Non è un periodo facile per il procuratore di Roma Franco Lo Voi. Prima il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano gli ha tolto i voli di Stato per tornare in Sicilia, poi è stato travolto dalle polemiche per aver iscritto sul registro degli indagati Giorgia Meloni e mezzo governo nell’affaire del generale libico Osama Almasri; quindi è finito nel mirino dei consiglieri laici di centro-destra che hanno chiesto l’apertura nei suoi confronti di una pratica per incompatibilità ambientale e anche di un procedimento disciplinare; infine il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (l’organismo di coordinamento dei nostri servizi segreti) ha presentato un esposto contro la sua Procura per una presunta fuga di notizie favorita con il deposito di un’annotazione dell’intelligence in un fascicolo aperto contro quattro giornalisti (che ovviamente hanno pubblicato tutto). Ma adesso è arrivata la ciliegina sulla torta. La settima commissione del Csm ha chiesto di annullare la designazione fatta da Lo Voi di tre magistrati alla Direzione distrettuale antimafia, l’articolazione forse più importante di una Procura. Una bocciatura che, a memoria, ha pochi precedenti, anche perché il procuratore della Capitale viene considerato potente almeno quanto due ministri.
Alla faccia di chi sostiene che Lo Voi penda a destra, il procuratore ha bocciato il magistrato che, come sembra sottolineare il Csm, aveva più titoli in materia e che appartiene alla corrente conservatrice di Magistratura indipendente (Alessandro Picchi). Un pm che si è forgiato sul campo nella ribollente Sicilia. Invece Lo Voi, tra gli altri, ha promosso un collega apparentemente meno titolato, Lorenzo Del Giudice, candidato al Consiglio giudiziario di Roma (le elezioni sono state rinviate al 6 aprile) sotto le insegne della corrente progressista di Area. A cui sarebbe culturalmente affine anche un’altra delle due prescelte, Alessia Natale. Il terzo selezionato, Stefano D’Arma, sarebbe, invece, un centrista della corrente Unicost. Lo Voi, nel suo provvedimento, li ha definiti «sostituti che certamente posseggono sia le esperienze professionali che le specifiche attitudini richieste per il loro inserimento in Dda».
Bocciature
In ordine agli altri sei aspiranti, il procuratore ha rilevato «come anche questi presentino un significativo curriculum», ma «non riescono tuttavia ad essere prevalenti, allo stato, rispetto alle specifiche attività» degli altri tre «sotto il profilo quantitativo o qualitativo […] sulla base di una corretta procedura comparativa».
Gli esclusi, a parte Picchi, erano considerati tutti o vicini a Unicost o agnostici. Solo Giulia Guccione sarebbe collegabile ad Area. Picchi per Lo Voi avrebbe palesato un deficit «con precipuo riferimento all’approfondimento della conoscenza della criminalità organizzata del distretto di Roma», ma è l’unico che può contare su cinque anni di esperienza in Dda, di cui tre a Caltanissetta e due a Palermo, dove «ha coordinato indagini e sostenuto l’accusa in processi inerenti il mandamento mafioso di Misilmeri e Belmonte Mezzagno, il territorio di Bagheria, di Trabia e San Mauro Castelverde e le relative famiglie, gestendo diversi collaboratori di giustizia».
Ma, tra i concorrenti, gli aspiranti pm della Dda ci sono anche sostituti già al centro di inchieste molto mediatiche: Rosalia Affinito è stata spesso applicata alla Dda per indagini riguardanti il traffico di rifiuti, mentre Fabrizio Tucci ha trattato procedimenti delicati come quello che «ha portato, per la prima volta, con sentenza irrevocabile, al riconoscimento del reato di associazione mafiosa con riferimento ad una compagine criminale operante nel territorio di Viterbo». Infine la Guccione avrebbe «mostrato specifiche attitudini alla efficace trattazione di procedimenti in materia di criminalità organizzata, gestendo con capacità numerosi procedimenti e processi in regime di applicazione».
