C’è qualcosa di profondamente grottesco nel modo in cui Roberto Speranza (Pd) ha difeso ieri il proprio operato. Davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid, trincerato dietro il dogma del «primato della vita» e della «fede nella scienza», l’ex ministro della Salute si è presentato sbandierando la Costituzione e una sfilza di dogmi scientifici elevati a verità rivelata, pur di blindare le sue decisioni più controverse. Grattando via la vernice della retorica del «salvatore di vite», l’impianto documentale della commissione e la stessa letteratura scientifica internazionale derubricano, però, a clamorosi falsi i pilastri della sua narrazione: l’audizione, di fatto, si è trasformata in un festival della distorsione scientifica.
Lockdown e modelli epidemiologici: il nodo dei 630.000 decessi evitati
Il primo pilastro del dogma speranziano a crollare sotto il peso della realtà è stato quello dei lockdown. Speranza ha rivendicato orgogliosamente la scelta della primavera 2020 arrampicandosi sui dati dell’Imperial College (pubblicati su Nature), parlando testualmente di «630.000 persone e vite salvate in Italia». Ma i modelli matematici su cui si basava quella cifra sono crollati al primo reale crash test epidemiologico. Lo scienziato John Ioannidis, già anni fa, ha demolito quell’impostazione spiegando che quei modelli erano affetti da una totale mancanza di robustezza. Sulla stessa rivista Nature, lo studio Matters Arising firmato da Soltez ha definitivamente smontato quel castello di carte predittivo, rivelando che i calcoli presentati dall’ex ministro erano macroscopicamente fallaci: quei numeri roboanti erano, in buona sostanza, un’astrazione teorica smentita dai fatti.
Cure domiciliari e «tachipirina e vigile attesa»
Ancor più surreale è il capitolo dedicato alla gestione domiciliare dei pazienti, altrimenti nota alle cronache come il protocollo «tachipirina e vigile attesa». Messo alle strette dalle contestazioni, Speranza ha tentato la mossa del camaleonte burocratico. La sua tesi? Quella circolare era basata sulla «migliore scienza del momento» e non escludeva affatto l’uso degli antinfiammatori (Fans), che sarebbero stati chiaramente indicati. Ma l’evidenza clinica di quegli anni già allora diceva l’esatto contrario. La letteratura medica indicizzava su PubMed ben 16 studi randomizzati che dimostravano l’effetto dannoso del paracetamolo e la necessità di utilizzare subito i Fans per bloccare l’iper-infiammazione. Consigliare la tachipirina in assenza di cure precoci ha costretto migliaia di malati a un’attesa passiva che ha tragicamente ingolfato le terapie intensive e, poi, i cimiteri.
Green pass e vaccinazione dei giovani: il rapporto tra rischi e benefici
Ma il capolavoro della mistificazione politica prestata alla medicina si è toccato con il green pass e l’efficacia dei vaccini. La fede nella narrazione governativa ha prevalso persino sulla prudenza medica per le fasce giovanili, con le conseguenze tragiche che la storia ha registrato. I numeri reali del 2020 – l’anno cruciale della prima ondata, senza vaccini – lo dimostrano in modo incontrovertibile: in tutta la popolazione italiana tra 0 e 19 anni si erano registrati appena 12 decessi, pari allo 0,0003%. Di questi, il 96% presentava più di tre patologie concomitanti gravi: i ragazzi sani non morivano di Covid. Eppure, il ministero ha esposto i giovani a potenziali reazioni avverse senza un reale bilancio rischi-benefici favorevole, assecondando le posizioni propagandate in televisione da consulenti della struttura commissariale come il professor Guido Rasi, che era arrivato a stimare mortalità pediatriche surreali del 10-12%.
Le posizioni delle autorità sanitarie internazionali
Speranza ha ribadito che la vaccinazione dei minorenni fu introdotta sulla base del consenso della comunità scientifica internazionale. Ma è noto che le evidenze scientifiche dell’epoca furono inizialmente tutte contrarie: la commissione vaccinale tedesca (Stiko), l’Iss francese e il Comité National d’Ethique si erano schierati contro, definendo la vaccinazione di massa dei giovani «eticamente e scientificamente inaccettabile». Il 15 luglio 2021 arrivava anche lo stop dell’ente governativo britannico Jcvi, che il 3 settembre precisava: «Il margine di beneficio per i sani di 12-15 anni è troppo esiguo». Ma l’Italia tirò dritto.
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