In questa puntata di Segreti il professor Riccardo Puglisi analizza il delitto di Garlasco da una prospettiva inedita: il ruolo dei media, la polarizzazione dell’opinione pubblica e il peso delle narrazioni nel caso Stasi. Tra giustizia, informazione e percezione collettiva, analizziamo come nasce, e si consolida, un racconto mediatico destinato a dividere.
Alberto Stasi (Ansa)
Ieri l’udienza dell’incidente probatorio: al centro, il materiale ritenuto compatibile con quello di Sempio o dei suoi familiari in linea paterna, ma non con il fidanzato della vittima. Il quale, a sorpresa, si è presentato in aula, scatenando l’ira dei Poggi e di Venditti.
La presenza del Dna di Alberto Stasi sulle unghie di Chiara Poggi era rimasta sospesa come una minaccia perenne. Non era una certezza, ma un’ombra. Un residuo tecnico buono per tenere aperta ogni porta o per alimentare il dubbio.
Ieri, nell’aula del tribunale di Pavia, quell’ombra è stata cancellata dall’incidente probatorio. «È stato chiarito definitivamente che Stasi è escluso». Lo dice senza giri di parole all’uscita dal palazzo di giustizia Giada Bocellari, difensore con Antonio De Rensis di Stasi. «Tenete conto», ha spiegato Bocellari, «che noi partivamo da una perizia del professor Francesco De Stefano (il genetista che nel 2014 firmò la perizia nel processo d’appello bis, ndr) che diceva che il Dna era tutto degradato e che Stasi non poteva essere escluso da quelle tracce». È il primo elemento giudiziario della giornata di ieri. La stessa Bocellari, però, mette anche un freno a ogni lettura forzata: «Non è che Andrea Sempio verrà condannato per il Dna. Non verrà mai forse neanche rinviato a giudizio solo per il Dna». Gli elementi ricavati dall’incidente probatorio, spiega, sono «un dato processuale, una prova che dovrà poi essere valutata e questo lo potrà fare innanzitutto la Procura quando dovrà decidere, alla fine delle indagini, cosa fare». Dentro l’aula, però, la tensione non è stata solo scientifica. È stata anche simbolica. Perché Stasi era presente. Seduto, in silenzio. E la sua presenza ha innescato uno scontro.
«È venuto perché questa era una giornata importante», spiega ancora Bocellari, aggiungendo: «Tenete conto che sono undici anni che noi parliamo di questo Dna e finalmente abbiamo assunto un risultato nel contraddittorio». Una scelta rivendicata senza tentennamenti: «Tenete conto anche del fatto che lui ha sempre partecipato al suo processo, è sempre stato presente alle udienze e quindi questo era un momento in cui esserci, nel massimo rispetto anche dell’autorità giudiziaria che oggi sta procedendo nei confronti di un altro soggetto». E quel soggetto è Sempio. Indagato. Ma assente. Una scelta opposta, spiegata dai suoi legali. «In ogni caso non avrebbe potuto parlare», chiarisce Angela Taccia, che spiega: «Il Dna non è consolidato, non c’è alcuna certezza contro Sempio. Il software usato non è completo, anzi è molto scarno, non si può arrivare a nessun punto fermo». Lo stesso tono lo usa Liborio Cataliotti, l’altro difensore di Sempio. «Confesso che non mi aspettavo oggi la presenza di Stasi. Però non mi sono opposto, perché si è trattato di una presenza, sia pur passiva, di chi è interessato all’espletamento della prova. Non mi sembrava potessero esserci controindicazioni alla sua presenza». Se per la difesa di Sempio la presenza di Stasi è neutra, sul fronte della famiglia Poggi il clima è diverso. L’avvocato Gian Luigi Tizzoni premette: «Vedere Stasi non mi ha fatto nessun effetto, non ho motivi per provare qualsiasi tipo di emozione». Ma la linea processuale è chiara. Durante l’udienza i legali dei Poggi (rappresentati anche dall’avvocato Francesco Compagna) hanno chiesto che Stasi uscisse dall’aula perché «non è né la persona offesa né l’indagato». Richiesta respinta dal gip Daniela Garlaschelli come «irrilevante e tardiva», perché giunta «a sei mesi di distanza dall’inizio dell’incidente probatorio». Stasi è stato quindi ammesso come «terzo interessato». Ma l’avvocato Compagna tiene il punto: «Credo che di processuale ci sia poco in questa vicenda, è un enorme spettacolo mediatico». E attacca sul merito: «La verità è che le unghie sono prive di significato, visto che la vittima non si è difesa e giocare su un dato che non è scientifico è una follia».
