Presidente Mattarella, ho ascoltato il suo invito ad ascoltare i giovani, a comprendere il loro disagio, a prestare attenzione alle loro inquietudini. Ascoltare, comprendere e accogliere sono parole carine, piene di tenerezza, hanno anche una certa nobiltà. Nei discorsi ufficiali prendono forza e risuonano tonde e potenti soprattutto quando vengono pronunciate da qualcuno che non ha visto sfasciata l’unica auto che possiede e che non fallirà per il suo negozio svaligiato, pronunciate da un pulpito abbastanza alto da non dover mai rispondere alle domande di chi sta sotto.
Io da sotto una domanda vorrei farla, presidente, e gradirei una risposta semplice: dov’era questa meravigliosa cultura dell’ascolto quando milioni di italiani chiedevano di essere ascoltati durante la pandemia? Non abbiamo devastato supermercati, non abbiamo incendiato automobili, non abbiamo preso a sassate i poliziotti, né accoltellato nessuno.
Alcuni di noi sono stati infradiciati dagli idranti mentre erano seduti a terra con il rosario in mano, molti altri presi a manganellate. Chiedevamo dati e confronti pubblici. Quello che succedeva violava le convenzioni di Norimberga, Helsinky e Oviedo che pure l’Italia aveva firmato.
Chiedevamo di poter decidere del nostro corpo senza perdere il diritto di lavorare, e ripetevamo i dati che già c’erano ed erano inoppugnabili sul fatto che la malattia fosse curabile con le cure corrette, che il vaccino fosse inutile per fermarla e troppo pericoloso. La risposta dello Stato non fu l’ascolto. Fu la punizione. Il dottor Fauci si è avvalso per 111 volte della facoltà di non rispondere: rispondo io al posto suo: tutta la narrazione che giustificava l’obbligo vaccinale era falsa.
Il dissenso sui vaccini e le conseguenze delle restrizioni
Siamo stati chiamati no vax, etichettati come idioti e aspiranti untori e il problema dell’ascolto si è risolto. Non occorre rispondere a chi è stato dichiarato in anticipo ignorante, egoista, pericoloso. Basta ripetere che la scienza ha parlato, come se la scienza fosse un oracolo e non un metodo fondato proprio sulla possibilità di discutere, verificare, confutare.
La scienza era un tizio che si chiama Fauci. E ricordiamolo, presidente, perché la memoria è una virtù civile. Ci furono medici e infermieri, insegnanti e militari sospesi dalla professione e dallo stipendio. Lei non crede che questo abbia causato «disagio»? Forse un disagio maggiore di quello di un sedicenne che non può comprarsi la griffe. Ci furono lavoratori ai quali il green pass vietava di entrare nel proprio luogo di lavoro. Hanno accettato per poter lavorare un farmaco che giustamente hanno ritenuto una violenza e di cui spesso pagano ancora le conseguenze.
Ci furono cittadini con più di cinquant’anni multati perché non vaccinati. Ci furono famiglie in cui la perdita del reddito produsse angoscia, rabbia, umiliazione, ma non hanno spaccato vetrine. Io, medico chirurgo, sono stata radiata per aver detto quello che pensavo sul vaccino. Tutto questo non accadde in un remoto Paese autoritario. Accadde in Italia, sotto la Costituzione italiana, mentre lei era presidente della Repubblica.
Giorgio Palù, green pass e trasmissione del virus
Giorgio Palù, virologo di fama internazionale ed ex presidente dell’Aifa davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla pandemia ha spiegato che i vaccini non impedivano la trasmissione del virus, ma proteggevano soprattutto dalle forme gravi; ha riconosciuto il green pass come uno strumento politico per spingere alla vaccinazione.
Ma allora perché il non vaccinato è stato dipinto per due anni come un untore, un pericolo morale per gli altri? Perché a nessuno è stato detto con chiarezza che anche il vaccinato poteva infettarsi e contagiare? E che senso aveva l’obbligo vaccinale se non una brutale persecuzione del dissidente? Il vaccino poteva essere sostituito da un carissimo tampone, con altissimo tasso di falsi positivi e soprattutto altissimo tasso di dolore, benché posizionare il tampone sulla lingua sia il sistema migliore, veniva spinto dentro le narici allo scopo che fosse il più pericoloso possibile.
Le testimonianze di chi denuncia danni dopo la vaccinazione
Per mesi ho risposto alle mail delle persone vaccinate e danneggiate. Mail atroci, scritte da persone che si erano vaccinate, che avevano obbedito, che avevano fatto tutto quello che lei e il governo chiedevate. «Mia figlia sta morendo. I medici dicono di non avere mai visto una trombosi così devastante». «Non riesco a fare neanche un piano di scale. Ero un atleta». «Il mio corpo brucia». Hanno parlato dei medici vaccinatori che rifiutavano l’esenzione anche quando alla prima dose c’erano stati effetti devastanti.
