Non solo Valter Lavitola. Dalle carte dell’inchiesta spunterebbe una pista che porta a un secondo mandante per la bomba contro Sigfrido Ranucci. «Mi hanno detto che è uno a fianco a me», dice Lavitola intercettato, attribuendo la pista a un carabiniere. Ma il faccendiere, con la sua confessione, non ha incantato il gip, che si è opposto agli arresti domiciliari. Valterino, per ora, resta in cella. «Da lui ricostruzioni inverosimili e disinvoltura criminale nel pianificare l’atto intimidatorio» contro il conduttore di Report, riporta l’ordinanza di diniego. Ranucci potrebbe diventare decisivo per sbrogliare la matassa dell’inchiesta: sarà sentito a settembre.
Il 5 luglio, giorno post perquisizione, il Cefalù bistrot è pieno di microspie. Ce n’è quasi una per ogni tavolo. Per distinguerle, i carabinieri le hanno ribattezzate come se fossero dei maître di sala: ognuna ha un nome e una postazione da sorvegliare. Poco dopo le 22 quella denominata «Tavolo fondo sinistro interno» comincia a trasmettere la voce di Valter Lavitola, l’oste del Cefalù che in quel momento non aveva ancora svelato di essere il bombarolo premuroso dell’esplosione nel giardino dei Ranucci.
Al tavolo con lui c’è un imprenditore: Giovanni Bracale. Il livello di confidenza è elevato. Al punto che Lavitola gli consegna il suo personale racconto della perquisizione appena subita. E, così, il multilevel dell’attentato Lavitola lo disegna a tavola, prospettandolo al commensale secondo quello che ritiene di aver capito dagli investigatori: «La piramide sarebbe questa… i mandanti arrestati, Gomes il mediatore e io la mente e a fianco a me, io ho detto, eh eh e ci sarebbe anche un’altra persona e quindi avrei un capo? “No, no lei non è uno che aveva un capo, è uno a fianco a lei”. Ah bene, mi fa piacere quindi sono un po’ mente». Attribuisce quelle parole a un colonnello, Dario Ferrara, ovvero l’ufficiale dell’Arma che coordina l’attività investigativa e che ha guidato le operazioni di perquisizione. Non dice chi sia la persona che sarebbe «a fianco» della «mente». E dalle carte, almeno in questo passaggio, non è possibile identificarla.
Il «secondo mandante» e la pista dell’attentato per aiutare Ranucci
Ma il resto della conversazione prende una direzione che rende quella frase ancora più interessante. Lavitola insiste sulla mancanza di un movente. Racconta di aver sfidato il comandante a indicargliene uno qualsiasi, promettendo provocatoriamente che lo avrebbe fatto proprio: «Io lo confesso, dico sì, ho fatto l’attentato a Ranucci». Poi arriva la risposta che, secondo il suo racconto, avrebbe ricevuto: «Per fargli del bene». È la chiave sulla quale ora poggia l’ipotesi accusatoria. L’attentato non sarebbe stato organizzato per danneggiare Ranucci, ma per favorirlo.
Per trasformare il giornalista nella vittima di un attacco capace di moltiplicarne popolarità e consenso, mentre Lavitola lavorava da mesi a un progetto politico cucito proprio sul conduttore di Report. La risposta dell’investigatore deve averlo messo in crisi: «Cazzo mi ha fottuto, gli ho detto “gli ho dato la mia parola d’onore, se vuole glielo firmo realmente”, lo gliel’avrei firmato, per fortuna quello non mi ha creduto, pensava che era una battuta. Se quello mi pigliava in parola, mi diceva qua “firma, firma”, avrei firmato».
Firmerà più o meno la stessa versione poco più di un mese dopo davanti al gip, durante il suo interrogatorio di garanzia. In quel momento, spiega all’amico imprenditore, l’ufficiale «non l’ha voluto fare». E lui ha precisato: «Mica posso essere così coglione da insistere… no no no…». Ma in quel momento l’oste del Cefalù ha capito dove può portare quella versione. E lo dice a Bracale: «Se io anche adesso mi accusassi, dicessi che io […] ho fatto l’attentato perché volevo male a Ranucci, domani mattina esce sui giornali che Ranucci l’attentato se l’è fatto da solo! Nessuno ci crederebbe mai che io ho fatto l’attentato a Ranucci». Poi riferisce la replica dell’investigatore: «Sì, l’ha fatto per aiutarlo, ho capito. Comunque questo è stato il nostro sospetto dall’inizio».
