Non c’è probabilmente modo migliore per approfondire il legame tra fede e medicina che parlarne direttamente con un medico credente. La Verità ha contattato Paolo Gulisano, 67 anni, epidemiologo, storico della medicina, divulgatore scientifico e autore di circa 50 volumi dedicati a temi storici e letterari; il più recente è Il Papa di Maria (Bolis edizioni), dedicato a Giovanni Paolo II.
Dottor Gulisano, in che modo la fede aiuta la sua professione e in che modo, invece, lo studio della medicina ha fatto maturare il suo credo?
«Per me la medicina è da sempre stata un’arte, l’arte del prendersi cura. Per molto tempo la medicina prima che essere una tecnica è stata una scienza umanistica. Lo studio del corpo umano, ma anche dei suoi limiti e delle sue sofferenze.
La storia della medicina ci mostra che dai tempi più remoti ci sono stati uomini che si sono piegati sulle sofferenze degli altri, che si sono impegnati a lenirle. Tuttavia, è proprio con il cristianesimo che tale approccio diventa una regola, una buona prassi. L’icona della medicina cristiana è il buon samaritano, colui che si ferma ad assistere un ferito e lo cura.
Questa straordinaria parabola è raccontata nei Vangeli soltanto da san Luca, che non a caso era un medico. Luca aveva compreso che quello era il modello per una vera medicina dalla parte dell’uomo. Direi che anch’io, nel corso di tutta la mia carriera, ho cercato di essere un buon samaritano».
Numerosi studi documentano correlazioni positive tra religiosità e salute. La sorprende?
«La fede e la pratica spirituale fungono spesso da fattore protettivo contro ansia, depressione e stili di vita dannosi per la salute. Addirittura degli studi epidemiologici pubblicati su riviste scientifiche attestano che la pratica religiosa è associata a diminuzione della mortalità generale, e in particolare quella oncologica e cardiovascolare.
Ciò personalmente non mi sorprende, perché la fede aiuta a gestire la malattia, dando un senso al dolore, sostenendo l’approccio al processo di guarigione, e persino dando un supporto sociale, dal momento che la fede non è un sentimento individualista, ma mette in relazione con altri che possono fornire aiuto e supporto morale e materiale».
Quali sono i benefici della preghiera?
«La preghiera è entrare in una relazione fiduciosa con Dio, e con la Madre del Signore. La preghiera dà pace, ci ricorda che c’è qualcuno più grande di noi che si prende cura della nostra debolezza e fragilità. La preghiera non è solo richiesta, ma anche espressione di lode. Lodiamo Dio anche quando non stiamo bene. Infine, è espressione di gratitudine, che è un atteggiamento della mente e dell’anima piena di positività. Dire grazie è una straordinaria medicina».
C’è stato un qualche suo paziente credente divenuto protagonista di una guarigione sorprendente?
«Una giovane suora, che era pressoché in fin di vita. Io cercavo appunto di fare la mia parte, somministrandole i farmaci necessari, ma attorno a lei c’era una comunità che pregava con una fede davvero ardente. In quel caso Dio si deve essere davvero commosso, e ha fatto sì che non morisse. Ora questa religiosa c’è ancora, e continua a fare tantissimo bene».
Ha mai assistito, invece, a un miracolo?
«Un miracolo no. Ma ho assistito a diverse guarigioni dal carattere quasi prodigioso, specialmente quando mi prendevo cura dei malati di Covid. Ho visto situazioni gravissime risolversi, in pazienti dichiarati “inevitabilmente” destinati ad un esito negativo.
Queste guarigioni sorprendenti mi hanno fatto capire che nessun giudizio medico può avere valenza di “sentenza”. Non è finita finché non è finita. Il medico deve lottare con tutte le sue forze magari proprio per favorire l’azione salvifica di Dio. Come diceva santa Giovanna d’Arco: a noi la battaglia, a Dio la vittoria».
Secondo lei nel mondo sanitario italiano c’è consapevolezza dei benefici della fede sulla salute?
«Io credo che purtroppo il mondo sanitario sia affetto da un laicismo e da un tecnicismo che non riescono a comprendere l’importanza della fede. Per troppo tempo il cristianesimo è stato visto come un “ostacolo” per la scienza, mentre la storia della medicina è lì a dimostrare quanto il cristianesimo abbia dato un apporto straordinario al progresso della scienza medica».
Non trova paradossale che una società spesso ossessionata dalla salute trascuri la fede e la religione, che ne sono delle alleate?
«Abbiamo assistito purtroppo durante la recente epidemia Covid ad una forma di idolatria diffusa: le persone erano indotte a venerare quasi un ritrovato farmacologico – il vaccino – che avrebbe dovuto portare salvezza, anziché affidarsi alla fede, ma anche alle altre virtù teologali, la carità e la speranza.
Da un punto di vista spirituale, l’epidemia è stata una grande occasione perduta, ma non ci si deve scoraggiare: in una società sempre più malata, affetta da un salutismo che non comprende il senso della sofferenza e della morte, la religione non potrà che riottenere il ruolo fondamentale che le spetta».
Come dovrebbe essere un buon medico cattolico?
«Dovrebbe guardare ai medici santi. Non solo Moscati, ma anche – ad esempio – santa Gianna Beretta Molla o san Riccardo Pampuri. Il medico cattolico dovrebbe essere bravo, competente, impegnato nella continua formazione, ma soprattutto essere buono. Chesterton diceva che “abbiamo un disperato bisogno di uomini buoni”. E infine, con tutte le sue debolezze imperfezioni, dovrebbe essere testimone di Cristo, il vero Medico».
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