Prima Milano, adesso Monza. Cambiano gli amministratori delle chat del terrore, ma il copione sembra ripetersi. Un canale social conteneva i diktat: sottrarre le pistole ai poliziotti, incendiare edifici dello Stato e assaltare negozi. Mentre il gip Tiziana Landoni deve decidere se convalidare il fermo di Youssef Siher, il dottor Sommossa accusato di aver istigato a commettere reati attraverso i canali del Movimento 17 ottobre, dalla Brianza spunta un altro sobillatore in erba.
È un minorenne (13 anni) che spiegava ai manifestanti quando indossare il passamontagna per non farsi riconoscere durante gli assalti del 17 e 18 ottobre. Gli investigatori della Digos di Monza lo hanno individuato e, perquisendo la sua abitazione, hanno trovato proprio un passamontagna e una maglietta che sarebbe stata rubata durante i saccheggi. Ma è dal suo cellulare che è arrivata la scoperta più preoccupante: il gruppo Whatsapp con oltre 230 partecipanti. I messaggi hanno fatto scattare 150 perquisizioni in tutta Italia. Per ora, però, non sarebbe emerso un collegamento diretto tra il minorenne brianzolo e Siher.
Siher, la difesa contesta le accuse di istigazione
Ieri mattina il dottor Sommossa ha fatto scena muta a San Vittore rispetto alle accuse di istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e violenza organizzata in manifestazioni pubbliche. I suoi difensori, gli avvocati Benedetto Ciccarone e Yasmina Abu Sharar, hanno chiesto di non convalidare il fermo e di respingere la richiesta di misure cautelari. Per i due difensori, non sussisterebbero «né gravi indizi di colpevolezza, né esigenze cautelari». La difesa contesta l’aggravante del terrorismo e la rilevanza penale dei messaggi attribuiti all’indagato. E Siher, a dire dei suoi difensori, sarebbe tranquillo: avrebbe esercitato «le sue libertà e i diritti costituzionalmente garantiti». L’inchiesta sarebbe una «montatura», invece, per il movimento dei Giovani palestinesi d’Italia, al quale aderiscono sia lui sia la moglie Sagia Hammoud, indagata a piede libero. Secondo il movimento, si tratterebbe di una manovra politica per «distogliere l’attenzione dall’aumento dei prezzi del carburante e del caro vita». Il «governo Meloni», insomma, avrebbe «trovato un capro espiatorio». Parole identiche a quelle pronunciate da Ilaria Salis, che ha definito Siher un «capro espiatorio ideale», aggiungendo: «Contro di lui gogna razzista e islamofoba».
Il tredicenne e le istruzioni per gli assalti nelle chat
Intanto, però, le indagini della Digos di Monza, come quelle su Siher, raccontano che almeno una parte dei partecipanti ai disordini si scambiasse istruzioni precise attraverso i social. Tutto è partito da un post: «Non indossate subito i passamontagna, altrimenti ci fermano prima». A scriverlo, secondo la ricostruzione della polizia, è stato un maranza di 13 anni, studente, nato in Marocco, ma cittadino italiano di seconda generazione. Non si limitava a raccomandare prudenza. Spiegava agli altri ragazzi come vestirsi, cosa indossare e come muoversi per le strade del centro di Milano durante gli assalti del 17 e 18 ottobre. Non senza riferimenti ad armi, coltelli, fumogeni e petardi, insieme a propositi di aggressione agli agenti, danneggiamenti dei mezzi di servizio, incendi di edifici pubblici e saccheggi. «E noi gli rubiamo le armi», scriveva un partecipante. Un altro proponeva di prendere di mira direttamente un poliziotto: «Prendiamone uno lo picchiamo e gli leviamo l’arma di dosso». La violenza veniva discussa con la stessa disinvoltura con cui si organizzava un appuntamento. «O raga, ma se dobbiamo protestare mandiamo a fuoco un edificio del governo, figa». Un altro chiedeva: «Dove si possono comprare i fumogeni e i petardi potenti».
Coltelli, mazze e inviti a saccheggiare negozi
C’erano anche le raccomandazioni sull’equipaggiamento: «Girate con qualcosa tipo coltelli per sicurezza». Un altro invitava a portare «mazze e bastoni». E quando nella conversazione le posizioni erano divergenti, qualcuno richiamava tutti all’obiettivo comune: «Perché litigate? Siamo tutti insieme contro la polizia». Il bersaglio erano anche i mezzi operativi: «Rompiamo un’altra macchina dei carabinieri e la guidiamo». Accanto agli inviti allo scontro comparivano quelli per i saccheggi. «Cazzo c’è da rubare?». Le risposte: «Rapina Gucci» e «rapina al McDonald’s».
Le 150 perquisizioni e gli oggetti sequestrati in Brianza
Le conversazioni hanno spinto gli investigatori a intervenire prima delle nuove iniziative annunciate per il 24 ottobre. Nella sola provincia di Monza e Brianza gli accertamenti hanno riguardato 32 persone (molte di seconda generazione), tra cui otto minorenni. Sono stati sequestrati coltelli a serramanico e a farfalla, tirapugni, uno sfollagente telescopico, due scacciacani prive del tappo rosso, un martello frangivetro e altri oggetti atti a offendere. Tra i reperti c’è anche un’accetta con impressa sulla lama la sequenza numerica «1312», che richiama l’acronimo Acab: «All cops are bastards». Nell’inchiesta di Monza, insomma, gli investigatori hanno trovato una corrispondenza materiale tra le istruzioni diffuse online e gli oggetti sequestrati. Il ragazzo che spiegava quando indossare il passamontagna ne custodiva uno nella propria camera. E nelle abitazioni raggiunte dalle successive perquisizioni sono spuntate le armi.
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