La delibera
Però a vincere sono stati altri. Del Giudice, si legge nella delibera del Csm, si è occupato soprattutto di reati contro l’economia e la pubblica amministrazione, «sviluppando esperienze di rilievo in tema di criminalità organizzata», ma non al Sud, bensì a Udine e a Civitavecchia, prima di lavorare nell’ufficio di gabinetto del ministro della Giustizia Andrea Orlando.
La delibera che ha stracciato il provvedimento di Lo Voi è stata proposta all’unanimità dalla settima commissione (la relatrice è Maria Vittoria Marchianò, di Mi, sulla carta la stessa corrente di Lo Voi) e difficilmente non sarà ratificata dal plenum.
La principale accusa contro Lo Voi è questa: «Ha illustrato la (indubbia) adeguatezza attitudinale dei candidati prescelti, ma non ha spiegato perché i profili dei medesimi, in relazione ai criteri di designazione previsti dalla circolare, siano stati ritenuti prevalenti sugli altri aspiranti».
Il procuratore è stato bacchettato sull’abc, i consiglieri gli hanno rinfacciato persino di aver sbagliato la procedura di selezione dei pm, iniziata il 25 ottobre scorso con l’interpello per la copertura dei tre posti vacanti.
«Il provvedimento in esame non risulta conforme alle disposizioni della vigente circolare sull’organizzazione degli uffici di Procura con riferimento sia al procedimento sia al merito della designazione effettuata» scrivono i consiglieri che evidenziano «lo sviamento dal percorso tipizzato». Infatti, la designazione dei prescelti, avvenuta il 27 novembre, doveva «effettuarsi dopo l’acquisizione del parere del Procuratore nazionale antimafia (reso il 4 dicembre) e non prima».
Non basta. Il decreto non poteva «essere dichiarato immediatamente esecutivo», visto che i candidati avevano 10 giorni per formulare osservazioni. Ma anche nel merito il Csm ha avuto molto da ridire e ha passato in rassegna i cv dei candidati. Eppure, sino a mercoledì, non ci risulta che nessuno avesse sollevato obiezioni ufficiali, né il procuratore antimafia Giovanni Melillo, né il Consiglio giudiziario, né la Procura generale. Che, però, al contrario di quanto prevede la procedura sarebbero stati informati quando la delibera era stata resa esecutiva (27 novembre) e inviata a tutti i pm.
I colleghi degli altri uffici potrebbero non essersela sentita di entrare in rotta di collisione con il potente procuratore. Ci ha pensato il Csm a rimandare al mittente l’irricevibile (per Palazzo Bachelet) proposta. Che ha proposto «di non approvare il provvedimento», facendogli perdere efficacia, e di invitare Lo Voi «a provvedere entro 30 giorni […] a una nuova designazione di tre sostituti […] con decreto motivato contenente la valutazione comparativa dei candidati» nel rispetto della circolare vigente. Inoltre, la commissione ha chiesto «di inserire la presente delibera nel fascicolo personale del Procuratore». Una macchia che, dunque, resterebbe agli atti.
Aria di scontro?
L’esito della disputa è, comunque, tutt’altro che scontato. Nonostante una delibera che sembra indicare senza incertezze chi dovrebbero essere i concorrenti meritevoli della nomina, non spetta al Csm questo potere che resta in capo al procuratore in piena autonomia. Lo Voi potrebbe, quindi, allinearsi all’autorevole moral suasion dell’organo di autogoverno, ma anche confermare la sua precedente decisione rinvenendo nelle pieghe delle circolari e nel mare magnum del curriculum dei candidati ulteriori elementi idonei a puntellare sotto diversi ed ulteriori profili la sua contestata decisione.
Intanto il procuratore, mercoledì, si è strenuamente difeso davanti al Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica. Ha dovuto spiegare perché abbia messo a disposizione di giornalisti indagati un’annotazione dei servizi segreti classificata come riservata. Il procuratore ha spiegato che a suo dire non c’era niente di segreto in quel documento che non era stato acquisito dalla Procura nell’archivio della nostra intelligence, ma era una semplice risposta a un quesito investigativo di piazzale Clodio.
