L’organizzatore a processo nel 2028. Ma la sua confessione ha molti buchi
Khalid Sheikh Mohammed, sospettato di essere un co-cospiratore negli attentati dell'11 settembre, partecipa alla sua udienza preliminare presso la Commissione militare statunitense, nella base navale statunitense di Guantanamo Bay, a Cuba, il 5 giugno 2008 (Ansa)

Per oltre vent’anni, il caso è rimasto sospeso tra rinvii, segreti e interrogatori contestati. Khalid Sheikh Mohammed, indicato come l’organizzatore dell’11 settembre 2001, ha una data per il processo: giugno 2028. Comparirà davanti a una commissione militare. In aula non saranno esaminate soltanto le sue responsabilità, ma anche le pratiche della Cia e l’apparato giudiziario nato dopo la caduta delle Torri Gemelle.

La sua storia comincia nel 2003, quando Mohammed viene catturato in Pakistan durante un’operazione condotta dalle autorità locali con il sostegno dell’intelligence americana. Una ricostruzione attribuisce la scoperta del rifugio a un cugino, interessato alla ricompensa di 25 milioni di dollari promessa da Washington. Dopo l’arresto, il prigioniero non viene presentato a un giudice. Scompare invece nella rete delle carceri clandestine gestite dalla Cia. È in quei luoghi che gli interrogatori oltrepassano ogni procedura ordinaria. Mohammed subisce ripetutamente il waterboarding, tecnica che provoca una sensazione di annegamento.

Nel 2006 viene trasferito a Guantanamo Bay, dove rimane ancora oggi. Da allora avvocati, procuratori e amministrazioni di entrambi gli schieramenti politici cercano di risolvere una questione rimasta senza risposta: come si può giudicare un imputato le cui dichiarazioni sono state ottenute attraverso la tortura?

Nei rapporti riservati il detenuto è identificato con la sigla Ksm. Durante gli interrogatori si attribuisce numerose azioni: l’esplosione del 1993 al World Trade Center, progetti contro obiettivi americani, israeliani e britannici, piani per eliminare leader politici e la decapitazione del giornalista Daniel Pearl. Soprattutto, afferma di aver concepito e coordinato l’attacco del 2001.

Eppure gli stessi investigatori rilevano anomalie nel suo racconto. Alcune confessioni sarebbero false, gonfiate o formulate per compiacere gli interrogatori e interrompere le violenze. Questo dubbio rappresenta il cuore del futuro dibattimento. La difesa chiederà di escludere ogni ammissione prodotta con metodi coercitivi; l’accusa dovrà dimostrare di possedere riscontri indipendenti. Sullo sfondo rimangono materiali coperti dal segreto: trasferimenti illegali, strutture di detenzione all’estero e operazioni che Washington potrebbe non voler esporre pubblicamente. A complicare il quadro c’è la pena capitale, che i legali dell’imputato tentano da anni di evitare attraverso un accordo.

La biografia di Mohammed conserva intanto diverse zone oscure. Non è certa neppure la sua data di nascita. Cresce a Fahaheel, in Kuwait, in una famiglia di origine pakistana, poi si trasferisce nella Carolina del Nord per studiare ingegneria. Frequenta un istituto battista e un’università di Greensboro. Quando rientra in Kuwait, chi lo conosce nota un cambiamento profondo: il ragazzo ricordato come cordiale e sorridente appare chiuso, inquieto e profondamente ostile all’America, accusata di sostenere Israele contro i palestinesi. Il passaggio decisivo avviene a Peshawar, dove raggiunge un fratello impegnato in un’organizzazione di assistenza ai mujaheddin afghani. La città è allora un crocevia di combattenti, armi, finanziamenti, giornalisti, diplomatici e agenti segreti. Dietro la guerra contro l’occupazione sovietica sta prendendo forma una rete estremista destinata a sopravvivere al conflitto ben finanziata e armata dalla Cia.

In quell’ambiente Mohammed costruisce legami fondamentali e, tra Pakistan e Afghanistan, entra in contatto con Osama bin Laden. Dopo la guerra si stabilisce in Qatar. Più che un ideologo appare un operatore pragmatico: raccoglie denaro, collega uomini e traduce le idee in piani. Collabora con il nipote Ramzi Yousef, responsabile dell’attentato del 1993 alla Torre Nord, dove muoiono sei persone. Seguono nuovi progetti contro personalità internazionali. L’arresto di Yousef nel 1995 porta la Cia sulle tracce dello zio. Un tentativo di catturarlo in Qatar fallisce perché Mohammed riesce a fuggire prima dell’arrivo degli agenti. Si rifugia quindi a Tora Bora, sulle montagne afghane, e presenta a bin Laden alcune idee per colpire il territorio americano. Una prevede di lanciare un aereo contro il quartier generale della Cia. Il bersaglio viene giudicato insufficiente.

Dalle successive discussioni nasce un piano più vasto, diretto contro simboli economici e politici degli Stati Uniti. Secondo l’accusa, Khalid Sheikh Mohammed contribuisce a scegliere i 19 dirottatori, procura i finanziamenti e controlla la preparazione dell’operazione. La mattina dell’11 settembre avrebbe seguito gli attacchi da un internet café di Karachi. Due anni dopo, la sua latitanza termina con il blitz pakistano.

Il processo potrebbe finalmente verificare questa ricostruzione. Ma il dubbio va oltre la sua colpevolezza. Bisognerà stabilire se prove contaminate dalla tortura possano sostenere una condanna a morte. Dopo un quarto di secolo, sotto esame non ci sarà soltanto il presunto regista dell’11 settembre, ma anche il sistema costruito per interrogarlo e giudicarlo.

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