La perita Denise Albani, ricorda Compagna, «ha ribadito che non si può dire come, dove e quando quella traccia è stata trasferita e quindi non ha valore». Deve essersi sentito un terzo interessato anche il difensore dell’ex procuratore aggiunto di Pavia Mario Venditti (indagato a Brescia per un’ipotesi di corruzione in atti giudiziari riferita all’archiviazione della posizione di Sempio nel 2017). L’avvocato Domenico Aiello, infatti, ha alzato il livello dello scontro: «Non mi risulta che esista la figura della parte processuale del “terzo interessato”. Si è palesato in aula a Pavia il titolare effettivo del subappalto di manodopera nel cantiere della revisione». E insiste: «Sarei curioso di capire se sia soddisfatto e in quale veste sarà registrato al verbale di udienza, se spettatore abusivo o talent scout od osservatore interessato. Ancora una grave violazione del Codice di procedura penale. Spero non si sostituisca un candidato innocente con un altro sfortunato innocente e a spese di un sicuro innocente».
Ma mentre le polemiche rimbalzano fuori dall’aula, dentro il dato resta tecnico. E su quel dato, paradossalmente, tutti escono soddisfatti. «Dal nostro punto di vista abbiamo ottenuto risposte che riteniamo molto ma molto soddisfacenti sulla posizione di Sempio», dice Cataliotti. Taccia conferma: «Siamo molto soddisfatti di com’è andata oggi». La difesa di Sempio ribadisce che il dato è neutro, parziale, non decisivo. La difesa di Stasi incassa l’esclusione definitiva del Dna. E alla fine l’incidente probatorio ha fatto la sua parte. Ha prodotto una prova. Ha chiarito un equivoco storico. E ha lasciato ognuno con il proprio argomento in mano. Fuori dall’aula, però, il processo mediatico si è concentrato tutto sulla presenza di Stasi e sull’assenza di Sempio, come se l’innocenza o la colpevolezza di qualcuno fosse misurabile a colpi di apparizioni sceniche.
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Andrea Sempio (Ansa)
Presentati gli esiti dell’incidente probatorio. Il legale di Venditti attacca gli inquirenti.
Ieri l’avvocato Domenico Aiello, difensore dell’ex procuratore aggiunto di Pavia Mario Venditti, ha sparato bordate contro la Procura di Pavia. Riferendosi ad Alberto StasiAlberto Stasi ha detto che i magistrati sono «al servizio di un condannato, assassino riconosciuto con sentenza passata in giudicato» e che l’ufficio inquirente «sta violando il principio di “intangibilità del giudicato”, perché manca oramai da mesi la richiesta di revisione».
Un attacco frontale. Ribadito anche commentando i risultati dell’incidente probatorio genetico-forense depositati dalla perita genetista Denise Albani: «L’ennesimo buco nell’acqua a spese del contribuente, ho perso il conto, tutto per alimentare un linciaggio mediatico di innocenti, sbattuti da mesi in prima pagina».
