E aggiunge: «Come da mia intesa con lui». Infine annuncia: seguono «altri tre file». Una manciata di parole che oggi sembra consentire di inserire qualche tassello nella ricostruzione delle ore successive alla perquisizione che Lavitola ha subito il 4 luglio con l’accusa di essere il mandante dell’attentato all’amico Sigfrido Ranucci.
Il giorno seguente l’indagato ha avuto nella propria disponibilità l’ordinanza cautelare emessa nei confronti del commando. Ovvero dei suoi coindagati. Un file con la stessa denominazione, «Ordinanza.pdf», di 107 pagine (le stesse del documento giudiziario notificato ad Avellino), era comparso poche ore prima in una chat che conduce direttamente all’entourage dell’inchiestista Rai. Alle 4.12 e 50 secondi del 5 luglio sul telefono di Natalia Potenza, ormai ex compagna di Lavitola, arriva un messaggio da un’utenza indicata nella rubrica WhatsApp come «Laura fidanzata Ranucci (che però il giornalista definisce una sua collaboratrice, ndr)». L’allegato è «Ordinanza.pdf». Il provvedimento cautelare per i quattro avellinesi. Ma ci sono anche altre tre coincidenze: alle 4.27 arriva un’immagine. Un’altra alle 4.43. Un’altra ancora alle 4.57. Una riguarda un passaggio dell’ordinanza in cui si parla di un certo «Corrado», l’altra un articolo sull’ipotetico Corrado e la terza è una scheda su Corrado Polizzi, indicato come esponente del clan Moccia. E Lavitola nella mail allo studio legale aveva annunciato: seguono «altri tre file».
Potrebbero essere soltanto suggestioni prodotte dalla sovrapposizione degli orari e delle denominazioni. Ma la sequenza temporale rende la questione meritevole di un approfondimento. Ore 4.12: Potenza riceve «Ordinanza.pdf». Ore 13.27: Lavitola inoltra «Ordinanza.pdf» allo studio legale e annuncia «altri tre file». Ore 13.42: Laura fidanzata Ranucci scrive a Potenza e domanda: «Ma Valter è andato dall’avvocato?». La risposta arriva tre minuti dopo: «L’ho sentito al telefono. Ancora no». Precedentemente, invece, all’alba del 5 luglio era cominciata la ricerca di un alibi. O, per usare le parole del giudice, di una «spiegazione plausibile».
Gli investigatori avevano appena presentato a Lavitola un’altra coincidenza difficile da spiegare: il 15 settembre 2025 il suo telefono e quello di Gomes Clesio Tavares erano insieme a Torvaianica, proprio nella zona in cui abita Ranucci. Il sopralluogo, per l’accusa. Le giustificazioni dell’indagato, annoterà il gip, vengono cercate «addirittura con il contributo […] della persona offesa (Ranucci, ndr)». Più tardi, in un’altra conversazione, Lavitola fa riferimento anche a Ranucci: «Siamo stati due ore a parlare al telefono», aggiungendo che il giornalista gli avrebbe dato «molte informazioni» e lo avrebbe «aiutato a chiarire le cose». Il 9 settembre i difensori di Valterino, Sergio e Arturo Cola, hanno diffuso una nota. Lavitola, hanno fatto sapere, «segnala l’assoluta falsità» della circostanza secondo cui sarebbe stata inviata a Potenza l’ordinanza sul commando, sostenendo di averne appreso il contenuto «solamente con la discovery degli atti del relativo procedimento penale». Lavitola, però, l’8 luglio si presenta in Procura e si avvale della facoltà di non rispondere, proprio in attesa, spiegarono i difensori, della discovery. E si può ipotizzare che quegli atti siano stati messi a disposizione dell’indagato al momento dell’istanza di Riesame, ovvero il 15 agosto. O giù di lì.
Nel frattempo Natalia Potenza ha appreso di un presunto tradimento, negato all’ex compagno la possibilità di chiedere i domiciliari nella casa condivisa e, come svelato ieri dalla Verità, lo ha estromesso dalla gestione del Cefalù. Proprio sul Bistrò, secondo LaPresse, la Procura avrebbe disposto «accertamenti patrimoniali», con ipotesi di «riciclaggio e intestazione fittizia di beni», per ricostruire disponibilità e flussi finanziari. E mentre gli inquirenti guardano al Cefalù, Report post-Ranucci prova a capire, dopo gli annunci dell’avvocato Giuseppe Cavallaro, che cosa abbia da raccontare la sua assistita. Ieri, risulta alla Verità, Paolo Mondani ha avviato un’attività esplorativa precisando che l’intento sarebbe esclusivamente giornalistico. Di certo la storia personale di Lavitola merita oggi qualche domanda in più.
Un precedente rende il capitolo patrimoniale interessante. Nel 2012 il Tribunale di Napoli condannò Lavitola a 3 anni e 8 mesi con una pena accessoria: l’inabilitazione «all’esercizio dell’impresa commerciale» e l’incapacità «a esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa per la durata di anni 10». Cefalù Scarl nasce nel 2017, cioè quando quel periodo non era ancora terminato. Eppure negli atti della nuova indagine gli investigatori definiscono il Cefalù come il ristorante «da lui di fatto gestito», riferendosi a Lavitola. Nella stessa sentenza del 2012, poi, il giudice quantificava in «oltre 23 milioni di euro» il danno arrecato allo Stato attraverso truffe per i contributi editoriali. Il profitto attribuito a Lavitola, editore de L’Avanti! in quel momento, fu fissato in 12.680.820 euro, cifra utilizzata come limite per la confisca per equivalente. Che, secondo l’ex senatore Sergio De Gregorio, non sarebbe mai stata restituita alla presidenza del Consiglio. E che, forse, ora ritorna d’attualità.
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