Quindi la classificazione sarebbe stata pleonastica. In realtà all’interno del documento si dava conto di un’indagine in corso da parte dei nostri servizi su un lobbista, che è così diventata di pubblico dominio. Inoltre, gli accessi alle banche dati citate nella nota ed effettuati dalle barbe finte non sono stati contestati ai giornalisti, né agli 007, che, infatti, non risultato indagati come complici dei cronisti nelle fughe di notizie. Era quindi necessario consegnare alla stampa quella velina che nulla aveva a che vedere con le contestazioni rivolte ai giornalisti?
Il caso Almasri
A Lo Voi è stato chiesto anche il motivo per cui abbia iscritto Giorgia Meloni sul registro degli indagati per la scarcerazione di Osama Almasri. Il magistrato avrebbe risposto che il nome del premier era nella denuncia e si trattava quindi di un atto dovuto.
Qualcuno ha storto la bocca e sembra che adesso al Copasir vogliano acquisire la querela, dove erano indicati i dati anagrafici del primo ministro, ma solo la sua funzione.
Resta il fatto che Lo Voi ha iscritto in gran fretta mezzo governo quando avrebbe potuto inviare l’esposto al Tribunale dei ministri sotto forma di modello 45, un fascicolo senza ipotesi di reato, né indagati. Invece nel giro di quattro giorni, con in mezzo un week end, ha messo sotto accusa, in fretta e furia, la Meloni, i ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi e il sottosegretario Alfredo Mantovano. Non poteva attendere qualche giorno? Che fretta c’era, dal momento che per legge, prima di trasferire gli atti al Tribunale dei ministri, aveva a disposizione 15 giorni? Nei corridoi della Procura evidenziano che sabato 1 febbraio Lo Voi è partito per Mauritius per riatterrare a Roma una decina di giorni dopo. Se il viaggio era programmato, come sembra, il procuratore aveva davanti due sole strade: correre o passare la pratica a un aggiunto per evitare che scadessero in termini mentre era in vacanza. Ha preferito fare tutto da solo. Prima di volare in Africa con le pinne, fucile ed occhiali.
Non è un periodo facile per il procuratore di Roma Franco Lo Voi. Prima il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano gli ha tolto i voli di Stato per tornare in Sicilia, poi è stato travolto dalle polemiche per aver iscritto sul registro degli indagati Giorgia Meloni e mezzo governo nell’affaire del generale libico Osama Almasri; quindi è finito nel mirino dei consiglieri laici di centro-destra che hanno chiesto l’apertura nei suoi confronti di una pratica per incompatibilità ambientale e anche di un procedimento disciplinare; infine il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (l’organismo di coordinamento dei nostri servizi segreti) ha presentato un esposto contro la sua Procura per una presunta fuga di notizie favorita con il deposito di un’annotazione dell’intelligence in un fascicolo aperto contro quattro giornalisti (che ovviamente hanno pubblicato tutto). Ma adesso è arrivata la ciliegina sulla torta. La settima commissione del Csm ha chiesto di annullare la designazione fatta da Lo Voi di tre magistrati alla Direzione distrettuale antimafia, l’articolazione forse più importante di una Procura. Una bocciatura che, a memoria, ha pochi precedenti, anche perché il procuratore della Capitale viene considerato potente almeno quanto due ministri.