Il punto è che queste parole, pronunciate per demolire l’impianto accusatorio delle nuove indagini, finiscono per sbattere contro un dettaglio che l’avvocato Aiello (che aveva chiesto di trasferire il fascicolo da Pavia a Brescia «per connessione» ottenendo un rigetto) tiene da parte: fu proprio Venditti, nel 2016, a iscrivere il fascicolo (poi archiviato) su Andrea Sempio sulla base quasi degli stessi presupposti che anche all’epoca sembravano non tenere conto dell’intangibilità del giudicato, ovvero la sentenza definitiva di condanna a 16 anni per Stasi. Tant’è che furono richieste (proprio da Venditti e dalla collega Giulia Pezzino) e poi disposte dal gip perfino intercettazioni di utenze e, in ambientale, di automobili (attività che, proprio come quelle odierne, non sono gratuite). Anche la critica sulla prova genetica nasce zoppa. La genetista Albani, incaricata nell’incidente probatorio, ha depositato una relazione di 94 pagine che evidenzia gli stessi limiti già noti all’epoca: «L’analisi del cromosoma Y non consente di addivenire a un esito di identificazione di un singolo soggetto». Ma, nonostante le criticità, i calcoli mostrano una corrispondenza «moderatamente forte/forte e moderato» tra le tracce di Dna sulle unghie di Chiara Poggi e l’aplotipo Y della linea paterna di Sempio. La conclusione è matematica: per la traccia «Y428 – MDX5», la contribuzione di Sempio è «da 476 a 2153 volte più probabile». Per la «Y429 – MSX1» è «approssimativamente da 17 a 51 volte più probabile». Non un’assoluzione, non una condanna, ma un dato: Sempio, o un soggetto imparentato in linea paterna con lui, ha contribuito a quelle tracce biologiche. La genetista avverte: «L’analisi del cromosoma Y non consente di addivenire a un esito di identificazione di un singolo soggetto». Ricorda però un passaggio importante: che la mancata replica (in genetica forense un risultato è considerato affidabile solo se può essere riprodotto più volte) è dovuta a «strategie analitiche adottate nel 2014» dal perito Francesco De Stefano, che «hanno di fatto condizionato le successive valutazioni perché non hanno consentito di ottenere esiti replicati». Ovvero: non è colpa delle nuove indagini se i dati sono lacunosi, ma degli errori di allora.
La relazione (di 94 pagine) sostanzialmente non si discosta da quella già effettuata in passato dal professor Carlo Previderé, che nulla aggiunge su come e quando quelle tracce del profilo «Y» sino finite sulle unghie di Chiara. «Nel caso di specie», scrive infatti la genetista, «si tratta di aplotipi misti parziali per i quali non è possibile stabilire con rigore scientifico se provengano da fonti del Dna depositate sotto o sopra le unghie della vittima e, nell’ambito della stessa mano, da quale dito provengano; quali siano state le modalità di deposizione del materiale biologico originario; perché ciò si sia verificato (per contaminazione, per trasferimento avventizio diretto o mediato); quando sia avvenuta la deposizione del materiale biologico».
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Chiara Poggi e Andrea Sempio (Ansa)
La relazione del perito del tribunale di Pavia evidenzia che il materiale sotto le unghie della vittima è riconducibile ai maschi del ceppo familiare dell’indagato. La difesa: «Valori che escludono un’aggressione».
Dietro a una manciata di numeri, 39.150 profili dell’Europa occidentale, 349.750 del resto del mondo, si gioca una partita che ha già scatenato il tutti contro tutti nella storia giudiziaria del delitto di Garlasco. È da quelle colonne fredde, da quegli «aplotipi Y» incrociati con un sofisticato software che macina statistica, che passa la nuova vita delle indagini scientifiche su Andrea Sempio, l’amico del fratello di Chiara Poggi con due archiviazioni sulle spalle (una che ha prodotto un’inchiesta con l’ipotesi di corruzione in atti giudiziari) e di nuovo indagato per concorso nell’omicidio del 13 agosto 2007.
