La pista africana si fermava all’ex socio Benjamin Chimutengo che, come abbiamo ricostruito ieri, non si fidava più di Valter Lavitola temendo di trasformare le sue aziende in una lavanderia che riciclava denaro. La Verità, però, ora è in grado di svelare a chi l’ex editore de L’Avanti! voleva affidare i suoi affari africani mentre temeva di essere arrestato.
E il nome, passando dal Cefalù Bistrò e dai suoi tavoli pieni di microspie, porta in Finlandia, dove l’uomo individuato per portare avanti il progetto dei carbon credit è un imprenditore senegalese con una lunga esperienza nel circuito delle organizzazioni internazionali. Ma per arrivare a lui bisogna partire da Giovanni Bracale. È il banchiere di 76 anni con esperienze in Africa, America Latina, Unione Sovietica e Asia Centrale che compare nelle carte dell’inchiesta proprio nelle ore successive alla perquisizione subita da Lavitola. Abita a due passi dal bistrot e lo frequenta da almeno cinque anni. Un cliente abituale.
Giorno dopo giorno la confidenza con Valterino è cresciuta. E il 5 luglio scorso, alle 22.14, una microspia nel Cefalù registra i due mentre ordinano da mangiare. A un certo punto Lavitola gli confida ciò che ancora quasi nessuno sa: «C’è un guaio… grosso. Sono indagato. Perché sarei il mandante dell’attentato a Sigfrido Ranucci». Bracale risponde: «Ci mancava solo questa». La notizia della perquisizione sarebbe diventata pubblica soltanto il giorno successivo. E negli atti dell’inchiesta viene evidenziato che il colloquio avviene meno di 24 ore dopo l’attività giudiziaria. Ma tra le carte c’è un altro passaggio.
Secondo la ricostruzione investigativa, «in caso di arresto» Lavitola «intendeva affidare la gestione di alcune sue attività economiche» a Bracale. E qui si innesta l’attenzione degli investigatori, che hanno acceso un faro sugli affari africani già prima di convocare Natalia Potenza, l’ex compagna di Lavitola. Il procedimento è quello dell’attentato a Ranucci. Niente stralci né nuovi fascicoli, filtra dagli inquirenti.
Bracale, contattato dalla Verità, racconta qualcosa che consente di capire cosa potrebbe aver prodotto quella valutazione degli investigatori. Lavitola gli aveva effettivamente chiesto di prendere in mano una parte importante dei suoi progetti africani. Non genericamente gli «affari», precisa il banchiere, ricordando la domanda che gli aveva rivolto l’ex oste del Cefalù: «Te la sentiresti di occuparti dei carbon credit?».
Bracale rifiuta. Ha 76 anni, seri problemi di salute e, soprattutto, non condivide l’entusiasmo per quel mercato. Lavitola immagina che i crediti di carbonio possano produrre in pochissimo tempo una rivoluzione economica. Bracale pensa esattamente il contrario: «Non sono cose che succedono nel giro di due o tre anni».
E ci tiene a separare la richiesta di Lavitola dalla paura dell’arresto. Dice che i carbon credit erano argomento di discussione da molto tempo: «Sono tre anni che me ne parla». Quindi la proposta, nella sua versione, non nasce dopo la perquisizione del 4 luglio.
Se Bracale, quindi, si è rifiutato, chi avrebbe dovuto occuparsene? La risposta è «Hachim Badji». «Gliel’ho presentato io», dice Bracale. E precisa di non aver indicato a Lavitola altre persone.
Badji non è un nome qualsiasi. È un professionista finlandese. Documenti dell’Organizzazione mondiale della sanità lo indicano come «Senior coordinator della Capacity for disaster reduction initiative». Altri documenti delle Nazioni unite lo collocano nel loro circuito. Dunque il suo passato nel sistema internazionale è documentabile. Le biografie professionali gli attribuiscono oltre 20 anni di attività tra Comitato internazionale della Croce rossa e Federazione internazionale della Croce rossa e della Mezzaluna rossa. Attualmente è concentrato sulle consulenze per la riduzione del rischio di disastri, ma ha fondato la Nexus Carbon Lcc, azienda che si occupa proprio di Carbon credit.
Il punto interessante è ciò che Badji avrebbe dovuto fare per Lavitola. Secondo Bracale, il progetto africano era ancora al primo gradino. Erano stati sottoscritti dei memorandum con rappresentanti delle comunità locali, ma quelle intese non costituivano ancora il vero affare. Il compito di Badji sarebbe stato quello di accompagnare il progetto alla fase successiva, fino ai «veri contratti internazionali». Bracale racconta che Badji «è venuto a Roma un paio di volte» e che sarebbe andato a parlare con esponenti della Fao. Sul tavolo c’era l’utilizzazione dei carbon credit come fonte di reddito per i Paesi africani attraverso savane, mangrovie e foreste. E alcuni fondi sovrani avrebbero manifestato interesse. Poi arriva il passaggio più delicato: Badji, spiega Bracale, «si sarebbe interessato dei rapporti con le organizzazioni internazionali». E aggiunge che la Fao avrebbe manifestato il proprio interesse «a condizione che Lavitola non fosse presente nella faccenda».
Chimutengo, invece, sarebbe stato messo in guardia da qualcuno della diplomazia italiana. Lavitola, insomma, non godeva di credibilità internazionale. Neanche dopo l’intervista sul quotidiano africano The Standard rilasciata dal suo amico Sigfrido Ranucci. Che il 29 giugno scorso con una mail ne anticipò a Valterino i contenuti. L’articolo verrà pubblicato in inglese il successivo 5 luglio. Ranucci parlava di una inchiesta avviata da Report su alcuni imprenditori italiani attivi nel settore dei carbon credit che sostenevano di essere stati truffati da un socio locale. Nel testo della mail, resa pubblica dal Tg1 il 3 settembre scorso, inoltre, Ranucci si sarebbe rivolto direttamente a Lavitola chiedendogli di inviargli i dati del «millantatore» e spiegando che gli sarebbero serviti per un’inchiesta. La reazione di Chimutengo non è tardata: «Querelo». La pista africana in questo punto preciso torna a incrociare quella dell’attentato. Perché mentre Ranucci rilasciava interviste utili a Lavitola e Chimutengo prendeva le distanze dal progetto, un terzo uomo avrebbe dovuto portarlo avanti senza di lui.
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