«Opponiamoci tutti»: dai moduli ai social, la rete di camici rossi per svuotare i Cpr
Nicola Cocco (Imagoeconomica)

«Dobbiamo opporci tutti». Non è lo slogan stampato su uno striscione davanti a un Centro di permanenza per i rimpatri. È uno dei messaggi che dalle chat da centro sociale nelle quali gli infettivologi finiti nell’inchiesta della Procura di Ravenna si confrontavano è finito nel decreto di perquisizione per i 23 camici bianchi no Cpr perquisiti l’altro giorno.

Le tre parole inviate da una dottoressa degli ospedali di Forlì e Cesena sono seguite da una frase che permette di comprendere meglio perché l’indagine abbia cambiato dimensione: «È bello sapere che siamo in più zone diverse e in connessione per seminare qualcosa in queste tristi ingiustizie».

E le tristi ingiustizie citate, secondo chi indaga, sarebbero i trattenimenti nei Cpr. In uno scambio di email tra i medici delle Malattie infettive di Ravenna, infatti, era emersa anche la finalità: «Accordarsi al fine di respingere a priori e senza motivazione alcuna le richieste di valutazione d’idoneità» ai Cpr.

Le contestazioni sul decreto di perquisizione

Il decreto di perquisizione, come anticipato ieri, si apre con la contestazione dell’articolo 416 del codice penale: secondo l’accusa sarebbe esistita un’associazione a delinquere finalizzata a commettere una serie indeterminata di reati di falso ideologico per impedire l’ingresso nei Cpr degli stranieri irregolari. Il perno attorno al quale sembra ruotare tutto è il dottor Nicola Cocco, infettivologo pure lui, esponente della

Società italiana di medicina delle migrazioni che, da esperto di medicina penitenziaria, aveva collaborato con la Procura di Milano ai tempi del sequestro del Cpr di via Corelli. La presunta organizzazione, però, nella ricostruzione della Procura, non avrebbe avuto soltanto una componente medica. Ma avrebbe potuto contare anche su una sorta di retrovia giuridica.

Nella documentazione giudiziaria si fa riferimento alla disponibilità di «competenze legali a tutela dei medici compiacenti». E «all’ausilio di avvocati per approntare i moduli destinati ai medici per la redazione delle certificazioni». Proprio uno di quei moduli, un prestampato diffuso nell’ambito della campagna «No ai Cpr» sostenuta proprio dalla Società italiana di medicina delle migrazioni e dall’Asgi, l’associazione degli studi giuridici sull’immigrazione, aveva scoperto La Verità, sarebbe stato usato per dichiarare una non idoneità.

La prima crepa lagata ai medici anti Cpr di Ravenna

Una delle dottoresse l’aveva ottenuto chiedendo se durante gli incontri online della campagna fosse stata suggerita «una possibile formula da utilizzare nella dichiarazione di non idoneità». Il referto prodotto con quel modulo si trasformò nella prima crepa. Gli agenti entrarono in ospedale.

E la «bozza» del modulo diventa ora uno degli oggetti centrali dell’inchiesta. Gli investigatori sostengono, infatti, che la sua diffusione sia «una circostanza altamente significativa della presenza di un gruppo organizzato». Perché il modulo non sarebbe rimasto confinato a Ravenna. Nel decreto vengono indicate diverse realtà ospedaliere: Rimini, Bologna, Forlì-Cesena, Ferrara, Roma, Matera, Biella, Livorno e Bari.

E l’iniziativa, stando all’accusa, non sarebbe «da ascrivere all’iniziativa autonoma dei singoli medici, quanto piuttosto ad un coordinamento unico». La disponibilità e l’utilizzo del documento, poi, non sarebbero una «iniziativa isolata», ma da inserire «in un più ampio contesto organizzativo».

Una regia dietro ai medici anti Cpr

La Procura vuole ricostruire anche il viaggio della famosa «bozza». Un percorso che avrebbe una geografia, ma pure un calendario. Il decreto colloca l’utilizzo del documento a partire dal maggio 2024, con una «intensificazione tra il mese di agosto 2025 e gennaio 2026». La contemporaneità, secondo gli investigatori, potrebbe avere un significato preciso: il modello non sarebbe passato casualmente da una corsia all’altra, ma avrebbe seguito le indicazioni di una regia.

A sostenere l’ipotesi associativa, per la Procura, ci sarebbe anche la continuità temporale. Il decreto evidenzia il «susseguirsi ininterrotto, dal 2024 al 2026, di condotte illecite integranti i reati-fine da parte di soggetti tra loro collegati, operanti in plurime realtà territoriali». Circostanza che viene definita espressamente «indice della stabilità del vincolo associativo».

I documenti che ipotizzano un sistema vero e proprio

È uno dei passaggi con cui gli inquirenti provano a trasformare la fotografia dei singoli episodi nell’ipotesi di una struttura stabile. L’ordine di perquisizione va alla ricerca anche della «documentazione» riconducibile «alla Simm, nonché ad altre associazioni» che, secondo la formulazione utilizzata nell’atto, attraverso la divulgazione di «vademecum e prestampati» avrebbero esortato i medici a esprimere un parere negativo sull’idoneità dello straniero al Cpr.

Un’altra pista documentale: capire da dove arrivassero i modelli, attraverso quali canali venissero distribuiti e chi li facesse circolare.

Le intercettazioni e le chat recuperate hanno fatto il resto. Tanto che la Procura ipotizza l’esistenza di «un contesto organizzativo ampio e ramificato attraverso una rete di medici» che avrebbe messo in atto strategie per contrastare i trattenimenti nei Cpr. Proprio l’Asgi rivendica una lettura diametralmente opposta: «La valutazione di non idoneità al trattenimento», si legge in una nota diffusa ieri, «si fonda su dati clinici e risponde al giuramento di Ippocrate e alle evidenze sull’impatto patogeno dei Cpr».

La propaganda dei medici anti Cpr a Ravenna (e non solo)

Ma la bozza è soltanto una parte del sistema descritto nel decreto. Nell’imputazione provvisoria vengono elencate anche la «pianificazione di specifici interventi propagandistici sui social», la «promozione di incontri in rete», il coinvolgimento di differenti realtà ospedaliere. Oltre all’esistenza della «mappatura dei certificati di non idoneità rilasciati su tutto il territorio nazionale».

E che, come La Verità aveva già ricostruito, era già nei documenti investigativi della prima tranche dell’inchiesta. Il 19 giugno 2024 Elisa Vanino, infettivologa del Santa Maria delle Croci, aveva scritto a Cocco: «Altre due non idoneità da Ravenna». Cocco risponde: «Grandissim* (con l’asterisco al posto della desinenza, ndr)».

Poi formula una richiesta: «Se vi va, mandatemi copia delle certificazioni, che sto tenendo una mappatura». Il conteggio era appena cominciato. Il nuovo decreto, a proposito della «mappatura», aggiunge anche che bisognerà individuare tutti i «soggetti» che avrebbero partecipato al conteggio ma, soprattutto, lo «scopo».

L’inchiesta avrà nuovi sviluppi

La ricerca degli inquirenti ora continua nei telefoni, nei computer, nei tablet e negli altri supporti informatici. Gli investigatori sono a caccia delle «conversazioni (Sms, chat, ed email) intercorse con gli indagati e ulteriori soggetti coinvolti nelle condotte delittuose oggetto di accertamento», oltre ai file ritenuti pertinenti. E la finestra temporale indicata nel decreto parte addirittura dal maggio 2022 e arriva all’agosto 2026. Quattro anni da passare al setaccio per capire quanto indietro portino i fili della presunta rete anti Cpr.

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