La perita nominata dal Tribunale di Pavia, Denise Albani, ha mandato alle parti una mail asciutta per comunicare che i calcoli biostatistici sono stati eseguiti, che la relazione è «in fase di stesura». I numeri dell’indagine biostatistica si ricavano dai reperti estrapolati nel 2007 dai carabinieri del Ris e analizzati in tre repliche, tutte discordanti fra loro, e consumati dal professor Francesco De Stefano a Genova nel 2014 durante la perizia dell’appello bis (che condannò Alberto Stasi a 16 anni di carcere). In udienza la Albani era stata chiara. Aveva spiegato la conservazione frammentaria delle unghie di Chiara, ha ricordato le conclusioni del collega De Stefano, che già molti anni fa aveva giudicato quella traccia «non utilizzabile» perché degradata e ha ripetuto più volte lo stesso concetto: quello trovato è «un aplotipo parziale misto non consolidato». Un «Y», quindi un profilo relativo alla linea paterna, comparato per esclusione con gli amici del fratello Marco, con il padre di Chiara e perfino con i due medici che fecero l’autopsia: Dario Ballardini ed Ernesto Gabriele Ferrari. Poi la frase che pesa come un macigno sull’intera operazione: «Non potrò mai dire, e ci tengo a sottolinearlo, che quel profilo è di Tizio, perché è proprio concettualmente sbagliato essendo un aplotipo. La sola deduzione che si può andare a evidenziare è un contesto familiare di appartenenza, ma sicuramente non va a individuare una singola persona». Questo è l’unico punto fermo. Il resto è disputa. La novità, se così si può definire, è che i dati di Albani non si discosterebbero da quelli dei consulenti della difesa di Stasi, i genetisti Ugo Ricci e Lutz Roewer. Da lì sono ripartiti i magistrati pavesi (e per la verità era lo stesso punto di partenza anche dei pm Mario Venditti e Giulia Pezzino nel 2017) per spingere sull’acceleratore della riapertura del caso. Le conclusioni di allora dicevano questo: su due frammenti di unghie di Chiara (quinto dito della mano destra e primo della mano sinistra) compariva un Dna maschile «perfettamente sovrapponibile» a quello attribuito ad Andrea Sempio. Ma un altro frammento, sempre della mano sinistra, escludeva la compatibilità. E soprattutto compariva anche un secondo Dna maschile, ignoto e minoritario. È qui che si apre il fosso. La difesa di Sempio, con i consulenti Armando Palmegiani e Marina Baldi, insiste: quei valori non dicono nulla dell’aggressione. In sostanza quel Dna potrebbe essersi depositato in un momento qualsiasi, da un oggetto condiviso, da una superficie sfiorata nella stessa casa che Sempio frequentava. «Mi preoccuperei solo se la perizia nelle sue conclusioni definitive dovesse affermare con alta probabilità che il Dna sulle unghie sia riconducibile in modo diretto con Andrea Sempio o con altri e non sia un contatto con una superficie toccata da entrambi», afferma l’avvocato Liborio Cataliotti, difensore di Sempio, invitando alla prudenza. Ma Cataliotti aggiunge anche: «Può mai essere che si svolgono a due, tre quattro, cinque processi per dei reati commessi da uno solo? Non è logico e non è razionale sul piano giuridico». Il riferimento è a due indagini, una a Pavia e una a Brescia. Secondo Cataliotti «si sta cercando in maniera sotterranea di trovare un colpevole alternativo spacciandolo per concorrente».
