Dissi a Ranucci di potenziare la sua scorta

Valter Lavitola voleva usare l’amicizia con Sigfrido Ranucci per tornare alla ribalta dopo le sue vicissitudini giudiziarie.

L’udienza al Tribunale del Riesame

È quasi una confessione nella confessione quella che, stando a quanto hanno riferito i suoi legali, gli avvocati Sergio e Arturo Cola, il faccendiere raccontato ieri durante le deposizioni spontanee rese in videoconferenza durante l’udienza davanti al Tribunale del Riesame.

Ieri mattina Sergio Cola, conversando con i cronisti al suo arrivo a Piazzale Clodio dove si è svolta l’udienza del tribunale del Riesame per l’ex editore de L’Avanti!, accusato e reo confesso di essere il mandante dell’attentato all’ex conduttore di Report, ha annunciato una battaglia in punta di diritto.

Al termine dell’udienza, durata poco più di tre ore il collegio si è riservato la decisione. I giudici dovranno stabilire se concedere a Lavitola gli arresti domiciliari, se dichiarare decaduta la misura cautelare per decorrenza dei termini o se confermare la custodia in carcere.

La competenza territoriale e la Procura di Avellino

«Sono tre le questioni di diritto che abbiamo posto», ha spiegato Cola riferendosi alla memoria di 72 pagine depositata in Tribunale, «e che hanno ad oggetto l’inefficacia dell’ordinanza di custodia cautelare, la competenza territoriale perché noi riteniamo che sia incompetente la Procura di Roma». E proprio questo è il punto centrale della memoria depositata ieri: «La competenza territoriale dell’inchiesta spetta alla Procura di Avellino e non a quella di Roma, poiché è in terra irpina che l’ipotesi di reato avrebbe avuto inizio».

Gli avvocati di Lavitola chiedono infatti la «caducazione» dell’ordinanza cautelare indicando con precisione come il trasporto dell’esplosivo, poi impiegato a Torvaianica contro l’abitazione di Ranucci, sia partito dal comune di Sperone, in provincia di Avellino.

Scrivono nella memoria i Cola: «Trattandosi di un reato permanente come il porto illegale di armi, la competenza spetterebbe dunque per legge al capoluogo campano e, per attrazione distrettuale, alla Procura di Napoli».

La richiesta dei domiciliari e le aggressioni a Rebibbia

In subordine, i legali di Lavitola hanno chiesto i domiciliari per il loro assistito, che vorrebbe scontarli in un’abitazione di Noepoli, in Basilicata, presa in locazione dal figlio. «Dopo l’interrogatorio dell’8 luglio Lavitola», spiegano i Cola, «tramite il nostro studio, ha comunicato al colonnello Ferrara tutti i suoi spostamenti, mettendosi completamente a disposizione degli inquirenti».

«È falso», aggiungono, «come già sostenuto dallo stesso Lavitola nelle dichiarazioni spontanee (rese durante l’interrogatorio di garanzia, ndr), che avesse acquistato un biglietto per fuggire: quel viaggio era legato a una conferenza di servizio poi mai svolta in presenza».

«Non la chiediamo soltanto perché riteniamo scaduti i termini, ma soprattutto perché sono venute meno le esigenze cautelari: non c’è più rischio di fuga né di inquinamento probatorio. L’indagine è ormai cristallizzata nelle confessioni, nelle chiamate di correo e negli altri elementi raccolti», hanno concluso i due difensori.

Ma dalle 72 pagine emerge anche un altro motivo che ha spinto Lavitola a puntare anche sui domiciliari pur di uscire dal carcere di Rebibbia: la paura. Quest’ultima richiesta è motivata dagli avvocati con il fatto che, «in ragione della sua confessione, il Lavitola è stato aggredito da detenuti, e che circa l’aggressione subita avrebbe redatto una annotazione la Polizia Penitenziaria presso il carcere di Rebibbia ed avrebbe reso dichiarazioni anche il coindagato D’Avino nel corso del suo ultimo interrogatorio al pm».

Secondo i legali la località scelta per gli eventuali arresti domiciliari «è un domicilio fuori dal Lazio e della Campania» e quindi «lontano da tutta la rete di conoscenze dell’indagato e anche da possibili vie di fuga».

Il movente e la protezione di Sigfrido Ranucci

Anche se ha ammesso di voler sfruttare il rapporto con l’ex conduttore di Report per la sua rivalsa sociale, Lavitola ha però negato che il movente fosse legato al progetto di lanciare la candidatura politica del giornalista: «Ho fatto tutto questo per proteggere Ranucci da un attentato di cui avevo notizie. C’era la necessità di proteggerlo tanto che per due mesi dopo i fatti di ottobre ho chiamato Ranucci per chiedere che la scorta fosse alzata di livello».

Sulle modalità di esecuzione dell’attentato il faccendiere ha invece fornito una versione diversa da quella data nelle dichiarazioni spontanee rese durante l’interrogatorio di garanzia, quando aveva sostenuto che l’accordo prevedeva che venissero sparati alcuni proiettili nel muro dell’abitazione del giornalista, scaricando tutta la responsabilità su Gomes Clesio Tavares, il suo factotum ritenuto dagli inquirenti il tramite con i presunti esecutori dell’attentato

«L’unica indicazione che ha dato Lavitola a Gomes è che non si sarebbe dovuto fare male nessuno», ha spiegato all’uscita da Piazzale Clodio, rispondendo ai cronisti, l’avvocato Arturo Cola. Che ha poi spiegato nei dettagli le ambizioni del suo cliente: «Per il resto, invece, l’amicizia tra Ranucci e Lavitola nasceva dal desiderio del mio cliente di riprendere la sua reputazione sociale, frequentando giornalisti e imprenditori, era questo ciò a cui aspirava il dottor Lavitola: poter riaffermare la sua reputazione nella società e non essere considerato come un delinquente abituale».

Con una chiosa finale che, quasi certamente, non farà piacere a Ranucci, che finora non ha mai preso pubblicamente le distanze da Lavitola: «L’amicizia tra i due nasce proprio dal fatto che il conduttore gli avrebbe garantito vantaggi in tal senso».

I dispositivi elettronici e il precedente della Consulta

I dettagli delle loro conversazioni rischiano però di rimanere riservati. La memoria dei legali di Lavitola chiede infatti che venga dichiarata inutilizzabile la copia forense dei dispositivi elettronici sequestrati al loro assistito, contestando la «mancata perimetrazione della tipologia di corrispondenza da sottoporre a vincolo di indisponibilità».

E per un curioso scherzo del destino, il primo riferimento usato dagli avvocati è la sentenza della Consulta del 2023 che riguardava le chat di Matteo Renzi – di certo non un fan di Report – finite agli atti dell’inchiesta di Firenze sulla fondazione Open.

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