Lockdown, vaccini, giovani: Palù torna in sé
Il virologo Giorgio Palù (Imagoeconomica)

Ancora fari accesi, ieri mattina, sulla Commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid per l’audizione del professor Giorgio Palù, già presidente dell’Aifa e docente emerito di virologia. Fin dalle prime battute, l’Aula assiste a una rappresentazione quasi surreale, che si trasforma rapidamente in uno virtuosismo di scaricabarile istituzionale.

A sentirlo oggi, di fronte ai commissari che lo incalzano, sembra di ascoltare un fiero esponente della dissidenza dell’epoca. E in effetti Palù, prima di essere nominato (il 4 dicembre 2020), presidente dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa), era ottimista sui reali pericoli della malattia. Non a caso, a giugno 2020 aveva firmato un Manifesto insieme con Alberto Zangrillo, Arnaldo Caruso, Massimo Clementi, Luciano Gattinoni, Donato Greco, Luca Lorini, Giuseppe Remuzzi, Roberto Rigoldi e lo stesso Bassetti, nel quale la cordata di scienziati si schierava contro le tesi di certi colleghi dai toni terroristici. Palù ieri ha messo a verbale una sfilza di «io l’avevo detto» che, per ironia della sorte, ricalcano le tesi di chi, allora, veniva brutalmente etichettato come «no vax» o eretico. L’audizione si trasforma in una galleria delle contraddizioni della gestione Speranza, vidimata dallo stesso scienziato che quella stagione, da un certo punto in avanti, avrebbe dovuto governarla.

Green pass e Open Day vaccinali: le critiche di Palù

La celebre linea guida ministeriale «paracetamolo e vigile attesa»? «Una cazzata pazzesca», sbotta il professore. Gli Open Day vaccinali per i giovanissimi, che costarono la vita alla diciottenne Camilla Canepa? «Ero contrario». Il green pass, presentato dal governo di Mario Draghi come la panacea dell’ambiente sicuro? «Non aveva basi scientifiche, era una misura politica». Insomma, a scoppio ritardato, Palù ha criticato l’intero impianto normativo di lockdown, obblighi e restrizioni, dando drammaticamente ragione a chi allora, per il solo fatto di denunciarle, perdeva il posto di lavoro.

Il silenzio durante la gestione della pandemia

Meglio tardi che mai, si dirà. Ma è proprio qui, nel cuore di questa tardiva epifania scientifica, che il ritratto del luminare – Palù resta uno dei nostri migliori scienziati – si incrina, svelando i contorni di una prudenza istituzionale un po’ troppo timida. Un profilo d’altri tempi, un autorevole spettatore costretto a viaggiare in compagnia di decisori di ferro – i ministri, i commissari straordinari, i vertici del Cts – che ha scelto la via del silenzio pubblico anziché quella della denuncia immediata.

Il confronto con Lisei e Malan sulle pressioni istituzionali

Quando il presidente della Commissione, Marco Lisei, e il senatore Lucio Malan gli chiedono conto di questo silenzio assordante, l’impianto difensivo mostra la sua fragilità. Palù esita, si rifugia nel ricordo di uno scambio informale con Franco Locatelli («Giorgio, perché insisti?», «E tu perché insisti?»), e infine confessa di aver «ceduto» alle sue pressioni per non spaccare l’unità d’azione richiesta dalla Protezione civile.

Le contraddizioni di Palù su Covid e vaccini

Certe contraddizioni del personaggio, d’altronde, sono scolpite nella memoria. Oggi l’ex presidente Aifa si dipinge come il saggio argine alla deriva apocalittica dei vari esperti televisivi (e così fu, prima della nomina in Aifa del 4 dicembre 2020), ma la storia ricorda che fu lui, all’epoca, a liquidare il Covid come una «malattia pediatrica», assecondando la grancassa rigorista. Nel tentativo di blindare l’indiscutibilità del bilancio rischi-benefici, Palù lancia una citazione altisonante che però vacilla: evoca gli studi dell’epidemiologo di Stanford, John Ioannidis, sostenendo che abbiano certificato i «milioni di vite salvate» grazie ai vaccini.

Una ricostruzione smentita clamorosamente: Ioannidis, pilastro della medicina basata sulle evidenze, ha chiarito – proprio in un’intervista alla Verità – l’esatto opposto, definendo ingenua la narrazione governativa e dichiarando testualmente che «sono speculazioni: chi parla di milioni di vite salvate rende un cattivo servizio alla scienza». Un travisamento speculare a quello del 22 dicembre 2020, quando il neonominato presidente Aifa confermava che il vaccino impediva l’infezione, nonostante l’Ema avesse già ammesso l’assenza di prove sulla capacità sterilizzante del farmaco. Insomma, la narrazione andava alimentata, ma il luminare ha dichiarato ieri di «non aver mai subito pressioni politiche».

Farmacovigilanza, i dati sugli effetti avversi e il ruolo di Aifa

Il culmine dell’audizione si consuma sul terreno minato della farmacovigilanza e degli effetti avversi. Qui il senatore Malan pianta i chiodi di una requisitoria spietata: come è possibile che Aifa abbia registrato un’incidenza di eventi gravi correlabili pari ad appena sei casi su 100.000, quando perfino gli studi registrativi clinici di Pfizer ne indicavano 3.900 e quelli di Moderna addirittura 17.300? Una discrepanza che varia da 650 a 2.800 volte.

Significa che il sistema di sorveglianza italiano ha girato la testa dall’altra parte. La colpa della farmacovigilanza inefficiente? Del direttore generale dell’epoca, Nicola Magrini. «Con Magrini di farmacovigilanza ne discussi meno, discussi più di altre cose». L’allora presidente dell’Aifa, l’ente regolatorio dei medicinali in Italia, ammette candidamente che della sorveglianza sulla sicurezza dei farmaci – cuore pulsante delle tutele per i cittadini – non si occupo granché, derubricandola a dossier secondario o non di sua stretta pertinenza. Va bene l’emergenza e le tante incombenze, ma sostenere di non avere avuto alcun potere reale forse è un po’ troppo.

Il dissenso tardivo sulla gestione del Covid

La verità che emerge da questa audizione è amara e tagliente come una lama. Abbiamo avuto una classe medica e regolatoria che ha abdicato al proprio ruolo di custode della scienza per farsi ancella della politica. Oggi Palù ci dice che era contrario a tutto. Ma il suo dissenso postumo, per quanto apprezzabile, non può che apparire tardivo.

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In realtà anche i polacchi rivendicano l’origine e il nome di questa acquavite, ottenuta per lo più dalla distillazione di cereali o patate. Esiste anche quella alla frutta, ma è una variante non tradizionale e meno alcolica. Comunque la scegliate, il suo consumo deve essere occasionale.