Niente libertà (e niente arresti domiciliari) per Valter Lavitola, finito in manette il 10 agosto accusato dalla Procura di Roma di essere il mandate – circostanza poi confessata da Lavitola – dell’attentato all’ex conduttore di Report, Sigfrido Ranucci.
Lo hanno deciso ieri i giudici del Riesame di Roma respingendo l’istanza dei difensori dell’imprenditore, gli avvocati Sergio e Arturo Cola, che avevano chiesto per il loro cliente la nullità dell’ordinanza di custodia cautelare o, in alternativa, la concessione degli arresti domiciliari a Neapoli, in provincia di Potenza. Il Riesame ha anche confermato l’aggravante del metodo mafioso, una decisione che consente agli inquirenti di avere un più ampio margine di manovra nella gestione delle indagini.
Lavitola quindi resterà ancora per un po’ nel carcere romano di Rebibbia, ma in suoi legali annunciano già battaglia. Tanto che dopo la notifica della decisione del Riesame, Sergio Cola ha dichiarato: «Ora attenderemo che siano depositate le motivazioni che arriveranno entro 45 giorni ma già oggi (ieri, ndr) presenteremo ricorso in Cassazione, quindi per saltum, contro l’ordinanza del gip che ha rigettato la nostra richiesta sulla perdita di efficacia della custodia cautelare che riteniamo sia ampiamente fondata», ha spiegato ieri Sergio Cola. Un doppio ricorso quindi, tra 45 giorni contro la decisione del Riesame e ieri contro l’ordinanza del gip che ha confermato la validità dell’arresto.
Del resto, che far uscire dal carcere Lavitola fosse la priorità assoluta della sua difesa, era emerso chiaramente durante l’udienza davanti al Riesame. In particolare, nella memoria di 72 pagine depositata dai Cola, si leggevano timori per l’incolumità del loro assistito: «In ragione della sua confessione, il Lavitola è stato aggredito da detenuti, e che circa l’aggressione subita avrebbe redatto una annotazione la polizia penitenziaria presso il carcere di Rebibbia e avrebbe reso dichiarazioni anche il coindagato D’Avino, nel corso del suo ultimo interrogatorio al pm».
Il ricorso presentato ieri dagli avvocati riguarda il diniego del gip di accogliere la tesi dei legali di Lavitola, che avevano contestato la mancata decisione del Riesame sull’istanza di riesame entro dieci giorni dalla ricezione degli atti, che secondo il loro ricorso rendeva nulla la misura cautelare. Il loro cliente sarebbe potuto tornare libero senza alcun pronunciamento di merito.
Una richiesta respinta dal gip, che colpisce soprattutto per una parte delle motivazioni. Nel documento di 17 pagine inviato al gip, tra un tecnicismo in punta di diritto e l’altro, i difensori dell’imprenditore avevano sostenuto che quelli contestati a Lavitola, al quale, insieme agli altri indagati, come detto viene contestata l’aggravante del metodo mafioso poi confermata dal Riesame, sarebbero di fatto reati «di criminalità organizzata», ai quali non si applica la sospensione dei termini durante il mese di agosto.
Nel ricorso al Riesame respinto ieri, gli avvocati di Lavitola chiedevano invece la «caducazione» dell’ordinanza cautelare, indicando con precisione come il trasporto dell’esplosivo, poi impiegato a Torvaianica il 16 ottobre del 2025 contro l’abitazione di Ranucci, sia partito dal Comune di Sperone, in provincia di Avellino. Scrivono nella memoria di 72 pagine depositata lunedì al Riesame i Cola: «Trattandosi di un reato permanente come il porto illegale di armi, la competenza spetterebbe dunque per legge al capoluogo campano e, per attrazione distrettuale, alla Procura di Napoli».
Al Riesame i legali di Lavitola avevano anche chiesto che venisse dichiarata inutilizzabile la copia forense dei dispositivi elettronici sequestrati al loro assistito, contestando la «mancata perimetrazione della tipologia di corrispondenza da sottoporre a vincolo di indisponibilità». Ma dal momento che i giudici hanno respinto il ricorso, i consulenti informatico-forensi incaricati dalla Procura di Roma, che stavano completando l’analisi del corposo materiale, potranno andare avanti.
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