Queste persone non le ha ascoltate nessuno. Non c’è stato un discorso di fine anno per loro. Non c’è stata una parola di comprensione per il loro «disagio» di avere una vita distrutta da vivere nel dolore. Eppure non erano no vax. Erano i cittadini responsabili, quelli che si erano fidati. Lo Stato li aveva convinti, a volte costretti, e poi li ha lasciati soli, perché ammettere che stavano male avrebbe significato ammettere che qualcuno aveva sbagliato. E i risarcimenti dovrebbero essere astronomici. E poi se non prendono vetrine a sassate, forse non soffrono così tanto.
Camilla Canepa e la responsabilità dello Stato
Le persone sono state costretta a un farmaco spesso dannoso in alcuni casi mortale e che non impediva il contagio. Le trombosi con piastrine basse dopo il vaccino AstraZeneca sono scritte nero su bianco nel foglietto illustrativo approvato dall’Agenzia europea per i medicinali, compresi i casi mortali. Ma chi si era ammalato veniva trattato come un imbarazzo, quasi come un nemico.
Perché è morta Camilla Canepa? Il corpo di una persona non è proprietà dello Stato. E quando lo Stato impone un trattamento, deve assumersi fino in fondo il peso morale e giuridico di quella decisione. Anche, e soprattutto, quando qualcuno ne paga il prezzo. Lei, presidente, avrebbe dovuto ricordare che il cittadino non è un suddito. Non l’ha fatto. Ci ha ricordato che nessuna libertà spettava a noi in quanto dissidenti di un trattamento medico che lo stesso Palù definisce privo di qualsiasi capacità di «salvare il Paese», e che era ed è gravido di effetti collaterali atroci e mortali. Oggi torna la parola magica: ascoltare. Ma ascoltare chi?
Il disagio dei giovani e il diritto all’ascolto dei cittadini
I danneggiati da vaccino cercano ascolto. Max del Papa lo chiede nei suoi commoventi spettacoli. Al cittadino pacifico si chiede obbedienza anche per la violazione atroce del suo corpo. Al violento si offre comprensione. Al primo si ricorda che la libertà, anche quella più elementare comporta bizzarri doveri, per prendere un caffè da seduto, salire su un treno e lavorare devi iniettarti un farmaco in fase sperimentale con effetti collaterali ignoti che non ferma una malattia.
Al secondo si spiega che la colpa è della famiglia, della scuola, della periferia, del disagio, della loro sofferenza. È falso. La sofferenza non spiega questi comportamenti, non li determina. Sono determinati da costruzione ideologica, arroganza, e sicurezza di impunità.
Il mio amico Max del Papa è sofferente e non spacca le vetrine. Il negoziante che vede distrutto il proprio lavoro ha forse meno diritto all’ascolto di chi glielo ha distrutto? Il poliziotto ferito da una sassata ha meno diritto alla comprensione di chi gliel’ha lanciata?
«Avere ragione è irrilevante»: la critica alla gestione del dissenso
Mi perdoni ma non suo discorso, annegato tra le parole ascolto e comprensione non sono più riuscita a trovare la distinzione del bene dal male e il concetto di responsabilità personale.
Durante la pandemia a milioni di persone è stato ripetuto che i diritti incluso quello elementare del lavoro, comportano doveri, incluso quello di permettere l’iniezione nel proprio corpo di farmaci sperimentali potenzialmente mortali che hanno portato moltissimi alla malattie e all’invalidità. Si è fatto questo in nome di una strampalata scienza che impediva a me, medico italiano non vaccinato di lavorare e permetteva che fossi sostituita da un medico ucraino non vaccinato: ai medici ucraini non fu imposto il vaccino per «motivi umanitari».
Era una scienza bizzarra. Ora nasce un nuovo diritto: trasformare una città in un campo di battaglia come mezzo per esprimere il proprio disagio. Una Repubblica che trova sempre parole di comprensione per la violenza e nessuna per il dissenso pacifico, nessuna per chi si è ammalato dopo aver obbedito, insegna ai cittadini una lezione terribile: che per essere ascoltati avere ragione è irrilevante, bisogna diventare un problema da temere. È una lezione che nessuno Stato democratico dovrebbe mai impartire.
Con il rispetto dovuto alla carica, e con la ferma convinzione che il rispetto dei cittadini debba precedere qualsiasi predica sull’ascolto.
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