palpebre. Infatti, nessuno dei sanitari che osservano la scena, si allarma. Anzi si sente dall’audio uno di loro chiedere “Respira?” e un altro rispondere “Sì, sì, respira”».

Allora perché tanto clamore?

«Perché nei video condivisi in rete Fakir grida “aiuto”. Questo ha impressionato tutti, me compreso quando li ho visti per la prima volta. Salvo poi scoprire che urlava nello stesso identico modo, chiamando aiuto, da tre quarti d’ora, quando era completamente solo. La prova provata che non ci sono state azioni violente è che nessuno dei presenti protesta, nessuno intima ai poliziotti di fare piano o di fermarsi. Anzi, qualcuno li aiuta. E tutto accade al Pilastro, un quartiere dove la polizia non è certo particolarmente amata…»

Sotto accusa è finito anche lo spray al peperoncino utilizzato per contenerlo.

«È stato l’unico strumento contenitivo che gli agenti hanno utilizzato e lo hanno fatto con parsimonia. Dall’esame autoptico risulta solo un lieve arrossamento delle prime vie aeree di Fakir senza alcun edema. Non c’è stato quell’effetto devastante che si vuole narrare. Inoltre è importante ricordare che erano presenti dei sanitari e che i protocolli prevedono che, durante un intervento di contenimento, i medici presenti hanno il dovere di intervenire e fermare gli agenti, qualora ravvisino atti pericolosi per la salute del contenuto. E questo non è avvenuto».

L’avvocato Fabio Anselmo, che rappresenta la famiglia di Fakir e che durante un convegno nella sede del collettivo Labas ha sostenuto l’ipotesi di un piano di Stato per la morte di Fakir, ha più volte paragonato questo caso a quello di Federico Aldrovandi, nel quale lei era legale degli agenti.

«Sono due casi che non hanno alcuna assonanza, con profonde differenze ontologiche. Quello su Aldrovandi fu un intervento non perfettamente gestito, durato molto a lungo e senza cittadini ad assistere e raccontare, né a filmare. In questo caso molti hanno ripreso la scena. Anche se ora i filmati originali sono spariti».

Spariti?

«Si trovano solo quelli condivisi in Rete, gli altri pare che non siano più rintracciabili. Sarebbero stati utili per sostenere la bontà delle scelte degli agenti quando Fakir rischia di scontrarsi fisicamente con uno dei residenti. Allo stesso modo è stato fatto sparire il secondo telefono di Fakir, quello che conterrebbe la maggior parte dei suoi contatti e delle chiamate».

Che effetto le fa trovarsi di nuovo contro Anselmo in un caso che sta diventando nazionale?

«Nessun effetto, abbiamo modi molto diversi di lavorare, io mi attengo strettamente alla realtà dei fatti, mentre Anselmo ha un altro metodo che personalmente non condivido per nulla. A parte il caso Aldrovandi, sono diversi gli episodi giudiziari da lui sostenuti come avvocato di parte, finiti con l’archiviazione».

Sempre casi in cui gli accusati erano gli agenti?

«Sì, ne ricordo uno in particolare nel quale una prostituta arrestata aveva denunciato gli agenti dichiarando di essere stata violentata nella sala della questura di Bologna. La signora tuttavia non sapeva che nella saletta era presente una telecamera che scagionò completamente i miei assistiti»

Tra qualche giorno si completeranno le analisi autoptiche e tossicologiche sul corpo di Fakir: cosa si aspetta?

«La relazione completa sulle presunte cause della morte di Fakir è attesa per lunedì. Le risultanze dovrebbero indicare con precisione quanta cocaina aveva assunto e quando, oltre ad ogni ulteriore dato scientifico di interesse con i quali ci confronteremo».

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