Andrea Sempio «va processato per l’omicidio di Chiara Poggi». Avrebbe ucciso con «crudeltà» ed «efferatezza» per «motivi abietti», riconducibili «all’odio per la vittima, a seguito del rifiuto del suo approccio sessuale».
Fin qui la richiesta della Procura guidata da Fabio Napoleone, che ieri ha depositato una richiesta di rinvio a giudizio per il commesso di Voghera, indagato per la seconda volta (la prima nel 2017 si concluse con una rapida archiviazione) dal marzo dello scorso anno, per il delitto di Garlasco del 13 agosto 2007. Un delitto che per la giustizia italiana ha già un colpevole condannato in via definitiva: Alberto Stasi, che sta scontando 16 anni di carcere.
Due presunti assassini e una sentenza definitiva
Due presunti assassini, un solo omicidio e una sentenza passata in giudicato. E mentre la difesa di Stasi annuncia che verso la metà di novembre depositerà l’istanza di revisione, rinforzata nel frattempo dalle scoperte pro Stasi della Procura e da una sfilza di errori investigativi emersi nel corso della nuova indagine, gli avvocati di Sempio sono pronti a sollevare una questione di legittimità costituzionale davanti al giudice dell’udienza preliminare. Perché 19 anni dopo il delitto, il rischio è quello di produrre due verità giudiziarie inconciliabili. «Conflitto tra giudicati», lo chiamano i giuristi. Ed è probabile che l’eccezione che potrebbe portare il caso alla Consulta verrà presentata in via preliminare già alla prima udienza. Il risultato sarebbe la valutazione della posizione su Sempio «congelata», in attesa che venga definito il giudizio di revisione su Stasi.
La Procura generale di Milano, invece, non ha sciolto la riserva sull’istanza di revisione. E la famiglia Poggi, convinta che la verità sia quella scritta nella sentenza passata in giudicato, anche per questioni puramente tecniche, hanno fatto sapere che non si costituiranno parte civile. Ora, però, Sempio ha potuto leggere una contestazione definitiva a suo carico.
Le accuse della Procura: «Ha colpito Chiara ripetutamente»
Che la Procura riassume così: dopo una iniziale colluttazione avrebbe «colpito reiteratamente la vittima» alla testa «con un corpo contundente», che non viene indicato. Poi l’avrebbe trascinata «al fine di condurla verso la porta di accesso alla cantina» e, «dopo che la parte offesa provava a reagire mettendosi carponi», l’avrebbe colpita «nuovamente con almeno tre o quattro colpi» alla testa, «facendole perdere i sensi». A quel punto avrebbe «spinto il corpo facendolo scivolare lungo le scale che conducono in cantina ove, nonostante la stessa fosse già incosciente», avrebbe continuato a colpire, «cagionando» a Chiara «gravi lesioni cranio encefaliche dalla quali derivava il decesso».
I legali di Sempio, Liborio Cataliotti e Angela Taccia, però, ieri non sono sembrati scomposti di fronte alle accuse. E parlano di «imputazione conforme rispetto alle nostre previsioni, sia per quello che concerne la dinamica del fatto sia per quanto riguarda le aggravanti». Anche Sempio, secondo quanto riferito dai suoi legali, si sarebbe detto «convinto che verrà dimostrata la sua innocenza».
L’impronta 33, il Dna e gli errori investigativi
Al centro dello scontro tra accusa e difesa su quanto accaduto la mattina del 13 agosto 2007 nella villetta di via Pascoli di casa Poggi, sostenuto dalle rispettive consulenze, tre elementi su tutti: la ormai famosa «impronta 33» con le 15 minuzie dattiloscopiche riconducibili al palmo destro di Sempio, la compatibilità del piede dell’allora diciannovenne (amico intimo di Marco, fratello di Chiara) con le impronte lasciate da una scarpa dalla suola a pallini e le tracce biologiche rinvenute sotto le unghie della ragazza. Punti sui quali i periti di parte continuano a sostenere tesi diametralmente opposte, che vanno inevitabilmente a sovrapporsi alle indagini effettuate nel 2007 (quelle che portarono a ipotizzare la colpevolezza di Stasi, assolto nei primi due gradi di giudizio, ma poi riconosciuto colpevole «oltre ogni ragionevole dubbio» con la condanna definitiva a 16 anni del 2015).
Quegli accertamenti investigativi ora per la Procura di Pavia sarebbero stati caratterizzati da una serie di anomalie (alcune delle quali, per la verità, segnalate anche dal giudice Stefano Vitelli che, per primo, valutò le prove su Stasi, assolvendolo). Basti pensare alla mancata consegna alla Procura da parte dei carabinieri del Ris di Parma, all’epoca guidati dal generale Luciano Garofano, dei due risultati negativi relativi alla presenza del Dna di Chiara sui pedali della bicicletta (la Umberto Dei di Alberto), rilevati dai campionamenti effettuati il 20 settembre, che avevano completamente sovvertito l’esito dello stesso test effettuato il giorno precedente. Una «prova» che nei giorni successivi portò al fermo di Stasi, poi non convalidato. Tra tanti «non ricordo» ed «è passato tanto tempo» gli ufficiali del Ris presenti quei giorni in laboratorio, sfilati nei mesi scorsi davanti ai pm di Pavia, non hanno saputo fornire una spiegazione logica sull’accaduto.
L’alibi di Sempio e la strategia della difesa
C’è poi la questione relativa all’alibi di Sempio, legato alla sua presenza a Vigevano quella mattina a ridosso di Ferragosto per acquistare un libro. Come prova ha prodotto lo scontrino di un parcheggio che per gli inquirenti, però, appartiene alla madre.
Tornando alle mosse della difesa di Sempio, bisognerà infine capire quale sarà l’eventuale strategia processuale da adottare davanti al gup: rito ordinario e quindi l’attesa per il verdetto del giudice sulla richiesta di rinvio a giudizio o rito abbreviato per puntare all’immediata assoluzione ma con il rischio di arrivare subito a una decisione di primo grado? Possibilità, quest’ultima, consentita dal fatto che l’omicidio di Chiara risale al 2007. Con l’ultima riforma, infatti, non è più possibile chiedere il rito alternativo che comporta lo sconto di un terzo della pena con imputazioni e aggravanti per le quali è prevista la pena dell’ergastolo.
Prima ancora di scegliere il rito, però, Cataliotti e Taccia intendono giocare la carta procedurale sul conflitto tra giudicati. Ieri Cataliotti a Dentro la notizia ha definito un’eventuale sentenza su Sempio, in assenza della revisione per Stasi, un «mostro giuridico».
Ha collaborato Fabrizio Di Vito.
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