L’ultimo cortocircuito mediatico che merita di essere analizzato con il bisturi della satira, o forse semplicemente con il più elementare dei sensi della misura, porta la firma di Matteo Bassetti, l’infettivologo genovese che per anni ha occupato i palinsesti televisivi con la stessa frequenza con cui un cittadino comune controlla le previsioni del tempo.
Il professore è tornato all’attacco brandendo il vessillo della «scienza» e ripetendo sempre la solita solfa: un canovaccio mandato a memoria contro i politici di centrodestra, accusati di diffondere fake news sulla pelle della scienza. Peccato che questa volta la sortita sia andata a schiantarsi contro il muro della realtà eretto dalla commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid.
A riportare l’anfitrione dei salotti televisivi con i piedi per terra ci ha pensato Antonella Zedda, vicepresidente dei senatori di Fratelli d’Italia e membro della Commissione. La senatrice ha sollevato un velo di imbarazzo su una dimenticanza che definire monumentale è un eufemismo: sono passati 350 giorni da quando il medico, durante la sua audizione parlamentare del 17 novembre dello scorso anno, si era solennemente impegnato a inviare i dati aggiornati sui finanziamenti percepiti dalle multinazionali farmaceutiche.
Undici mesi di silenzio. Più di undici mesi in cui i registri relativi al quadriennio 2022-2025 – che per legge dovrebbero risplendere di luce pubblica – sono rimasti evidentemente custoditi nei cassetti personali del medico.
L’ipocrisia di Bassetti: pontifica sul rispetto delle regole, ma il suo camice è tutt’altro che immacolato
L’ironia della vicenda è quasi sublime. Abbiamo assistito a mesi di filippiche sull’obbligo civico della trasparenza, sul dovere morale di piegarsi ai dettami della sanità pubblica e sul rispetto incondizionato delle regole istituzionali, salvo poi scoprire che davanti alla richiesta minima sindacale di una commissione parlamentare – ossia autodichiarare i propri conflitti d’interesse – la solerzia scientifica si trasforma in una flemmatica e indisturbata melina.
Viene quasi da chiedersi con quale autorevolezza ci si possa permettere di salire in cattedra, ululando anatemi contro la politica e arrivando persino a scomodare, in un moto di pirotecnico vittimismo, la figura del presidente della Repubblica, quando non si è ancora adempiuto a un elementare dovere informativo verso lo Stato.
La retorica del camice immacolato, d’altronde, fatica a reggere il peso delle carte dei tribunali. Solo pochi mesi fa, nel maggio del 2026, la gip del Tribunale di Genova ha archiviato definitivamente la querela per diffamazione che Bassetti aveva intentato contro il Codacons.
In quell’occasione, la magistratura ha messo nero su bianco che i finanziamenti e i trasferimenti di valore (transfer of value) ricevuti dalle industrie farmaceutiche sono fatti storici accertati, documentati e veritieri. Parlare di queste cifre non è diffamazione, è cronaca. E la cronaca, per chi ha la memoria corta, ricorda che già nel triennio 2019-2021 una inchiesta della Verità aveva quantificato in 87.910 euro gli emolumenti intascati dal professore sotto forma di consulenze, sponsorizzazioni e rimborsi viaggio da colossi come Bayer, Merck e Gilead Sciences.
La questione di Gilead e dell’antivirale Remdesivir
Proprio il capitolo Gilead merita una menzione d’onore in questo festival del paradosso scientifico. Gilead è la multinazionale produttrice del Remdesivir (Veklury), l’antivirale che l’infettivologo genovese ha ampiamente consigliato in Italia.
Tuttavia, il farmaco si è rivelato fallace e clinicamente controverso rispetto alle roboanti promesse iniziali: prestigiosi studi internazionali ne hanno documentato una modesta efficacia clinica e una scarsa incidenza sulla sopravvivenza dei pazienti, a fronte di pesanti accuse di tossicità cardiaca e di ripetuti scandali di lotti contaminati da particelle di vetro iniettabili.
Ciononostante, mentre la molecola faceva guadagnare miliardi alla Gilead al prezzo di migliaia di dollari a trattamento, medici e virologi ne incoraggiavano l’uso negli ospedali. Scoprire che l’accanito sostenitore di certi protocolli sia lo stesso professionista che riceveva finanziamenti dalla casa produttrice di quei medesimi farmaci è un dettaglio che, in un mondo normale, suggerirebbe un profilo basso, quasi felpato. E invece no: il professore preferisce la grancassa mediatica, l’attacco frontale, la posa del martire della scienza.
L’eterno scontro con Lucio Malan (FdI)
Una penosa querelle che lo vede costantemente impegnato a prendere di mira il capogruppo di Fratelli d’Italia al Senato, Lucio Malan. Di fronte a un parlamentare della Repubblica che solleva legittimi interrogativi politici, l’infettivologo non trova di meglio che polemizzare e offendere, un bizzarro concetto di democrazia in cui il diritto di controllo parlamentare sull’operato pubblico parrebbe subordinato al superamento di un esame universitario somministrato dallo stesso controllato: l’arroganza del palcoscenico televisivo ha evidentemente deformato la percezione dei ruoli.
Se una commissione chiede conto dei rapporti economici tra un medico e i giganti di Big Pharma, la risposta non può essere una lezione di epistemologia medica ma una cartella di documenti, chiara, limpida e protocollata. Che però non è mai arrivata.
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