Alla faccia di chi sostiene che Lo Voi penda a destra, il procuratore ha bocciato il magistrato che, come sembra sottolineare il Csm, aveva più titoli in materia e che appartiene alla corrente conservatrice di Magistratura indipendente (Alessandro Picchi). Un pm che si è forgiato sul campo nella ribollente Sicilia. Invece Lo Voi, tra gli altri, ha promosso un collega apparentemente meno titolato, Lorenzo Del Giudice, candidato al Consiglio giudiziario di Roma (le elezioni sono state rinviate al 6 aprile) sotto le insegne della corrente progressista di Area. A cui sarebbe culturalmente affine anche un’altra delle due prescelte, Alessia Natale. Il terzo selezionato, Stefano D’Arma, sarebbe, invece, un centrista della corrente Unicost. Lo Voi, nel suo provvedimento, li ha definiti «sostituti che certamente posseggono sia le esperienze professionali che le specifiche attitudini richieste per il loro inserimento in Dda».
Bocciature
In ordine agli altri sei aspiranti, il procuratore ha rilevato «come anche questi presentino un significativo curriculum», ma «non riescono tuttavia ad essere prevalenti, allo stato, rispetto alle specifiche attività» degli altri tre «sotto il profilo quantitativo o qualitativo […] sulla base di una corretta procedura comparativa».
Gli esclusi, a parte Picchi, erano considerati tutti o vicini a Unicost o agnostici. Solo Giulia Guccione sarebbe collegabile ad Area. Picchi per Lo Voi avrebbe palesato un deficit «con precipuo riferimento all’approfondimento della conoscenza della criminalità organizzata del distretto di Roma», ma è l’unico che può contare su cinque anni di esperienza in Dda, di cui tre a Caltanissetta e due a Palermo, dove «ha coordinato indagini e sostenuto l’accusa in processi inerenti il mandamento mafioso di Misilmeri e Belmonte Mezzagno, il territorio di Bagheria, di Trabia e San Mauro Castelverde e le relative famiglie, gestendo diversi collaboratori di giustizia».
Ma, tra i concorrenti, gli aspiranti pm della Dda ci sono anche sostituti già al centro di inchieste molto mediatiche: Rosalia Affinito è stata spesso applicata alla Dda per indagini riguardanti il traffico di rifiuti, mentre Fabrizio Tucci ha trattato procedimenti delicati come quello che «ha portato, per la prima volta, con sentenza irrevocabile, al riconoscimento del reato di associazione mafiosa con riferimento ad una compagine criminale operante nel territorio di Viterbo». Infine la Guccione avrebbe «mostrato specifiche attitudini alla efficace trattazione di procedimenti in materia di criminalità organizzata, gestendo con capacità numerosi procedimenti e processi in regime di applicazione».
La delibera
Però a vincere sono stati altri. Del Giudice, si legge nella delibera del Csm, si è occupato soprattutto di reati contro l’economia e la pubblica amministrazione, «sviluppando esperienze di rilievo in tema di criminalità organizzata», ma non al Sud, bensì a Udine e a Civitavecchia, prima di lavorare nell’ufficio di gabinetto del ministro della Giustizia Andrea Orlando.
La delibera che ha stracciato il provvedimento di Lo Voi è stata proposta all’unanimità dalla settima commissione (la relatrice è Maria Vittoria Marchianò, di Mi, sulla carta la stessa corrente di Lo Voi) e difficilmente non sarà ratificata dal plenum.
La principale accusa contro Lo Voi è questa: «Ha illustrato la (indubbia) adeguatezza attitudinale dei candidati prescelti, ma non ha spiegato perché i profili dei medesimi, in relazione ai criteri di designazione previsti dalla circolare, siano stati ritenuti prevalenti sugli altri aspiranti».
Il procuratore è stato bacchettato sull’abc, i consiglieri gli hanno rinfacciato persino di aver sbagliato la procedura di selezione dei pm, iniziata il 25 ottobre scorso con l’interpello per la copertura dei tre posti vacanti.
«Il provvedimento in esame non risulta conforme alle disposizioni della vigente circolare sull’organizzazione degli uffici di Procura con riferimento sia al procedimento sia al merito della designazione effettuata» scrivono i consiglieri che evidenziano «lo sviamento dal percorso tipizzato». Infatti, la designazione dei prescelti, avvenuta il 27 novembre, doveva «effettuarsi dopo l’acquisizione del parere del Procuratore nazionale antimafia (reso il 4 dicembre) e non prima».
