Il legale dei no Cpr soccorre i baby criminali
(Getty Images)

Prima i sondaggi su Telegram, chat usata come una cabina di regia per scegliere i negozi da assaltare, poi i passamontagna, i tafferugli e i saccheggi nel centro di Milano. Infine, gli avvocati per assistere i fermati e chi si è messo nei guai. Le chat di maranza e giovanissimi protagonisti dei disordini del 17 e 18 ottobre sono un mix tra desiderio di creare caos e scontri con la polizia e smania di svaligiare negozi del lusso.

Ma tra chi punta alle vetrine e chi cerca lo scontro spunta anche chi dà alla violenza una giustificazione politica. E annuncia che la protesta «non sarà una lotta pacifica fino in fondo». Un sondaggio viene lanciato per decidere quale attività colpire per prima: tra le opzioni compaiono Sephora, Foot Locker, Unieuro, Armani e Snipes. E c’è chi invita i ragazzi a non «venire subito con passamontagna» e a «tenerlo in tasca» aspettando il raggruppamento. Perché i poliziotti operano «in borghese».

Le chat dei manifestanti e il servizio di assistenza legale

Nei gruppi, tra gli insulti alle Forze dell’ordine, è comparsa anche una locandina su fondo giallo che si chiude con uno slogan: «Tutti liberi, tutte libere!». Ci pensano gli avvocati. Il contenuto del testo è corredato da un profluvio di asterischi al posto delle desinenze. L’incipit è un appello diretto ai protagonisti delle devastazioni: «Sei stat* fermat* sabato 17 e domenica 18 ottobre a Milano? Conosci qualcun* che è stat* fermat*?». Segue un invito a scrivere a un indirizzo email o a chiamare un numero di cellulare. L’utenza si presenta su WhatsApp come un «Hub di protezione» e fornisce un autentico servizio di segreteria.

La persona che ha risposto alla chiamata della Verità ha dato disposizioni chiare, mantenendo la promessa scritta nell’annuncio: «Ti metteremo in contatto con avvocati». E, subito dopo, ecco il primo nome: «Dovete chiamare l’avvocato Eugenio Losco». Ex difensore di Ilaria Salis nel processo in Ungheria e componente del pool difensivo dei medici no Cpr. È l’avvocato di Nicola Cocco, l’infettivologo e ideologo della rete «Mai più Lager No cpr», finito al centro dell’inchiesta della Procura di Ravenna sui presunti certificati medici falsi che avrebbero impedito il trasferimento di immigrati irregolari nei Cpr. Il nome del penalista milanese era citato, a fianco di un tale «dott. Gozzi», anche in calce a un documento-vademecum trapelato dal carcere La Dogaia di Prato, contenente escamotage e suggerimenti legali rivolti ai medici no Cpr.

Eugenio Losco e Paola Bevere tra i nomi citati nelle chat

Lo sportello telefonico pro-teppisti e maranza è solerte nel sottolineare che, quando si viene fermati dalla polizia, «non è facile far valere i propri diritti». Il paravento legale prospettato nelle chat conterebbe anche su un secondo nome: Paola Bevere.

Molto attiva nella difesa dei diritti umani, l’avvocato romano vanta rapporti con il movimento ambientalista di Ultima generazione. In passato ha partecipato, come relatrice, a un incontro organizzato dal Partito democratico Montesacro contro il Disegno di legge sulla violenza sessuale. Bevere farebbe anche parte della «Rete di resistenza legale», un’unione di avvocati che difendono i militanti dei movimenti sociali. Dalle colonne del Manifesto la Bevere si è detta preoccupata «per l’innalzamento del livello di repressione del dissenso», criticando l’uso dei reati associativi che avrebbero «un effetto intimidatorio». Il sostegno al pool difensivo arriva addirittura da Ilaria Salis.

Nel post social in cui esprime preoccupazione «per la situazione delle persone fermate e trattenute», l’eurodeputata ringrazia «il team legale auto-organizzato che sta offrendo assistenza» a chi è rimasto coinvolto. Su X invece, sempre la Salis, ha rilanciato lo slogan di Chiara Berard, attivista Lgbtq candidata della sinistra alle ultime elezioni regionali in Valle d’Aosta: «Bismillah, c’est les ténèbres», traducibile come «In nome di Allah, è l’oscurità».

«Non sarà una lotta pacifica fino in fondo»: i messaggi nelle chat

Gli slogan in francese e in arabo richiamano quelli comparsi nelle proteste d’Oltralpe. Ma nelle chat italiane, accanto ai proclami rivoluzionari, cominciano a emergere anche i timori per le conseguenze degli scontri di Milano. «Non sarà una lotta pacifica fino in fondo». E ancora: «Questo è l’inizio della rivoluzione». Ma emerge la consapevolezza dei rischi connessi alla partecipazione alle manifestazioni, fino alla possibilità di finire indicati come coinvolti in episodi violenti.

«Dobbiamo evitare che ci siano teppisti in mezzo a noi», afferma uno degli interlocutori, richiamando la necessità di contenere possibili derive. Al centro delle comunicazioni c’è anche la gestione delle ricadute mediatiche: «Dobbiamo difenderci dal fango che ci sta dipingendo come i fautori di quello che è successo a Milano». L’autore respinge quindi le accuse di aver diretto i disordini: «Abbiamo semplicemente organizzato le persone». Il passaggio più delicato resta quello sulla natura della mobilitazione: «È inevitabile ottenere qualcosa con una lotta, con tutte le conseguenze della lotta», fino alla considerazione che la protesta non resterà pacifica «fino in fondo».

Erick Jara respinge ogni collegamento con le violenze

In questo contesto, Erick Jara, in nome proprio e in qualità di rappresentante del movimento Nuovi italiani, ieri ha respinto ogni accostamento alle violenze del 17 e del 18 ottobre. Jara contesta le ricostruzioni che attribuiscono a lui o al movimento un ruolo nell’organizzazione, nella promozione o nel sostegno degli scontri, dei saccheggi e di attività riconducibili a gruppi eversivi, giudicandole false e lesive della reputazione.

Ma precisa anche che lui e il movimento Nuovi italiani sono estranei «all’organizzazione e alla promozione» degli episodi di violenza, dai quali prende le distanze, escludendo qualsiasi collegamento, sia «organizzativo» sia «ideologico», con il cosiddetto «Fronte rivoluzionario italiano» o con altre sigle indicate come eversive o violente.

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