Chiara Baiguini è «educatrice del sonno gentile» e Life & Family Coach certificata. Per Vallardi ha pubblicato Nati per Dormire. Con lei abbiamo parlato del sonno e dei problemi che ruotano attorno ad esso. Problemi che, a quanto sembra, da qualche tempo sono in aumento.
Che cosa è e soprattutto che cosa fa una Gentle Sleep Educator?
«È una figura che aiuta le famiglie a capire come funziona il sonno dei bambini e come accompagnarli a dormire, senza lasciarli piangere e senza metodi rigidi. Non sono un medico e non mi sostituisco al pediatra: lavoro su quello che succede prima, cioè sulle abitudini, sull’ambiente e soprattutto sulla relazione tra il bambino e chi lo mette a letto.
“Gentile” non vuol dire permissivo: vuol dire rispettare i tempi e i bisogni reali del bambino, e insieme quelli dei genitori. In pratica osservo con la famiglia come si comporta il bambino, che cosa lo attiva e che cosa lo calma, e costruiamo insieme una routine su misura.
Il mio lavoro non è dire ai genitori cosa fare: è aiutarli a leggere il proprio figlio, perché nessuno lo conosce meglio di loro. Su questo ho scritto Nati per Dormire (Vallardi), proprio per dare ai genitori una chiave di lettura che prima mancava».
Sembra che oggi il sonno sia diventato più problematico per molti. È così?
«Nella mia esperienza non è tanto il sonno dei bambini a essere cambiato: i bambini si svegliano di notte oggi come cent’anni fa, è fisiologico.
È cambiato tutto quello che c’è intorno. Le famiglie sono più sole: il villaggio di nonni, zii e vicini che una volta si dava il cambio oggi spesso non c’è, perché si vive lontano o perché i nonni lavorano ancora.
I genitori hanno ritmi più serrati, meno tempo per recuperare, e sono bombardati da consigli contraddittori che li fanno sentire sbagliati qualunque cosa facciano. Il risultato è che la stessa notte difficile, che una volta era condivisa, oggi pesa tutta su una o due persone già esauste. Non è peggiorato il sonno: è peggiorata la nostra capacità di sostenerlo».
Quali sono i fattori che danneggiano il sonno?
«Il primo è la stanchezza eccessiva. Molti genitori aspettano che il bambino sia visibilmente sfinito per metterlo a letto, convinti che così crollerà prima.
Succede il contrario: quando il bambino supera il suo momento giusto, il corpo produce cortisolo, l’ormone che tiene svegli, e addormentarlo diventa una battaglia. Il secondo è il sovraccarico: giornate con troppi stimoli, troppi rumori, troppi impegni, e un bambino che arriva alla sera già saturo.
Il terzo, e forse il più importante, è la mancanza di sicurezza. Un bambino si addormenta solo quando si sente al sicuro, e la sicurezza passa dall’adulto che ha accanto: se il genitore entra in cameretta teso, ansioso, con il pensiero fisso “deve dormire”, il bambino lo sente e resta in allerta. Infine, i pisolini saltati: sonno chiama sonno, e un bambino che riposa male di giorno dorme peggio di notte».
Partiamo dai bambini. Qual è il modo giusto di gestire il sonno del neonato?
«Partendo da una verità che spesso non si dice: il neonato sa già dormire, lo faceva nella pancia. Quello che non sa fare è dormire da solo in un mondo nuovo, e i suoi risvegli frequenti non sono un problema da correggere ma un modo per controllare di essere al sicuro.
Nei primi mesi la cosa più utile è la vicinanza: il neonato regola il respiro, il battito e la calma sul corpo del genitore. Questo si fa sempre dentro le regole della nanna sicura indicate dal ministero della Salute e dal pediatra: a pancia in su, su una superficie rigida, senza cuscini o oggetti morbidi, nella stessa stanza dei genitori ma nella sua culla.
Poi serve osservare i segnali di stanchezza e rispondere subito, invece di seguire tabelle di orari. E, lo dico con chiarezza, non serve “insegnargli” a dormire lasciandolo piangere: un neonato che piange sta chiedendo aiuto, non sta facendo un capriccio».
E con i bambini più grandi come ci si deve comportare?
«Qui entra in gioco quello che per me è il pezzo mancante: ogni bambino ha un modo suo di reagire a luci, rumori, movimento e contatto.
Nel mio approccio, che chiamo C.A.R.E.®, parlo di quattro profili. C’è il bambino che prima di calmarsi ha bisogno di movimento; quello sensibilissimo, che alla sera è già saturo e ha bisogno di poche luci e pochi rumori; quello che sembra tranquillo, non si accorge di essere stanco e poi crolla di colpo; e quello che ha bisogno che tutto sia sempre uguale e prevedibile.