Non basta. Il decreto non poteva «essere dichiarato immediatamente esecutivo», visto che i candidati avevano 10 giorni per formulare osservazioni. Ma anche nel merito il Csm ha avuto molto da ridire e ha passato in rassegna i cv dei candidati. Eppure, sino a mercoledì, non ci risulta che nessuno avesse sollevato obiezioni ufficiali, né il procuratore antimafia Giovanni Melillo, né il Consiglio giudiziario, né la Procura generale. Che, però, al contrario di quanto prevede la procedura sarebbero stati informati quando la delibera era stata resa esecutiva (27 novembre) e inviata a tutti i pm.
I colleghi degli altri uffici potrebbero non essersela sentita di entrare in rotta di collisione con il potente procuratore. Ci ha pensato il Csm a rimandare al mittente l’irricevibile (per Palazzo Bachelet) proposta. Che ha proposto «di non approvare il provvedimento», facendogli perdere efficacia, e di invitare Lo Voi «a provvedere entro 30 giorni […] a una nuova designazione di tre sostituti […] con decreto motivato contenente la valutazione comparativa dei candidati» nel rispetto della circolare vigente. Inoltre, la commissione ha chiesto «di inserire la presente delibera nel fascicolo personale del Procuratore». Una macchia che, dunque, resterebbe agli atti.
Aria di scontro?
L’esito della disputa è, comunque, tutt’altro che scontato. Nonostante una delibera che sembra indicare senza incertezze chi dovrebbero essere i concorrenti meritevoli della nomina, non spetta al Csm questo potere che resta in capo al procuratore in piena autonomia. Lo Voi potrebbe, quindi, allinearsi all’autorevole moral suasion dell’organo di autogoverno, ma anche confermare la sua precedente decisione rinvenendo nelle pieghe delle circolari e nel mare magnum del curriculum dei candidati ulteriori elementi idonei a puntellare sotto diversi ed ulteriori profili la sua contestata decisione.
Intanto il procuratore, mercoledì, si è strenuamente difeso davanti al Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica. Ha dovuto spiegare perché abbia messo a disposizione di giornalisti indagati un’annotazione dei servizi segreti classificata come riservata. Il procuratore ha spiegato che a suo dire non c’era niente di segreto in quel documento che non era stato acquisito dalla Procura nell’archivio della nostra intelligence, ma era una semplice risposta a un quesito investigativo di piazzale Clodio.
Quindi la classificazione sarebbe stata pleonastica. In realtà all’interno del documento si dava conto di un’indagine in corso da parte dei nostri servizi su un lobbista, che è così diventata di pubblico dominio. Inoltre, gli accessi alle banche dati citate nella nota ed effettuati dalle barbe finte non sono stati contestati ai giornalisti, né agli 007, che, infatti, non risultato indagati come complici dei cronisti nelle fughe di notizie. Era quindi necessario consegnare alla stampa quella velina che nulla aveva a che vedere con le contestazioni rivolte ai giornalisti?
Il caso Almasri
A Lo Voi è stato chiesto anche il motivo per cui abbia iscritto Giorgia Meloni sul registro degli indagati per la scarcerazione di Osama Almasri. Il magistrato avrebbe risposto che il nome del premier era nella denuncia e si trattava quindi di un atto dovuto.
Qualcuno ha storto la bocca e sembra che adesso al Copasir vogliano acquisire la querela, dove erano indicati i dati anagrafici del primo ministro, ma solo la sua funzione.
