Il termine nasce dall’unione di due parole inglesi, «chemical» e «sex». Il chemsex è l’uso intenzionale di sostanze psicoattive per facilitare, intensificare o prolungare i rapporti sessuali. Le molecole più frequentemente coinvolte sono la metanfetamina, il mefedrone e il Ghb/Gbl, ma l’elenco si estende di caso in caso. Non è un fenomeno nuovo, eppure è ancora largamente invisibile e sconosciuto: agli occhi della società, e anche a quelli del sistema sanitario.
Due episodi di cronaca recente, in particolare, restituiscono la misura estremamente concreta di questo problema. Il 25 agosto scorso, i Carabinieri della compagnia San Carlo di Torino hanno sequestrato 50 grammi di sostanze da chemsex e 16 grammi di cocaina rosa nel pieno centro della città. «Uno dei primi sequestri in Italia di queste tipologie di sostanze, create appositamente per le feste a sfondo sessuale», ha spiegato il maggiore Marco Pedullà, che ha coordinato l’operazione. Il valore di mercato del materiale confiscato superava i diecimila euro: cifre, insomma, che raccontano un traffico tutt’altro che marginale.
Pochi giorni prima, nella notte del 19 agosto, a Roma gli agenti del distretto San Paolo hanno perquisito l’appartamento di un professore universitario di 41 anni della Sapienza, in zona Marconi. Nell’abitazione si organizzavano festini a base di sostanze e rapporti sessuali collettivi, ai quali si veniva invitati attraverso chat di gruppo e applicazioni di incontri.
Nel frigorifero di casa, dentro un contenitore di plastica, sono state trovate metanfetamine e altri stimolanti, insieme a materiale per il confezionamento delle dosi. Il docente ha raccontato al giudice di aver cominciato ad assumere quotidianamente anche la cosiddetta «droga della scimmia», il «monkey dust», uno stimolante sintetico di sintesi. A quel punto, il giudice ha convalidato l’arresto, ma non ha disposto misure cautelari, ritenendo insufficienti le prove per dimostrare che le sostanze fossero destinate allo spaccio piuttosto che al consumo personale o condiviso.

Una droga utilizzata dalle classi abbienti
Quello che emerge da entrambe le vicende è un tratto comune e molto rilevante: il chemsex non è più (se mai lo è stato) una questione di marginalità sociale. A Torino, Pedullà descrive un fenomeno che si muove «ai piani alti della società», nei locali esclusivi, nelle feste private del centro città, tra persone con una capacità di spesa particolarmente elevata. A Roma, il protagonista della vicenda è un docente universitario.
Difficile, attualmente, pensare a un coinvolgimento di una più ampia sfera della società. Le sostanze in questione hanno infatti costi proibitivi, circuiti di distribuzione che evitano deliberatamente la strada, e una visibilità pressoché nulla per le forze dell’ordine. «È molto difficile trovare gli spacciatori che non portano le sostanze all’esterno, le tengono in casa», ammette Pedullà. Il che rende il contrasto a questo traffico strutturalmente più complicato rispetto ai canali tradizionali.
I rischi per chi consuma sono molteplici e seri. Il chemsex condivide il principio attivo con la cosiddetta «droga dello stupro». Le sostanze vengono spesso diluite o mescolate con altre molecole più pericolose, senza che chi le assume lo sappia. «Nemmeno chi usa queste droghe sa effettivamente cosa sta prendendo», sottolinea Pedullà. «C’è un rischio assoluto di overdose».
Persino i SerD sono impreparati sul chemsex
Sul fronte sanitario, il quadro non è più rassicurante. L’indagine nazionale di FeDerSerD, la Federazione italiana degli operatori dei dipartimenti e dei servizi delle dipendenze, presentata a Napoli nel corso del XV Congresso nazionale, ha fotografato una situazione con criticità significative. L’indagine è stata condotta tra maggio e luglio 2026 attraverso 390 questionari compilati da professionisti dei Servizi per le Dipendenze di tutta Italia, principalmente medici.
Sul chemsex specificatamente, i numeri parlano chiaro: appena un quarto dei servizi, all’incirca, approfondisce il fenomeno nel corso della presa in carico dei pazienti. Il 37,4 %, invece, non lo indaga affatto. Tradotto: più di un terzo dei SerD italiani non pone nemmeno le domande giuste per capire se il problema esista o meno.
«Il chemsex è sicuramente un fenomeno sommerso, che riguarda una parte della popolazione relativamente ristretta», spiega Daniele Pini, dirigente medico e membro del Direttivo nazionale FeDerSerD. «Tuttavia, i servizi per le dipendenze hanno la necessità di aumentare l’attenzione su questa problematica». Le difficoltà segnalate dagli operatori sono sostanzialmente tre: mancanza di formazione specifica, stigma legato a certi comportamenti sessuali, assenza di reti assistenziali dedicate.
Il vero problema del chemsex: le infezioni sessualmente trasmesse
Il chemsex non è solo una questione di dipendenza, ma anche un moltiplicatore di rischio infettivo. I rapporti sessuali non protetti, favoriti dall’alterazione prodotta dalle sostanze, aumentano difatti l’esposizione a infezioni sessualmente trasmesse, incluso l’Hiv. Eppure, secondo lo studio di FeDerSerD, solo il 36,7 % dei SerD adotta un’anamnesi sessuale o un percorso strutturato di consulenza su questi temi, mentre oltre il 56 % ne è del tutto privo.
Il 68,5 % dei servizi, inoltre, non ha collaborazioni formalizzate con i centri territoriali specializzati nelle infezioni sessualmente trasmesse. Diagnosi e cura rischiano così di restare mondi separati. «Non possiamo più considerare la salute sessuale e la prevenzione delle infezioni come aspetti secondari nel trattamento delle dipendenze», sottolinea Pini.
Anche sul fronte dell’epatite C, la situazione è parzialmente critica. Lo screening è ormai diffuso, ma solo il 5,6 % dei SerD è nelle condizioni organizzative di gestire direttamente il trattamento farmacologico. Nella grande maggioranza dei casi, i pazienti vengono indirizzati verso centri specialistici esterni, con il rischio concreto che il percorso si interrompa tra la diagnosi e l’avvio effettivo delle cure.
La vera sfida legata alle droghe
La verità è che il problema non è solo il chemsex. È una questione strutturale. I SerD italiani hanno consolidato competenze importanti nello screening delle patologie infettive, ma faticano ancora a costruire reti integrate e percorsi continuativi di assistenza. Le disomogeneità territoriali sono marcate: accanto a esempi di buona pratica esistono contesti con difficoltà organizzative serie, spesso legate alla carenza di personale e di risorse.
«La dipendenza rappresenta il motivo iniziale dell’accesso al servizio», conclude Pini, «ma dietro quel problema c’è una persona nella sua interezza, con esigenze di salute che devono essere considerate nel loro insieme». È un principio che potrebbe sembrare ovvio, certo, ma che nella pratica quotidiana dei servizi italiani è ancora ben lontano dall’essere pienamente realizzato.
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