L’avvocato a questo punto si chiede: «Si sta indagando su un concorrente o si finge e si cerca un colpevole alternativo?». Anche l’avvocato Giada Bocellari (che difende Stasi), a Ignoto X su La7, concorda sulla «prudenza»: «Quello che ci è stato comunicato non è la perizia, ma un report con i dati biostatistici. Nessuno ora potrà dirci se il dato scientifico ci dirà se si tratta di un contatto diretto o di uno mediato. Solo la valutazione della prova logica potrà fornire il valore del dato scientifico». Il 18 dicembre si chiuderà l’incidente probatorio. E il quadro sarà più completo. Perché finora si è escluso che Chiara si sia difesa da un’aggressione. E a questo punto sarà determinante la perizia dell’antropologa forense Cristina Cattaneo, chiamata a riesaminare differenze, direzione e compatibilità delle ferite, a valutare la dinamica dell’aggressione in rapporto all’ambiente della casa e a fornire una nuova stima su tempi e modalità della morte di Chiara Poggi. Se dovesse emergere, con elementi concreti, che Chiara si è difesa, l’elemento del Dna potrebbe assumere nel quadro indiziario un peso diverso. Non ne è convinto Venditti, che ha ribadito che «dal famoso giudicato che ha portato alla condanna definitiva di Stasi risulta che l’autore dell’omicidio è uno solo. E che l’autore dell’omicidio è stato Stasi. Vige il rispetto assoluto del giudicato. Questo è un pilastro della giurisdizione». Proprio lui però aveva riaperto l’inchiesta (con gli stessi presupposti) che poi è stata archiviata. E ha aggiunto: «Il mio avvocato ha ragione quando dice che c’è un falso enorme, perché un’accusa di concorso, come quella contestata a Sempio, con Stasi o con ignoti nell’omicidio della povera Chiara Poggi, è una cosa che non esiste da nessuna parte, anzi risulta il contrario». Poi ha parlato dell’altro fascicolo, quello su corruzione e peculato. Per i 750.000 euro di «spese abnormi», sostiene Venditti, «si tratta di spese per le intercettazioni che riguardano dieci procedimenti, le più importanti indagini della Procura di Pavia nel periodo in cui ero procuratore aggiunto, ma c’erano due procuratori e di questi dieci procedimenti sono stato titolare o contitolare forse in uno o due soltanto. Gli altri erano di altri pubblici ministeri e non capisco perché le spese per queste intercettazioni vengono addebitate a me». Sull’acquisto di automobili (ipotizzata a prezzo di favore), invece, sostiene che ci sia un’altra informativa della Guardia di finanza (rispetto a quella che segnalava le incongruenze) che smonterebbe quanto sostenuto nel decreto di perquisizione (successivo per data all’informativa): «Dimostra», afferma Venditti, che avevo acquistato l’auto al prezzo di mercato e con modalità tracciate, perché pagate con bonifici bancari. Nel decreto si dice che ho acquistato con modalità non tracciate e a prezzo di favore. Questo è un falso in atto pubblico di cui chiederò conto».
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La caserma Tenente Francesco Lillo della Guardia di Finanza di Pavia (Ansa)
La confessione di un ex imprenditore getta altre ombre sul «Sistema Pavia»: «Il business serviva agli operatori per coprire attività illecite come il traffico di droga e armi. Mi hanno fatto fuori usando la magistratura. Il mio avversario? Forse un parente di Sempio».
Nel cuore della Lomellina, dove sono maturate le indagini sull’omicidio di Garlasco e dove sono ora concentrate quelle sul «Sistema Pavia», si sarebbe consumata anche una guerra del riso. Uno scontro tra titani europei della produzione, che da sempre viaggia sotto traccia ma che, ora che i riflettori sull’omicidio di Chiara Poggi si sono riaccesi, viene riportata alla luce. A stanare uno dei protagonisti della contesa è stato Andrea Tosatto, scrittore con due lauree (una in Psicologia e una in Filosofia) e una lunghissima serie di ironiche produzioni musicali (e non solo) sul caso Garlasco. Venerdì ha incontrato Fabio Aschei, che definisce «uno con tante cose da raccontare su ciò che succedeva nella Garlasco di Chiara Poggi».
Nelle prime battute c’è tutto. L’imprenditore, poi fallito («aiutato a fallire», dice Tosatto), spara subito i colpi che da anni tiene in canna e descrive il settore come «abbastanza controllato», nelle mani di «pochi operatori», dove gli «equilibri» saltano facilmente perché servirebbe a coprire delle «attività collaterali». Quali? «Traffico di stupefacenti, di rifiuti, di armi e riciclaggio».