Resta il fatto che Lo Voi ha iscritto in gran fretta mezzo governo quando avrebbe potuto inviare l’esposto al Tribunale dei ministri sotto forma di modello 45, un fascicolo senza ipotesi di reato, né indagati. Invece nel giro di quattro giorni, con in mezzo un week end, ha messo sotto accusa, in fretta e furia, la Meloni, i ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi e il sottosegretario Alfredo Mantovano. Non poteva attendere qualche giorno? Che fretta c’era, dal momento che per legge, prima di trasferire gli atti al Tribunale dei ministri, aveva a disposizione 15 giorni? Nei corridoi della Procura evidenziano che sabato 1 febbraio Lo Voi è partito per Mauritius per riatterrare a Roma una decina di giorni dopo. Se il viaggio era programmato, come sembra, il procuratore aveva davanti due sole strade: correre o passare la pratica a un aggiunto per evitare che scadessero in termini mentre era in vacanza. Ha preferito fare tutto da solo. Prima di volare in Africa con le pinne, fucile ed occhiali.
Avrebbe sperperato in vacanze e voli esclusivi 126.500 euro destinati a una fondazione equiparata a ente pubblico, ma per ora la Procura di Firenze, che ha chiesto un sequestro preventivo per equivalente, sul suo conto italiano ha trovato solo 2.000 euro. Tutto il resto è sparito. Resta pur sempre un inizio. Infatti, dopo che il gip, a maggio, aveva rigettato l’istanza di congelamento dei beni dell’ex sovrintendente del Maggio fiorentino Alexander Pereira, il 16 giugno il Tribunale del riesame ha accolto il ricorso della pm Christine von Borries e mercoledì i militari della Guardia di finanza hanno eseguito l’ordinanza di sequestro di 126.500 euro.
Altro che gauche caviar, adesso bisogna guardarsi dalla sinistra Sturmtruppen.
Non fatevi ingannare dal cognome che sa di Alfama e tram numero 28, di tabucchiana memoria, infatti il settantacinquenne Pereira è austriaco, nato a Vienna e residente a Salisburgo.
Sembra ieri quando il sindaco di Firenze Dario Nardella strombazzava la sua nomina a sovrintendente della Fondazione Teatro del maggio musicale fiorentino, di cui il primo cittadino è presidente, dopo averlo strappato a un’altra ridotta progressista come la Milano del Quadrilatero, dove era stato chiamato a guidare il teatro La Scala dal sindaco arancione Giuliano Pisapia. Indimenticabile la sua intervista dopo l’interrogatorio di tre ore con la pm von Borries: «Abbiamo kiarito le kose in trankvillità, la tottoressa ha askoltato molto pene e io le sono molto krato ké ha dato tutto il tempo ke era necessario a esplikare le kose, pevké era anche lunga la kosa, pevké avevo molte kvestioni…».
La Procura accusa Pereira di peculato, sperpero di denaro pubblico, per le presunte spese indebite dell’ex sovrintendente, quantificate, come detto, in 126.500 euro.
Il gip aveva respinto la richiesta di sequestro sostenendo che la Procura avrebbe prima dovuto fare una ricognizione completa sul territorio europeo dei beni mobili e immobili di Pereira, visti i prestigiosi incarichi ricoperti in passato tra Italia, Svizzera e Austria, come sovrintendente e direttore artistico, «verosimilmente lautamente remunerati».
Gli inquirenti hanno replicato che se prima di bloccare i conti di ogni straniero si dovesse fare una radiografia delle sue proprietà sull’orbe terracqueo allora non si effettuerebbero più sequestri ai cittadini stranieri.
Un’obiezione accolta dal Riesame.
Nel frattempo Pereira, anche dopo la diffusione delle prime notizie sulle indagini, ha continuato a svuotare mensilmente il proprio conto italiano su cui venivano versati gli emolumenti fiorentini.
Un incorreggibile scialacquatore o un furbetto?
Le carte depositate al Riesame hanno confermato quanto già emerso nei mesi scorsi e cioè che il sovrintendente scelto dal Pd a Firenze, nonostante un compenso onnicomprensivo di 240.000 euro l’anno (percepito tra il 2020 e l’aprile 2023, quando ha rassegnato le dimissioni dopo il suo commissariamento) è riuscito a mettere a pie’ di lista spese «non inerenti la sua funzione e non rimborsabili per contratto, quali le spese per trasloco, per pernottamenti in alberghi, per voli aerei o con elicottero, taxi e treno».
