Anche i pm di Roma indagano sugli amici italiani di Epstein
Edoardo Teodorani (Imagoeconomica)

C’era una volta la sobria compostezza piemontese. Quella dell’Avvocato, dove la trasgressione, pericolosamente oscillante tra lo chic e il kitsch, si limitava all’orologio sopra il polsino.

Poi sono arrivati gli Epstein files desecretati dal dipartimento di Giustizia americano e le carte bollate di piazzale Clodio e la narrazione dinastica si è improvvisamente trasformata in una sceneggiatura a metà strada tra un thriller finanziario e una commedia grottesca sul jet-set internazionale.

I nomi italiani nella lista Usa e l’indagine di Roma

A lanciare la bomba è stato il deputato americano Thomas Massie: il deputato ha letto in aula alla Camera una lista di nomi eccellenti, chiedendo senza mezzi termini al dipartimento di Giustizia Usa di indagarli e processarli come presunti cospiratori nella tentacolare rete di sfruttamento creata dal defunto finanziere.

Tra un nome altisonante e l’altro, con una pronuncia masticata che ha inizialmente fatto trascrivere agli atti un bizzarro «Lapo Elcom», sono spuntati loro due: Lapo Elkann ed Eduardo Teodorani Fabbri.

La reazione in Italia non si è fatta attendere: la Procura di Roma ha formalmente aperto un’indagine per violenza sessuale transnazionale (nelle carte dell’esposto si parla di ricorrenze «significative e non episodiche»).

Il ruolo di Eduardo Teodorani Fabbri nei documenti

Mentre la magistratura muove i suoi passi, a fare rumore sono le reazioni dei diretti interessati o, meglio, la profonda disparità del loro coinvolgimento nelle carte. Da un lato c’è Teodorani (figlio di Maria Sole Agnelli ed ex top manager del gruppo). Nei files americani il suo nome non è una semplice comparsa: ricorre per ben 1.251 volte.

E la lettura di quelle chat rivela una deferenza psicologica che rasenta il surreale. Teodorani si rivolgeva sistematicamente a Epstein chiamandolo «master», ovvero «maestro»: un’etichetta di sottomissione intellettuale e relazionale che fa da sfondo a scambi di messaggi a dir poco inquietanti, come quello in cui il miliardario americano gli scriveva un sibillino «Mi devi un bambino», o le email in cui si organizzavano incontri parlando di «una bambina dalle belle caviglie».

Ma Teodorani non si limitava alle chat mondane: i documenti ufficiali americani rivelano favori commerciali vecchio stile, come lo sconto da oltre 15.000 dollari che il manager avrebbe fatto ottenere a Epstein nel 2011 per l’acquisto di una vettura tramite la concessionaria Maserati of Manhattan. E poi ci sono i viaggi.

Nelle email spedite da Epstein all’ex diplomatico britannico laburista Peter Mandelson, travolto dallo scandalo, si legge chiaramente: «Teodorani è qui al ranch con me». Il ranch in questione è il famigerato e blindatissimo Zorro Ranch in New Mexico dove, secondo l’accusa, accadevano le cose più turpi, frequentato non soltanto dal manager italiano – che vi si recava in villeggiatura anche con l’allora compagna Annabelle Neilson, condividendo cene e spazi con le modelle del circuito del finanziere – ma anche dai Clinton.

Le dimissioni e i tentativi di espansione di Epstein

I files governativi (che sottolineano curiosamente che l’inglese di Teodorani fosse tutt’altro che impeccabile), rivelano che l’uomo è stato per anni un tassello fondamentale per i tentativi di penetrazione di Epstein nell’industria dell’auto, che Teodorani ha lasciato improvvisamente a febbraio di quest’anno, dimettendosi da quasi tutte le sue cariche di rilievo, inclusa la presidenza della Camera di commercio italiana nel Regno Unito.

Un addio consumatosi proprio in contemporanea con il rilascio dei faldoni da parte delle autorità Usa.

Secondo i documenti a sostegno della tesi investigativa americana, Epstein utilizzava Teodorani come testa di ponte per scalare le vette del potere industriale europeo, cercando disperatamente un canale di accesso verso i veri leader del gruppo automobilistico.

La posizione e la smentita categorica di Lapo Elkann

Nel grande calderone delle tre milioni di pagine del dossier americano, la posizione di Lapo è radicalmente diversa. Non ci sono flussi di chat dirette con il «master», non ci sono email di sottomissione. Il suo nome sembra essere finito nella lista del deputato Massie più per l’ingombrante cognome.

Lapo non ha scelto la via del silenzio diplomatico e ha deciso di contrattaccare immediatamente, affidando alle agenzie di stampa una smentita categorica e tranchant: «Vedere il proprio nome accostato a quello di Jeffrey Epstein, in assenza di elementi che giustifichino tale associazione, è inaccettabile».

La dichiarazione prosegue con un misto di sdegno e sospetto geopolitico: «Mi chiedo se l’utilizzo del mio nome non derivi dalla volontà di cercare risonanza mediatica internazionale all’interno di una contesa politica americana che non mi riguarda o se non sia il riflesso di azioni commesse da terzi che hanno sfruttato la mia immagine a mia insaputa».

Infine, Elkann chiude la porta a ogni speculazione mostrando totale serenità nei confronti dell’azione della Procura di Roma: «Ho incontrato Epstein in sole due occasioni, molti anni fa e in contesti esclusivamente formali e collettivi e non ho mai intrattenuto con lui alcun tipo di rapporto personale, professionale o d’affari. Resto, in ogni momento, a completa disposizione delle autorità competenti».

I prossimi passi della Procura e le rogatorie internazionali

L’ironia della storia è tutta qui. Mentre il discreto Eduardo passava gli anni a scrivere email di ossequioso rispetto al suo «master» tra i pascoli del New Mexico e i salotti di Manhattan, Lapo – storicamente il bersaglio preferito dei tabloid per i suoi eccessi e le sue stravaganze – si ritrova oggi a fare la figura del passante quasi per caso, vittima illustre del «name-dropping» di un Epstein a caccia di scalpi europei.

L’indagine della Procura di Roma promette adesso di scoperchiare la pentola dei rapporti tra il jet-set italiano e la rete di ricatti del finanziere americano ed è probabile che non si fermi a casa Agnelli.

Con la rogatoria internazionale in viaggio verso gli Stati Uniti, i magistrati italiani si apprestano a leggere i file segreti. Resta da vedere quanti altri «maestri» e quanti altri sconti sulle auto di lusso emergeranno dalle nebbie dei dossier di Washington, sperando che non salti fuori altro.

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