Le chiavette Usb che qualcuno avrebbe voluto recuperare nell’ufficio di David Rossi e una misteriosa valigetta che il manager del Monte dei Paschi portava sempre con sé. Le chiavette esistevano: gli investigatori sequestrarono e copiarono i supporti informatici di Rossi. Ma nessuno ha dimostrato che contenessero segreti da provocare un’intimidazione. Quanto alla valigetta, a parlarne fu un uomo dall’identità ancora misteriosa.
Le chiavette Usb e la misteriosa valigetta
Ora i due oggetti si incrociano nelle carte della commissione parlamentare d’inchiesta. Entrambi compaiono nella nota del tenente colonnello Adolfo Gregori, ufficiale del Ris, acquisita il 16 ottobre. Il militare ricostruisce il colloquio con un detenuto: alcune persone avrebbero accompagnato Rossi nel suo ufficio per recuperare chiavette Usb contenenti informazioni riservate. Gregori gli domanda della valigetta, ma il detenuto evita di rispondere: «Sollecitato sull’esistenza di una valigetta di Rossi», annota l’ufficiale, «il detenuto non forniva risposte esplicite, ma […] aggiungeva che ulteriori informazioni sensibili erano conservate nelle chiavette Usb».
La valigetta riporta indietro di dieci anni. A un testimone comparso dal nulla. Tra il 2015 e il 2016 un uomo si presentò all’avvocato Luca Goracci, allora legale della famiglia Rossi, dicendo di chiamarsi Antonio Muto, imprenditore di Mantova. Sosteneva di aver mancato un appuntamento con Rossi la sera della morte per un incidente in autostrada e di averlo poi visto a terra nel vicolo. Fu lui a parlare della 24 ore: «La portava con sé anche durante il ricovero del padre». Particolare che avrebbe confermato il fratello della vittima. Ma quando i parlamentari hanno convocato Muto, imprenditore di Cutro legato a Mps, hanno scoperto che non era l’uomo incontrato da Goracci. Chi aveva usato il suo nome? E perché? Nell’annotazione l’identità del detenuto è coperta da «omissis». Dietro quelle righe, però, ci sarebbe William Renan Vilanova Correa, il brasiliano condannato per l’omicidio di una prostituta a Siena quattro giorni prima della morte di Rossi.
Il nome di De Pau e le dichiarazioni del detenuto
Tre donne che esercitavano la prostituzione le ha uccise anche Giandavide De Pau, ex autista del boss Senese, condannato a Roma. De Pau, coincidenza, in passato avrebbe reso dichiarazioni autoaccusatorie sulla morte di Rossi, oggetto di approfondimenti.
La sua capacità mentale era stata discussa, ma le perizie lo avrebbero ritenuto capace di intendere e volere. In commissione, il presidente aveva mostrato a Muto fotografie di De Pau, Vilanova Correa e Ceccherelli, chiedendogli se li conoscesse. «O si è trattato di un messaggio o un depistaggio e se è questo va punito», osserva con La Verità Carmelo Miceli, legale della moglie e della figlia di Rossi. Chiede verifiche sulla possibile presenza di De Pau a Siena, richiama l’omicidio della prostituta e il misterioso «Davide» che, secondo una coinquilina, si sarebbe presentato a casa della vittima. Anche Vinci ammette: «La penso esattamente come Miceli, la posizione di De Pau andrebbe vagliata meglio, ma non dalla nostra commissione». Poi aggiunge: «Ci sono due persone che non sono state identificate, e non si può escludere nulla». Ma torniamo al brasiliano.
La commissione lo aveva incontrato in carcere nel novembre 2024. Le Procure di Siena e Genova avevano già giudicato inattendibili le sue dichiarazioni sulla morte di Rossi. E il punto è capire cosa abbia aggiunto oggi. Parla di flussi di denaro e interessi della ‘ndrangheta. Dice di aver sentito che Rossi poteva trasferire fino a 50 milioni di euro con un solo «click» dal computer. Un particolare mai emerso dalle indagini, come i riferimenti a criptovalute e bitcoin, che avrebbero fatto inizialmente crollare la sua attendibilità.
Le versioni sull’aggressione e il van davanti alla banca
Ma quando ricostruisce quella sera, alcuni dettagli sembrano combaciare. Rossi sarebbe stato malmenato in un van fermo davanti alla banca, «dove c’è il monumento al centro». Da lì sarebbe sceso con tre persone, entrando dall’ingresso principale per raggiungere l’ufficio e recuperare le chiavette. Gregori annota la descrizione della postazione del portiere. Alla domanda sul «calcio fiorentino», il detenuto mima pugni e allude a un uomo di quell’ambiente, rimasto però nel van. Un riferimento che sembra portare a Gabriele Ceccherelli, detto Zena, ex bomber del calcio storico fiorentino, chiamato in causa nell’inchiesta parlamentare insieme a Giuseppe Mussari (i due respingono duramente le accuse). Il van si sarebbe poi spostato verso il vicolo in cui precipitò Rossi.
Due persone sarebbero scese per bloccarne l’accesso. Il detenuto cita lavori edili nella banca e sangue mai repertato in un bagno, senza precisare quale dei due presenti al piano. Nulla di tutto questo, per ora, riscontra la sua ricostruzione. Che presenta un problema: il portiere Massimo Riccucci disse di non aver visto entrare nessuno. E Saverio Giampà, collaboratore di giustizia ascoltato dalla commissione, racconta un’altra dinamica. Rossi non aspettava nessuno. Due uomini sarebbero entrati nell’ufficio, lo avrebbero malmenato e sospeso a testa in giù fuori dalla finestra, tenendolo per i piedi. Uno avrebbe perso la presa. Cambiano il luogo della prima aggressione, il numero degli uomini e la sequenza. Due versioni da verificare. Giampà sostiene però che gli accessi fossero organizzati dall’interno: «So che era tutto organizzato da persone/dirigenti di Mps, sia l’entrata sia l’uscita. Doveva essere un gioco da ragazzi. Preciso che Mussari era solo il tramite e le persone che sarebbero entrate non dovevano essere riprese».
Il tunnel e la sostanza sulle scarpe
E dagli atti risulta che nella sede di Rossi esisteva un tunnel. Sulle sue scarpe i consulenti della Procura, Cristina Cattaneo e Davide Zavattaro, trovarono una sostanza biancastra. Nel passaggio sotterraneo tra Palazzo Salimbeni e un edificio adiacente, accessibile tre piani sotto l’ufficio, individuarono depositi salini simili. Quel materiale poteva aderire alle scarpe per una o due ore. Non fu accertata una corrispondenza chimica esclusiva, né è dimostrato che Rossi fosse passato di lì. Un altro passaggio, però, c’era. E l’attendibilità del testimone è appesa anche a questo dettaglio.
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