La pm ha, intanto, eseguito il sequestro del Tfr che avrebbe dovuto essere versato a Pereira a giugno, pari a circa 25.000 euro netti (più di 40.000 lordi), mentre sul conto avrebbe trovato solo 2.000 euro, l’avanzo dei suoi stipendi. Un ben magro bottino se si pensa che il 9 maggio in banca Pereira aveva ancora 7.500 euro.
La difesa del manager è sempre stata che spendeva molto meno di quello che aveva portato come sponsorizzazioni al Maggio, cioè più di 9,7 milioni di euro tra il 2020 e il 2022. Una tesi tipicamente renziana, nella città più renziana d’Italia. Pereira ha sempre avuto la nomea di acchiappa sponsor, al punto che dopo il suo arrivo a Milano, l’attuale vicepremier Matteo Salvini aveva criticato duramente la scelta: «Hanno ucciso il Teatro alla Scala, venduto alla logica del business e regalato alle lobby straniere».
Ma veniamo alle spese pazze contestate dalla Procura di Firenze.
Per esempio si parla di pagamenti per trasferimenti con voli privati a Baden Baden e da Zurigo a Gstaad, l’esclusiva stazione sciistica svizzera, a fronte dei quali non sarebbe stato depositato presso la fondazione alcun documento giustificativo se non, nel prospetto riepilogativo, la dicitura «sponsor Margarita Dreyfus», «soggetto che», secondo i giudici, «non risulta essere stato sponsor della Fondazione». «Ancora più eloquente» sarebbe la vicenda dei voli e delle spese di soggiorno a Palma di Maiorca nell’estate 2021 per asseriti incontri con lo sponsor «Kuehne Nigel». L’indagato avrebbe autocertificato: «Io sottoscritto Alexander Pereira dichiaro di avere sostenuto le spese sottostanti per svolgere il mio lavoro come sovrintendente e direttore artistico del teatro», apponendo il timbro della fondazione e la propria firma. Ma per gli inquirenti Pereira a Palma si sarebbe semplicemente recato in ferie dal 28 luglio al 7 agosto 2021, con partenza da Nizza in barca con Nigel. C’è poi la questione del pagamento delle spese di affitto della sua villa a San Casciano Val di Pesa da parte di due fondazioni estere, la Sergio Mantegazza charitable con sede a Vaduz (Liechtenstein) e la zurighese Walter B. Kielholz. Nonostante le stesse non avessero rapporti diretti con la fondazione del Maggio, la prima aveva inserito nel bonifico bancario effettuato il 9 Febbraio 2022 a favore della società locatrice la causale «sponsorship Maggio musicale fiorentino pagamento affitto per conto di Mr. A. Pereira», la seconda, che ha pagato un’altra tranche per complessivi 59.975 dollari, aveva messo come pezza giustificativa «Maggio Musicale Fiorentino/A.Perre». Tutto ciò pur non essendo previsto che i costi di locazione dell’abitazione fossero a carico della fondazione.
Ci sono poi le spese di trasloco dall’Austria in Toscana, inizialmente 20.700 euro. In principio la ditta aveva emesso fattura al Maggio, ma il direttore amministrativo si era rifiutato di pagare in quanto anche questa voce non era prevista nel contratto firmato nell’ottobre del 2019. E allora la ditta aveva presentato una seconda fattura da 24.800 euro, questa volta intestata direttamente a Pereira, il quale aveva vergato di proprio pugno sul documento contabile: «Si autorizza il rimborso».
Anche per questo il Tribunale del riesame ha riconosciuto l’esistenza di concreti elementi di fatto, quantomeno indiziari, del reato di peculato. Anche se Pereira sostiene tutt’altro: quelle spese di rappresentanza, la sua vita da jet set, erano funzionali all’attrazione di ricchi investimenti.