La storia entra subito in una palude. E se «una volta ti sparavano», dice Aschei, «ora ti fanno fuori col sistema giudiziario». Aschei finì in un’inchiesta sulla ’ndrangheta istruita da Federico Cafiero de Raho, all’epoca procuratore di Reggio Calabria e ora parlamentare pentastellato. Poi è stato assolto dalle accuse di concorso esterno in associazione mafiosa e spaccio. «Ma», dice alla Verità, «dopo un viaggio che hanno fatto dei magistrati di Pavia in Calabria, ho fatto 2 anni e 6 mesi di domiciliari e l’intestazione fittizia di società, unico reato che era rimasto in piedi, è finito in prescrizione». E se con Tosatto, mentre mette in fila nomi e circostanze, tira dentro pure la «massoneria», i «sogni» dell’avvocato Massimo Lovati «usati per mandare dei messaggi» e il santuario della Bozzola, «dove», secondo Aschei, «c’era un giro del riciclaggio di denaro frutto dell’attività di prostituzione a Garlasco», in un esposto che porta la sua firma (che la Verità è riuscita a recuperare), completa la sua versione piena di nodi irrisolti. Che parte dalla sua azienda, «fatta a pezzi» nell’ambito di una partita che sarebbe molto più grande.
E che presenta una coincidenza (ma non l’unica): il suo avversario sarebbe un certo Sempio, magnate delle risaie, che nelle intercettazioni sarebbe diventato «Sepio». E che nell’intervista con Tosatto viene indicato come «forse» parente «non direttissimo» di Andrea, ma che nell’esposto si trasforma in un elemento centrale nella sua vicenda. Il documento va trattato con prudenza. Perché non tutto ciò che Aschei sostiene è facilmente verificabile. Molti passaggi citano inchieste e fatti reali, ma le connessioni che costruisce sono personali. Il risultato è un mosaico complesso, in cui pezzi riscontrabili e pezzi soggettivi si mescolano. E in cui compare una seconda coincidenza. Aschei ha parlato di traffico di rifiuti. E la mente non può che correre a Giorgio Comerio, l’armatore con una residenza a Garlasco, che compare in diverse inchieste degli anni Novantaq, compresa quella sulle «navi dei veleni» usate per smaltimenti illeciti in mare.
La guerra del riso, afferma ora Aschei, «affonda le sue radici in quel periodo, ma questa è una storia molto complicata da ricostruire». Subito dopo sostiene: «Io ci sto provando perché devo capire fino in fondo cosa mi è capitato». E dopo aver attraversato parecchie ere giudiziarie questa guerra, a dire di Aschei, arriverebbe fino alle vecchie inchieste sull’omicidio Poggi. Quelle di oggi, invece, l’imprenditore le descrive come intente a «sollevare fumo per delle indagini» che, in realtà, sarebbero «molto più pesanti». O, almeno, questa sembra la sua speranza.
«Qui», spiega alla Verità, «di imprenditori come me che sono finiti nel tritacarne ce ne sono moltissimi e gli equilibri stanno cambiando ancora». Parole sibilline. Nelle quali, se si è facilmente suggestionabili, è facile inserire molto di ciò che sta accadendo. Compresi gli scontri frontali che si stanno consumando tra l’ex procuratore aggiunto di Pavia Mario Venditti e la Procura di Brescia che l’ha iscritto nel registro degli indagati per una ipotesi di corruzione in atti giudiziari legata all’archiviazione del 2017 del procedimento in cui era indagato Andrea Sempio. L’altro giorno il difensore di Venditti, l’avvocato Domenico Aiello, ha definito quello dei pm «un atteggiamento farisaico», visto che non si erano presentati davanti ai giudici del Riesame. Il procuratore generale Guido Rispoli e il procuratore Francesco Prete ieri hanno replicato, avvisando che «i recenti attacchi sopra le righe nell’ambito di un’indagine di forte rilevanza mediatica rischiano di far deragliare il processo penale su terreni impropri». Aiello ha controreplicato: «Sarebbe stato il momento giusto per presentare le scuse e assumere una decisione doverosa e responsabile». Frizioni che, per quanto sopra le righe, però, restano ancora nel perimetro della giustizia e sembrano difficili da inscrivere, per ora, nella velata trama della guerra del riso.
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