Un servizio di Report del 2016, su un’ipotetica truffa legata ai «diamanti d’investimento» venduti attraverso gli sportelli bancari, scatenò un putiferio mediatico senza portare però ad alcuna condanna definitiva. E mostrando il singolare tifo di soggetti privati e addetti ai lavori, non del tutto estranei alla vicenda. A non reggere l’impatto dell’inchiesta fu un indagato, poi completamente assolto: l’ad di Intermarket diamond business, Giacobazzi.
Questa storia inizia poco prima che Sigfrido Ranucci diventasse il conduttore del noto programma. Il 20 luglio 2016, Report annuncia che sta realizzando un’inchiesta, che uscirà a ottobre, su una presunta truffa di «diamanti da investimento» venduti attraverso gli sportelli bancari a un prezzo molto più alto rispetto a quello di mercato. Teoricamente si tratta di uno scoop incredibile. Uno scoop che però assume tratti inquietanti.
Il 1° luglio, infatti, Federpreziosi (ovvero la Federazione gioiellieri-orafi) aveva lanciato sui propri social una campagna intitolata «Per avere le idee chiare sui diamanti», con depliant per chiedere informazioni al gioielliere di fiducia. Ma è solo l’inizio: tra il 22 e il 27 luglio, commissiona un’indagine nazionale sul mercato dei diamanti (banche comprese). Il 4 settembre, poi, alla fiera VicenzaOro, organizza una tavola rotonda intitolata «Trasparente come un diamante – fascino e business».
A essa – non senza riferimenti allo studio commerciale appena citato – partecipano alcune figure chiave del settore, tra le quali Giuseppe Aquilino (presidente nazionale di Federpreziosi), il direttore Steven Tranquilli, Marcello Manna (rappresentante della Investment diamond company). Addirittura un «road show» sul tema attraversa l’Italia. Emanuele Bellano di Report è in giro per la Penisola a fare riprese e, poche settimane dopo, il 17 ottobre e ancora il 28 novembre, la trasmissione d’inchiesta lancia le sue puntate, con dure critiche ai presunti concorrenti dei gioiellieri.
A parlare, troviamo alcuni nomi visti sopra: di fronte alle telecamere, ci sono Manna e Tranquilli. Federpreziosi rilancia con entusiasmo le trasmissioni sui propri canali social: «L’operazione di trasparenza si è avviata in maniera incisiva!». Su Facebook, Tranquilli scrive: «Avere avuto una cassa di risonanza di questa portata appare già come un bell’inizio». Il 2 novembre 2016 Federpreziosi scrive maiuscolo: «Risulta spesso impegnativo per i mezzi d’informazione affrontare temi che toccano importanti interessi.
Ma basta dare il via e la strada è tutta in discesa», e ancora il 29 novembre torna sull’argomento, sottolineando come Report avesse affrontato questi argomenti. Manna poi, al momento del pronunciamento di Agcm, esulta sui social parlando di «una grande opportunità» per i gioiellieri, ipotizzando una sorta di controesodo: «Il cliente fedifrago sarà come una pecorella smarrita e pentita di fronte al suo gioielliere professionale e competente che l’accoglierà e farà festa per aver ritrovato un cliente». Negli anni successivi, il presidente Aquilino arriverà a rilanciare un’intervista con il titolo: «Diamanti in banca? Così abbiamo fatto partire l’inchiesta».
L’inchiesta di Report sui diamanti e la sinergia con Federpreziosi
Insomma, anche stando solo a questi elementi (che sono una parte del totale) si nota una sinergia tra media pubblici e operatori privati, probabilmente animata dalle migliori intenzioni ma davvero peculiare: per coincidenza di nomi, fatti e date. Ranucci, dal canto suo, torna più volte sull’inchiesta, rivendicando l’importanza della presunta truffa svelata.
Una serie di puntate si sussegue fino all’ultima del 24 maggio 2026, intitolata «L’ispettore di Banca d’Italia» nella quale il conduttore – un po’ sconsolato – si spinge a dire che l’unico «a pagare un prezzo» in questa vicenda sarebbe stato il funzionario di Bankitalia messo alla porta per le sue denunzie in merito. E su una cosa ha un po’ di ragione: i processi sono stati più complessi rispetto alle grida della grancassa mediatica. Le accuse di una maxitruffa indiscriminata non arrivano sostanzialmente a segno: nei lunghi procedimenti le singole imputazioni sovente cadono anche per via di archiviazioni di merito e assoluzioni clamorose, nelle quali le omissioni e le ambiguità di Report balzano all’occhio.
Per la cronaca: nessuna condanna penale definitiva è arrivata per «truffa» in quanto tale. Persino l’intervento del Garante si è caratterizzato per prudenza. Dopo le sanzioni nei confronti delle società coinvolte e degli istituti bancari partner, il direttore generale Giovanni Calabrò sottolineerà la necessità di attendere sviluppi (una delle due società otterrà la «presa d’atto» per ripartire con un modello di business aggiornato) e inviterà a evitare un «panic selling», cioè una vendita generalizzata delle pietre da parte dei clienti. Atteggiamento decisamente più cauto rispetto ai toni di forte rottura della comunicazione pubblica.
Le assoluzioni e le archiviazioni nei processi sui diamanti
Del resto, già nel 2019 un giudice di Modena (una delle città con più diamanti venduti) accoglieva nel merito la richiesta di archiviazione del pubblico ministero, non solo negando di fatto l’esistenza della truffa ma constatando la «palese inutilità» di acquisire gli atti di indagine svolti a Milano. Qualcosa di simile si ripeteva nel 2023 presso il tribunale di Massa: altra archiviazione. Di più: la stessa curatrice fallimentare di una delle società colpite – dunque una fonte indipendente – sosteneva in una sua relazione del 2020 che la vendita non appariva caratterizzata in sé da un intento ingannevole nei confronti dei clienti.
Ma il colmo lo si ha in tribunale a Roma. Di fronte ai continui «non ricordo» e ai rinvii all’informativa del luogotenente della Finanza interrogato, il giudice è intervenuto: «Ma lei ha chiaro che io devo giudicare non sulla base dell’informativa?». Nella sentenza poi è emerso come gli ufficiali di polizia giudiziaria avessero ammesso «di aver mutuato la notizia criminis, senza operare particolari approfondimenti, dalla trasmissione Report».
Giacobazzi, assolto dopo la morte
Ma torniamo a Ranucci, che sostiene che a pagare fu solo un funzionario di Banca d’Italia. Ecco, su questo si sbaglia: se è vero che i gioiellieri festeggiarono, oltre alle aziende danneggiate, ai posti di lavoro persi, ci fu un indagato prima finito in carcere e poi definitivamente assolto, e un altro che si tolse la vita, Claudio Giacobazzi, l’amministratore delegato e presidente di Intermarket diamond business. Una delle aziende finite nel mirino di Report. Di fronte alle telecamere l’uomo si è sempre proclamato innocente. E innocente lo era davvero, come ha dimostrato una sentenza del 2025. Una sentenza arrivata con sette anni di ritardo, però. Perché nel 2018 Giacobazzi, che non resse di fronte alla pressione mediatica, venne trovato morto in una camera d’albergo.
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