Benjamin Chimutengo: «Ranucci faceva giornalismo di parte. E la parte era sempre quella di Lavitola»
Sigfrido Ranucci (Ansa)

«Il giornalismo d’inchiesta di Sigfrido Ranucci è stato d’impostazione parziale». Benjamin Chimutengo, ex socio di Valter Lavitola nella campagna dei carbon credit, è lapidario nel giudicare l’operato di Sig. Secondo l’imprenditore africano, Ranucci avrebbe cercato di screditarlo.

La contesa è legata all’ormai famosa intervista rilasciata dall’ex conduttore di Report al quotidiano africano The Standard. Ed è anche il punto di rottura tra Chimutengo e Valterino.

«Ritengo che, al di là dell’attività d’inchiesta sui carbon credit, Ranucci stesse aiutando l’amico», sottolinea Chimutengo, raggiunto ieri da La Verità. Il torto subito lo ritiene enorme: «Nell’intervista mandata a Valter in anticipo, Sigfrido chiedeva conferme sull’adeguatezza del contenuto. Se il lavoro fosse stato neutrale, avrebbero citato chiaramente il mio nome e la mia versione». L’uomo d’affari sostiene di aver invece notato «il tentativo evidente» di dipingerlo «come un millantatore che avrebbe sottratto denaro» ai soci di Urban Vision e «di descrivere lo Zimbabwe come una destinazione d’investimento fraudolenta». L’intervista, insomma, sarebbe stato un tentativo per restituire credibilità a Lavitola e per colpire il suo ex socio. Tanto che Chimutengo ora vuole tutelare la sua immagine, la credibilità dei suoi affari e quella del suo Paese. E vuole farlo per via giudiziaria. Come abbiamo ricostruito ieri, ora è pronto a presentare più di una querela. Le prime, già definite, sono indirizzate all’ex conduttore di Report e alla Rai. Ma ne sarebbero in arrivo altre: quelle contro Valterino e contro i soci di Urban Vision «ancora in fase di preparazione». La data del deposito per ora non c’è: «Non abbiamo fissato un giorno preciso. Sono in attesa di essere contattato ufficialmente». Chimutengo ha anche già scelto il suo legale: «Ho ingaggiato a Roma un avvocato (sul cui nome mantiene il più assoluto riserbo, ndr) che sta curando le procedure affinché possa rappresentarmi davanti alla Procura della Capitale». Chimutengo chiede quindi di essere ascoltato in videocollegamento con i magistrati romani e dall’Ambasciata italiana dello Zimbabwe.

L’obiettivo è uno: «Fare chiarezza alla luce di tutte le notizie contrastanti emerse sulla vicenda».

Sui canali d’informazione, sostiene, «si sta facendo passare il messaggio che i carbon credit legati a Future Awaits fossero una truffa». Una narrazione, per Chimutengo, molto distante dalla realtà: «Nel nostro Paese siamo riusciti a ottenere licenze ufficiali e accordi con le comunità locali. È un’attività pulita». Un’attività finita, però, nel mirino di Ranucci, con l’intento, pare, di svilupparci attorno un’inchiesta (che non risulta essere andata in onda), e, secondo Chimutengo, anche di aiutare il suo amico. Chimutengo traduce ciò che ritiene di aver subito con una frase: «Abuso di potere».

«Quando un giornalista fa attività di copertura mediatica a favore dell’amico», sostiene, «indirettamente diventa coinvolto nei suoi affari». E pensare che inizialmente Chimutengo aveva solidarizzato con Sigfrido: «Quando ho appreso delle sue vicende personali e della bomba», racconta, «provai empatia per lui. Ne parlai anche con Valter. Ma quando ho letto l’intervista le cose sono cambiate». Nell’intero quadro degli eventi sono due gli aspetti che Chimutengo fatica a comprendere. «Non capisco perché Ranucci non abbia sporto subito denuncia contro Lavitola, preferendo correre a chiedere spiegazioni sugli avvenimenti. Se mia figlia fosse stata in pericolo, sarei andato subito dalla polizia». Poi una considerazione anche su Neutralia: «Non è stata presentata una querela contro Valter e il suo socio Tavares (Clesio Gomes Tavares, considerato dall’accusa l’uomo che ha ingaggiato il commando avellinese che avrebbe piazzato materialmente la bomba, ndr) ma si sostiene che io sia stato l’unico a derubarli». Una circostanza singolare, secondo Chimutengo, visto che il flusso di denaro sarebbe transitato tra tutti i soggetti coinvolti nella vicenda. Passaggi di liquidità, secondo Chimutengo, pieni di angoli bui. «Normalmente chi gestisce una transazione deve disporre di un fascicolo completo con contratti, fatture approvate e rendiconti mensili che giustifichino la spesa d’investimento». E lui sostiene di essere rimasto completamente fuori dalla gestione. È qui che, nel suo racconto, nascono i primi sospetti. Dubbi che lo spingono a disattendere gli ordini di Valterino. Fino alla rottura definitiva. Le conoscenze di Chimutengo, però, si spingono fino alla Finlandia. La Verità nei giorni scorsi ha svelato l’identità dell’uomo al quale Lavitola avrebbe provato ad affidare gli affari dei carbon credit. Si tratta di Hachim Badji, fondatore della Nexus Carbon Llc, con un lungo trascorso tra Croce Rossa Internazionale e Nazioni Unite. Come ricostruito dal banchiere Giovanni Bracale, che presentò Valterino a Badji, il finlandese avrebbe dovuto portare avanti gli affari africani «green» del faccendiere. Un progetto vanificato dall’arresto dell’ex direttore de L’Avanti!. «Ho conosciuto Hachim Badji a una conferenza in Sudafrica di fine ottobre 2025», conferma ora Chimutengo, che aggiunge: «Ci fu presentato tramite Bracale».

Ma smentisce che in quell’occasione si sia parlato di Ranucci: «Abbiamo discusso ampiamente delle mie perplessità sulla gestione con Lavitola e dello scontro in corso sugli inadempimenti in Zimbabwe. Hachim condivideva la mia impostazione sul fatto che Lavitola non dovesse occuparsi direttamente dei carbon credit». Sia Badji sia Bracale, insomma, «pensavano che il background di Lavitola costituisse un elemento di rischio reputazionale per il successo dei progetti d’investimento». Il problema, dunque, era Valterino. Lavitola, però, in queste ore sembra avere ben altro a cui pensare. Dopo aver appreso della denuncia per maltrattamenti presentata dall’ex compagna Natalia Potenza, tramite i suoi difensori Sergio e Arturo Cola ha manifestato la propria «indignazione per la infamante accusa» e «si è riservato» la possibilità di denunciare la donna «per calunnia».

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