Quella della bomba concordata con la vittima diventa quasi un’ossessione nelle conversazioni di Lavitola successive alla perquisizione. Parlando direttamente con Ranucci porta il ragionamento fino al paradosso: «Si dirà che Ranucci si è fatto l’attentato da solo? Chi ci crede che gliel’ho fatto io? […] tanto vale che diciamo che lo abbiamo preparato insieme». Non è ancora una confessione. Lavitola in quel momento sta contestando l’ipotesi degli investigatori. Ed è lui a introdurre, parlando proprio con la vittima, l’idea di un attentato «preparato insieme».
Ma, ancora con Bracale, il cortocircuito diventa persino più esplicito: Lavitola racconta di aver commissionato «un sondaggio di Ranucci candidato a presidente del Consiglio» e spiega di averlo fatto ripetere dopo gli arresti degli uomini accusati di aver materialmente eseguito l’attentato. Poi torna sulla sua ossessione: «Ma il mandante, attenzione il risultato finale… il mandante chi è? Caso eclatante… Ranucci, quindi Ranucci […] perché il mandante è lui, nessuno crede che il mandante so’ io». E aggiunge beffardo: «Ranucci va in commissione parlamentare e mi difende».
Lavitola e il progetto politico per Ranucci
Non basta. Parlando con un altro interlocutore, tale Ivan, Lavitola spiega che stava «quasi» convincendo concretamente Ranucci a candidarsi e che il progetto cominciava «a uscire» dalla cerchia ristretta. Poi individua quello che, a suo giudizio, sarebbe stato il colpo capace di stroncare la possibile ascesa politica del giornalista: «L’unica cosa per finire con lui era questa, dire che io e lui abbiamo fatto un finto attentato».
Tre formule diverse in poche ore: «Preparato insieme»; «il mandante […] Ranucci»; «io e lui abbiamo fatto un finto attentato». Tutte pronunciate da Lavitola, tutte nel tentativo di descrivere le conseguenze paradossali che, secondo lui, avrebbe potuto produrre l’accusa. Nessuna dimostra un accordo con Ranucci.
Le intercettazioni sulla sicurezza di Ranucci
Nonostante Lavitola abbia dimostrato di essere il più insistente consigliere della sicurezza dell’inchiestista Rai. Il 21 novembre 2025, discutendo della seconda macchina di scorta, Lavitola scrive: «Scusami, non voglio essere ossessivo… ma ti prego, se non ti danno la seconda macchina, dammi il via libera per fare tutto il casino che mi viene in mente».
Nei giorni successivi insiste. Il 29 novembre sostiene addirittura di aver consultato programmi specializzati che utilizzano l’Intelligenza artificiale per calcolare il rischio: «Tu hai un livello di rischio potenziale con gli odiatori che è molto alto!». E aggiunge una frase sibillina: «Ti prego, fidati di quello che ti dico avrei difficoltà a dirti di più e già informarti di questo è potenzialmente un piccolo problema per me».
Un mese dopo, il livello di dettaglio aumenta ancora. Lavitola spiega a Ranucci come dovrebbe muoversi la sua scorta. Quattro uomini devono arrivare prima di lui, effettuare un sopralluogo e costruire un «cerchio di protezione» dal momento in cui scende dall’automobile fino all’ingresso. Più o meno le stesse parole che l’altro giorno ha messo sul piatto durante l’interrogatorio con il gip, al quale ha prospettato che Ranucci avrebbe avuto al seguito personaggi «pericolosissimi».
All’epoca, invece, gli aveva parlato di «odiatori», di persone psicolabili individuate attraverso i social e poi «plagiate». Conclude quasi impartendo un ordine: «Per piacere, parla con lui (il capo scorta, ndr). Mi dispiace dirtelo, ma se non lo fai troverò io la soluzione per farlo».
Lavitola, insomma, sembra averglielo manifestato in tutte le salse. E forse è anche questo il motivo per il quale quella figura indicata nella «piramide» come «a fianco» della mente è diventata il convitato di pietra dell’intera ricostruzione. Di Lavitola. Non si sa, per ora, se anche degli investigatori.
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