Un ex autista dell’ufficio gip del tribunale di Milano è finito ieri agli arresti domiciliari, accusato di essere «autore materiale degli accessi abusivi del sistema informatico» protetto del tribunale per raccogliere «dati e informazioni coperti da segreto d’ufficio» consultando il «contenuto dell’elenco degli indagati» per poi far sapere «gli esiti delle ricerche», per il tramite dell’avvocato Rocco Romellano, noto alle cronache per aver difeso esponenti della ‘ndrangheta, ai principali accusati dell’indagine della Procura di Milano e della Guardia di finanza che ieri, con 30 arresti e un sequestro di 21 milioni, ha smantellato la «banca della criminalità» organizzata.
È questa l’accusa formulata nei confronti di Domenico Bruno, l’ex autista dell’ufficio gip milanese con mansioni di operatore giudiziario e l’incarico di gestire i beni «congelati» e depositati su Fondo unico giustizia, da ieri ai domiciliari così come l’avvocato Romellano.
La chat Signal svela la presunta talpa in tribunale
L’esistenza di una «talpa» negli uffici giudiziari è stata riscontrata grazie all’analisi forense di un tablet sequestrato il 24 giugno a uno degli indagati, Paolo Pelaggi, all’interno del quale gli investigatori hanno scovato una chat Signal tra l’utilizzatore del device e un’altra persona coinvolta nell’indagine, Luigi Mercadante. L’interlocutore è stato identificato quasi per caso, attraverso il nickname «fratellino» che Pelaggi usava abitualmente nei suoi confronti. Dalla lettura della chat, si legge nell’ordinanza di custodia cautelare, «era emersa un’immagine inviata tramite messaggio da Pelaggi a Mercadante, corrispondente a una schermata (stampata su foglio di carta) di una pagina del registro Sicp, utilizzato negli uffici giudiziari – tra cui il tribunale di Milano – per catalogare le informazioni riguardanti ciascun procedimento penale iscritto dalla Procura della Repubblica».
Le informazioni riservate sull’indagine della Procura
Gli inquirenti erano stati attraversati dal sospetto che qualcuno potesse aver effettuato «un accesso abusivo nel predetto sistema informatico, allo scopo di fornire informazioni ai componenti del sodalizio». «Questi ultimi», prosegue il gip, «in particolare, grazie alla disponibilità dei dati desumibili da quell’immagine, avrebbero assunto la consapevolezza, in data 18 dicembre 2025, di essere sottoposti a un’indagine avviata dalla Procura della Repubblica di Milano».
«Il foglio», prosegue l’ordinanza, «risulta visibilmente piegato, sintomatico del fatto che potesse essere stato consegnato brevi manu, e riporta la data di iscrizione al registro degli indagati, tra cui quella degli stessi Pelaggi,
Mercadante e Piscioneri (Giuseppe, ndr), nonché dei rappresentanti legali delle prime “società-cartiera” utilizzate (Luigi Alfano, Gianluigi Contestabile, Alessio Piga, Alfredo De Luca), Mingyang Zheng e collaboratori (Liaowei Yang, Dezhi Chen, Yong Wu, Haiwei Yang) e Ervin Tapa (procacciatore di clientela per il sodalizio)».
La chat ricostruisce i contatti tra gli indagati
La chat scovata dagli investigatori ha, però, permesso di ricostruire una parte della struttura clandestina della presunta banca dalle mafie. Ricevuta la fotografia, Mercadante «commentava che gli ultimi quattro nomi in elenco fossero gli “amministratori” (delle cartiere) (“gli ultimi 4 sono amministratori”); aggiungendo poco dopo (alle 18:01) “appena chiamata calabrese un’altra denuncia mo e scesa dai cc (i carabinieri, ndr)”, facendo intendere di aver contattato una sua ulteriore fonte calabrese, la quale gli avrebbe riferito di un’altra denuncia a loro carico “scesa dai cc ”.
Dall’analisi dei tabulati gli investigatori hanno, poi, ricostruito i contatti tra Piscioneri e l’avvocato Romellano e tra quest’ultimo e Bruno. In particolare, il legale, secondo quanto riportato nell’ordinanza da 564 pagine del gip Luca Milani, avrebbe fatto da tramite riportando a Bruno le richieste di Piscioneri, affiliato alla locale di Pioltello, comune del Milanese, sulle posizioni di alcuni suoi coindagati poi verificate nel dicembre dell’anno scorso, quando l’inchiesta dei pm Grazia Colacicco e Pasquale Addesso era in corso.
Il ruolo di Bruno e dell’avvocato Romellano
Una volta entrato in possesso dei dati riservati e protetti «relativi alla sicurezza pubblica» e «all’amministrazione della giustizia», Piscioneri si sarebbe recato a Segrate, a casa di Pelaggi, «già condannato per reati fiscali e fallimentari aggravati dall’agevolazione mafiosa».
Come detto, i due, attraverso la piattaforma Signal trasferivano a Mercadante, esponente del «clan dei Casalesi», una «foto dell’estratto» del sistema informatico protetto che Bruno, «violando i doveri inerenti alle sue funzione o servizio, o comunque abusando della sua qualità» aveva scattato. Il giudice a proposito di Romellano e Bruno, già nei guai per un’altra indagine sulla gestione dei beni del Fug e difeso dall’avvocato Roberto Grittini, sottolinea come «le modalità delle condotte accertate rivelino (…) un’assoluta assenza di remore nel mettersi a disposizione del sodalizio criminoso (…) non esitando a compiere attività contrarie ai loro doveri di ufficio».
Trenta arresti per la presunta banca occulta delle mafie
Piscioneri, Pelaggi e Mercadante sono tra i destinatari della misura in carcere tra quelle eseguite all’alba di ieri, nel corso di un’operazione che ha visto finire in carcere 16 persone, mentre altre 14 sono finite agli arresti domiciliari. Secondo gli inquirenti, organizzazioni malavitose avevano messo insieme una sorta di consorzio, riconducibile a tre italiani ritenuti vicini ad ambienti della ‘ndrangheta crotonese e del clan dei Casalesi, con il supporto di complici cinesi e albanesi, che secondo le indagini della Dda, condotte dal Nucleo di polizia economico finanziaria della Finanza di Milano e da quella di Monza, avrebbero messo una vera e propria «banca occulta» a disposizione delle mafie.
Fatture false e riciclaggio per oltre 110 milioni
L’organizzazione che avrebbe offerto servizi, tra fatture false e riciclaggio internazionale, a ‘ndrangheta, camorra e alla cosiddetta «quarta mafia», ossia la criminalità organizzata foggiana e aveva una struttura con capacità «rigenerativa», perché era in grado di usare «sempre nuovi schemi e sempre nuove società».
Complessivamente sono stati scoperti oltre 110 milioni di euro di fatture false e riciclaggio internazionale da 68 milioni di euro tramite criptovalute.
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