Con bambini così diversi, la stessa routine non può funzionare per tutti. Per questo propongo una routine in tre fasi: prima si incontra il bambino dov’è, per esempio con un gioco fisico se ha bisogno di movimento, poi si dà una direzione alla sua energia con un’attività semplice, infine lo si accompagna alla calma.
Quindici o venti minuti, costruiti sul suo profilo e non su una ricetta universale. Un esempio: un bambino che la sera salta sul divano non sta facendo i capricci, sta cercando quello che gli serve per calmarsi. Se lo costringo a stare fermo, resisterà; se gli concedo dieci minuti di gioco fisico e solo dopo passo alla storia, si addormenta».
Al di là della notte ci sono altri momenti che vanno dedicati al riposo? Fino a quale età?
«Sì, i pisolini, e sono uno dei temi più fraintesi. Il mito più diffuso è che saltare il pisolino aiuti a dormire meglio la sera.
È il contrario: un bambino che ha riposato di giorno arriva alla sera più sereno e si addormenta prima; uno che ha saltato il pisolino arriva sovraeccitato e combatte il sonno. I pisolini vanno quindi protetti, non sacrificati.
Fino a quando? Non esiste un’età uguale per tutti: in genere il bisogno di dormire di giorno si riduce gradualmente tra i tre e i cinque anni, ma alcuni bambini ne hanno bisogno più a lungo e altri smettono prima.
Il criterio non è l’età ma il bambino: se nel pomeriggio è sereno e la sera si addormenta senza fatica, va bene così; se diventa irritabile, crolla in macchina o la sera è ingestibile, il pisolino gli serve ancora».
Quanto agli adulti, cioè i genitori, quali regole è meglio che seguano?
«Più che regole, direi tre consapevolezze. La prima: il bambino si calma attraverso di voi. Il suo sistema nervoso si regola su quello del genitore, quindi prima di entrare in cameretta prendetevi un momento per voi, anche solo tre respiri.
Non è un lusso, è la premessa perché tutto il resto funzioni: una brocca vuota non disseta nessuno. La seconda: conoscete anche il vostro modo di funzionare. C’è chi a fine giornata ha bisogno di silenzio per recuperare e chi ha bisogno di muoversi; se sapete cosa vi svuota e cosa vi ricarica, arrivate alla sera con più risorse.
La terza: fate squadra. Se siete in due, decidete di giorno chi fa cosa, chi si alza per primo, chi dà il cambio. Nel cuore della notte si è troppo stanchi per discutere. E magari scoprirete che su certe cose il papà funziona meglio della mamma, o viceversa: non è una gara, è una risorsa in più».
I dispositivi digitali quali problemi creano?
«Vorrei essere onesta: sulla luce degli schermi e sulla produzione di melatonina la ricerca è ancora in evoluzione e non mi sento di fare affermazioni definitive. Quello che vedo nel mio lavoro è un altro effetto, molto concreto.
Uno schermo acceso prima di dormire tiene il cervello del bambino in uno stato di attenzione: immagini veloci, suoni, colori continuano ad arrivare proprio nel momento in cui il corpo dovrebbe rallentare.
E soprattutto lo schermo sostituisce qualcosa: il gioco fisico, la storia letta insieme, il contatto, cioè esattamente quello che aiuta un bambino ad arrivare alla calma. Il problema non è il tablet in sé, è quello che prende il posto.
Vale anche per noi adulti: il telefono a letto allunga i tempi di addormentamento e, se lo guardiamo durante un risveglio notturno, rende più difficile riaddormentarsi».
Come possono fare i genitori a mettere un freno all’uso del digitale? È facile a dirsi, ma a farsi molto meno…
«Vero, e il primo passo è smettere di sentirsi in colpa: se la sera il tablet è la soluzione, di solito è perché mancano le energie, non la volontà. Per questo non consiglio di togliere e basta, ma di sostituire.
Un bambino che usa lo schermo per calmarsi ha bisogno di un altro modo per farlo, e quel modo dipende dal suo profilo: a chi ha bisogno di movimento va offerto un gioco fisico prima della nanna, a chi è sensibile un angolo tranquillo con una luce calda, a chi ama la prevedibilità la stessa storia ogni sera.
Quando il bambino ha un’alternativa che funziona per lui, lo schermo smette di servire. Secondo: decidete le regole di giorno, a mente lucida, e non alle otto di sera nel pieno della stanchezza. Terzo: l’esempio.
Un bambino a cui chiediamo di lasciare il tablet mentre noi guardiamo il telefono riceve un messaggio contraddittorio. Non serve essere perfetti: basta che per quei venti minuti prima della nanna il telefono stia in un’altra stanza, per lui e per noi.
E con i bambini più grandi, dagli otto anni in su, le regole vanno negoziate insieme: una regola spiegata e condivisa regge molto più di un divieto calato dall’alto».
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >