Un vecchio adagio recitava: «Mai fidarsi delle lettere anonime». Chissà se Giuseppe Conte, prima di avventurarsi a sventolare in commissione Covid il documento relativo alla fornitura di mascherine della Jc Electronics che aveva depositato in Procura, si è preso la briga di ricostruire le circostanze e i precedenti che hanno portato alla stesura di quel verbale, che l’ex premier sostiene di aver ricevuto, appunto, in una busta anonima.
Approfondendone i contenuti viene da pensare che il leader del M5s si sia fidato troppo dello sconosciuto mittente, perché se avesse scavato un po’ avrebbe scoperto che in quel documento ci sono una serie di stranezze e di omissioni che raccontano una storia ben diversa da quella che l’opposizione sta veicolando ai giornali amici.
Il documento anonimo e il contenzioso fiscale
A partire dai motivi della riunione: «L’Agenzia delle Dogane ha richiesto un incontro con la struttura commissariale, poi esteso per le vie brevi all’istituenda Unità per il completamento della campagna vaccinale, al fine di verificare le consegne di mascherine effettuate dalla società Jc Electronics Italia Srl».
«Nello specifico», prosegue il documento pervenuto a Conte, «la richiesta è finalizzata ad accertare l’effettivo quantitativo di mascherine consegnate al commissario per rideterminare i diritti gravanti sulla merce non effettivamente consegnata». La necessità delle Dogane era infatti legata a un contenzioso pendente davanti alla Commissione tributaria provinciale di Roma.
Insomma, nulla a che fare con il contenzioso tra Jc e il ministero della Salute, chiuso il 31 ottobre scorso con una transazione da 100 milioni di euro, che, forte del documento ricevuto anonimamente, Conte ha – alla luce dei fatti avventatamente – messo in discussione.
Quelle mascherine non sono quelle della transazione
Forse abbagliato dal fatto che, nel verbale, si fa riferimento alla circostanza che «le attività di sopralluogo effettuate consentono di affermare la difformità delle maschere visionate rispetto a quelle previste».
Affermazione che si basa su due documenti della struttura commissariale, relativi a una serie di sopralluoghi svolti nel 2021 all’interno dei depositi dove erano ferme le mascherine della Jc.
Ma che, a prescindere dalla veridicità o meno di quanto riferito dagli uomini del commissario, non riguarda in nessun modo i quasi otto milioni di pezzi di mascherine Aoxing Kn95 destinate alla struttura commissariale e unico oggetto del contenzioso tra Jc e il ministero della Salute, concluso con la transazione milionaria.
Nella sentenza del 2024 oggetto dell’accordo si legge infatti che la controversia «doveva essere circoscritta alle sole semimaschere Dongguan Aoxing pari a 7.857.000 pezzi, di cui controparte assumeva l’idoneità all’uso richiesto dalla committenza, siccome provviste di validazione Inail».
I test delle Dogane avevano dato esito favorevole
Già questa circostanza basterebbe per far vacillare la linea portata avanti da Conte, ma nel verbale che l’ex premier ha portato a piazzale Clodio non c’è traccia di un dato che le Dogane non potevano non conoscere: gli esami di laboratorio disposti dal Commissario straordinario il 23 agosto 2021, affidati al Laboratorio chimico dell’Agenzia delle Dogane, che hanno dato esito favorevole alle mascherine, dichiarandole conformi ai requisiti della norma Uni En 149:2009.
Nel documento, si legge che le mascherine hanno superato entrambi i tipi di test a cui sono state sottoposte, risultando «conformi» sia alla «prova di penetrazione del materiale filtrante» che a quella di «perdita di tenuta verso l’interno». In una nota, la Jc ha stigmatizzato il fatto che «quei certificati non sono mai stati consegnati alla società da nessuna amministrazione, né prima né dopo il cambio di governo, benché fossero stati richiesti e benché la società ne avesse evidente interesse in tutti i giudizi», spiegando poi di esserne «entrata in possesso soltanto su istanza rivolta alla Procura della Repubblica di Roma, che li ha messi a disposizione».
La società ha poi messo a tacere gli attacchi dell’opposizione sulla mancanza di trasparenza sulla transazione con il ministero della Salute, dichiarandosi «a disposizione di chiunque voglia esaminare la documentazione integrale della vicenda», che Jc ha già messo «a disposizione dell’Autorità giudiziaria».
La sentenza tributaria che riapre il caso
Secondo quanto risulta alla Verità, legali dell’azienda nei giorni scorsi avrebbero depositato alla Procura di Roma una nota che ricostruisce i passaggi dell’accordo che ha chiuso il contenzioso, alla quale sono allegati 16 documenti, compreso l’atto di transazione e la relativa registrazione da parte della Corte dei conti.
Tra i documenti spunta però una sentenza, anche questa legata a un contenzioso tributario, che mette ancora una volta in discussione il verbale che, secondo Conte e l’opposizione in genere, sarebbe una sorta di pistola fumante che dimostra che l’accordo con Jc è stato quantomeno frettoloso.
Nella sentenza del 24 ottobre 2024 della Corte di Giustizia Tributaria di secondo grado del Lazio si legge infatti che «si trattava del contratto di compravendita per la fornitura di 50 milioni di mascherine stipulato tra la appellante contribuente e la società cinese Oniken industry Ltd; mascherine validate dall’Inail, con la conseguenza che la loro fornitura è da ritenersi conforme ai requisiti indicati al punto 7.9.2 della Uni En 149/2009».
Parole che smentiscono la ricostruzione del verbale arrivato anonimamente all’ex premier, ma che Adm, nella sua costituzione in giudizio, aveva citato a sostegno della sua posizione contro Jc, che aveva presentato ricorso rispetto a una sanzione amministrativa da oltre 2 milioni di euro, confermata in primo grado e poi ribaltata in appello.
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