Agenti messi in croce per una frase, ma per i periti non uccisero Fakir
(Ansa)

È stato un dramma, ma lo vogliono a tutti i costi trasformare in un caso di omicidio, di bestiale ferocia poliziesca. E per farlo si aggrappano a poche parole estratte con cura da pagine e pagine di documenti. Ci sarebbe addirittura una nuova denuncia presentata da Fabio Anselmo per conto dei famigliari di Abderrahim Fakir, il cui obiettivo è sempre lo stesso: dimostrare che la polizia ha ucciso un pover uomo con problemi. E perché lo avrebbe ucciso? Chissà: forse per odio, per ideologia, per disprezzo verso un immigrato o per qualche altra odiosa ragione.

A provare tutto ciò sarebbero appunto alcune parole pronunciate dagli agenti che fermarono l’uomo a Bologna. Uno di loro, a fine intervento, si lasciò andare a una considerazione realmente molto discutibile: «È schiattato? Me ne frego» (commento di cui ieri l’agente si è pubblicamente scusato). Il punto è che la ricostruzione di quanto accaduto il 19 luglio scorso nel caldo bolognese non si può ridurre a un paio di brutti ragionamenti per altro registrati dalle body cam della polizia.

La perizia sulla morte di Fakir: cocaina e grave cardiopatia

La realtà dei fatti è che il responso dei consulenti della Procura sul caso di Fakir parla chiaro. Dopo l’autopsia, gli esami tossicologici e tutte le analisi del caso, gli esperti scrivono: «La causa del decesso del sig. Fakir Abderrahim è ascrivibile ad insufficienza respiratoria acuta in soggetto in corso di intossicazione acuta da cocaina (abusatore cronico) e con severa cardiopatia ischemica in coronaropatia trivasale». Il concetto è ribadito più volte nei documenti. Fakir era un consumatore abituale di sostanze, si è procurato varie ferite mentre dava in escandescenze nel quartiere Pilastro di Bologna, altro effetto quest’ultimo della cocaina consumata.

La concentrazione di cocaina nel sangue e le condizioni dell’uomo

«Tornando all’evento acuto», dicono i periti, «nel sangue è stata rilevata una concentrazione di cocaina pari a circa 360 ng/mL. Sebbene non risulti scientificamente corretto individuare una soglia ematica univoca oltre la quale possa essere automaticamente diagnosticato uno stato di intossicazione acuta, il valore riscontrato nel caso di specie assume indubbio significato clinico-tossicologico, soprattutto se correlato alle risultanze autoptiche e al quadro circostanziale. In buona sostanza, tali rilievi indicano un’assunzione della cocaina nelle ore antecedenti il decesso foriera nell’Abderrhaim di una intossicazione acuta da sostanza. I dati tossicologici, infatti, si integrano perfettamente con le condizioni cliniche riferite agli atti e rilevabili dai video esaminati ed antecedenti le manovre di ammanettamento».

La posizione prona tra i fattori che hanno contribuito al decesso

Certo, gli stessi esperti aggiungono poi quanto segue: «Al determinismo del decesso su base ipossica hanno contribuito l’agitazione psicomotoria e l’ipertermia (effetto dell’intossicazione acuta da cocaina) nonché la posizione prona». Quindi di sicuro il fatto che Fakir fosse prono durante le manovre degli agenti per metterlo in sicurezza non ha giovato. Quelle manovre sono durate pochi minuti, e come evidente sarebbe davvero assurdo considerarle causa della morte dell’uomo. Se non avesse assunto cocaina, questo è il dato, Fakir forse oggi sarebbe ancora vivo. Questo almeno è quanto si ricava da una lettura senza pregiudizi del materiale arrivato in Procura, dalle analisi scientifiche e dalle valutazioni degli esperti. Si potrebbe dire, in estrema sintesi, che è stata una tragedia umana, un dramma che ferisce e fa riflettere su certi contesti sociali.

La ricostruzione dell’intervento della polizia al Pilastro

Nelle carte i fatti sono ricostruiti con precisione perfino pedante. Si capisce che a chiamare gli agenti sono stati i cittadini spaventati dalle intemperanze di Fakir, che aveva abusato di droga e stava dando di matto. I poliziotti sono intervenuti e hanno cercato di calmarlo. Hanno chiesto a un vicino di portare acqua per farlo bere. Hanno ripetutamente sollecitato l’arrivo dei soccorsi. Ma non è servito a molto. Fakir è rimasto aggressivo, sputava, tirava calci e pugni, se la prendeva con le auto vicine. Gli agenti allora hanno deciso di intervenire, per altro rifiutando di usare il taser perché avevano capito che sarebbe stato pericoloso su una persona in quelle condizioni. Lo hanno fermato e tenuto fermo a terra, un agente è stato morso e ha dovuto usare lo spray al peperoncino. Quattro minuti circa e Fakir già non rispondeva. La descrizione di poliziotti violenti e assassini che qualcuno ha da subito alimentato e che in queste ore viene riproposta appare semplicemente assurda, frutto di ideologia e in qualche caso pure di malafede.

I periti segnalano criticità nell’intervento dei sanitari

Le parole degli esperti sono d’acciaio: «In estrema sintesi, l’integrazione delle risultanze autoptiche, radiologiche, istologiche, tossicologiche e cliniche, depongono per una causa del decesso del sig. Fakir Abderrahim ascrivibile ad insufficienza respiratoria acuta in soggetto in corso di intossicazione acuta da cocaina (abusatore cronico) e con severa cardiopatia ischemica in coronaropatia trivasale». Se ci sono rilievi da fare sono semmai sull’intervento dei sanitari. «In definitiva, quindi, sono ravvisabili delle criticità per quanto attiene la condotta del personale soccorritore e del personale sanitario successivamente intervenuto, poiché non risultate aderenti ai protocolli dell’emergenza sanitaria, né sotto il profilo della tempestività, né sotto quello dell’efficacia delle manovre stesse», si legge nelle carte. «Tuttavia, anche a fronte di un intervento tempestivo e correttamente eseguito le probabilità di sopravvivenza dell’Abderrahim (ritmo d’esordio “non defibrillabile”) sarebbero state attorno al 15%». Forse insomma si sarebbe potuto fare di più dal punto di vista medico, ma le possibilità di salvare Fakir erano comunque limitate.

Le frasi degli agenti nelle bodycam e le polemiche

Di tutto il materiale fornito dai consulenti, tuttavia, solo pochi e limitati passaggi sono stati degnati di grande considerazione dai media. Cioè le già citate frasi dei due agenti che lo hanno fermato. «Le frasi che abbiamo letto nella trascrizione delle bodycam sono terribili e danno l’impressione di un quadro nel quale il dubbio che ci sia qualcosa che va oltre il mancato rispetto delle procedure è molto forte», dichiara Nicola Fratoianni a Giornaleradio. I titoloni riportano «le frasi shock degli agenti: “È schiattato? Me ne frego”». Queste parole ci sono nelle carte, come no. E ce sono anche altre, precisamente la frase (ripetuta due volte) «Se schiatta ci divertiamo». Quest’ultima è stata completamente decontestualizzata. Uno dei due agenti sta esprimendo preoccupazione, come a dire: se muore sono guai. L’altra frase sul decesso, sicuramente brutale, è stata però pronunciata dopo un intervento difficile e problematico. È una pessima uscita, forse scaturita dalla rabbia, forse dalla frustrazione. Ma è difficile pensare che chi si è prodigato per calmare Fakir e farlo bere poi goda della sua morte.

La morte di Fakir, una tragedia al centro dell’inchiesta

Quella che emerge dalle carte, a volerle sfogliare senza preconcetti di sorta, è una storia terribile. La vicenda di un uomo che collezionava ingressi al pronto soccorso, che è stato schiantato dalla droga. Di sicuro Fakir non meritava di morire così male, e sarebbe atroce dire che se l’è andata a cercare. Ma gli agenti che lo hanno fermato non sono assassini, non hanno agito da violenti persecutori. Eppure per protestare contro una inesistente violenza poliziesca gli antagonisti, mesi fa, hanno devastato Bologna. È a chi li ha aizzati, oggi, che bisogna chiedere conto di un comportamento pericoloso e fanatico. Non a due poliziotti finiti dentro un dramma e a cui la parte degli aguzzini sta decisamente troppo stretta.

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