Domenico è andato in cielo. E sulla Terra volano subito gli avvoltoi del fine vita

«Perché è così? Perché voi dovete soffrire tanto? Non abbiamo le risposte». Neppure Joseph Ratzinger, parlando da Papa a una bimba che lo interrogava sul dolore innocente, poteva cavarsela con il logos. Figuriamoci il cronista, il politico, l’inquirente, il giudice, di fronte alla fine di Domenico, da giorni in condizioni disperate all’ospedale Monaldi di Napoli in seguito al trapianto di un cuore incredibilmente deteriorato per ragioni che starà ai processi chiarire.
Alle 9.20 di ieri mattina è stato l’avvocato della famiglia ad annunciare la conclusione del percorso di accompagnamento del bimbo di poco più di due anni. La madre, Patrizia Mercolino di Nola, che ha altri due figli, ha dato un’ulteriore prova di dignità dopo settimane di stress fisico e mediatico: «Alla giustizia chiedo verità, creerò una fondazione per aiutare altri bambini nel ricordo di mio figlio», trovando la forza di mettere in guardia dalle truffe di chi sta tentando di estorcere soldi cavalcando l’onda del caso. L’Osservatore romano di ieri ha sottolineato la statura di una donna «capace di dare misura quando tutto intorno è eccesso; dare senso, quando tutto intorno è assurdità, testimoniare il Bene, quando il male sembra senza fine». La giornata è stata segnata dalla processione di condivisione del dolore della famiglia campana, unita alla richiesta di una pronta giustizia. Il decesso del bambino ha aggravato la posizione dei sei medici indagati (da lesioni colpose gravissime si passerà ad omicidio colposo), e ieri sono stati sequestrati loro i cellulari. Lunedì si dovrebbe tenere l’autopsia della salma, sottoposta a sequestro. Le Procure di Bolzano e Napoli dovranno stabilire cosa sia accaduto tra l’espianto, il trasporto e il trapianto dell’organo prelevato in Alto Adige il 23 dicembre 2025 e poi trasferito e posto nel corpo di Domenico quando era «bruciato», forse per errori nello spostamento e nella conservazione. C’è pure chi, come Fulvio Martusciello di Forza Italia, ha invocato una commissione d’inchiesta regionale per chiarire eventuali mancanze dei medici del Monaldi.
Tutto comprensibile, anche se inevitabilmente sproporzionato rispetto all’immensità del fatto: «Ma sappiamo che Gesù ha sofferto come voi, innocente, che il Dio vero che si mostra in Gesù sta dalla vostra parte. Questo mi sembra molto importante, anche se rimane la tristezza», scandì Benedetto XVI alla stessa bimba che lo interrogava sul senso del dolore dei piccoli: «Ed essere consapevoli che, un giorno, io capirò che questa sofferenza non era vuota, non era invano, ma che dietro di essa c’è un progetto buono, un progetto di amore. Non è un caso».
Non è un caso neppure il comunicato diffuso venerdì sera, quando Domenico era ancora in vita, dall’Associazione Luca Coscioni per bocca dell’avvocato Filomena Gallo, che ne è segretaria nazionale. «In una vicenda così dolorosa e delicata come quella del bambino trapiantato a Napoli è fondamentale mantenere chiarezza giuridica e rispetto umano. Il percorso di pianificazione condivisa avviato dai medici insieme alla famiglia si colloca pienamente nel quadro normativo italiano: non si tratta di eutanasia, ma di un approccio volto a evitare l’accanimento terapeutico [...]. In quest’ottica, se i medici e la famiglia decidessero di interrompere la circolazione extracorporea Ecmo, cui il bimbo è sottoposto, potrebbero legalmente farlo perché significa evitare accanimento terapeutico viste le condizioni del bambino». Al delicato svolazzo a spirale sul corpo del piccolo si è unito Mario Riccio, che dell’Associazione Luca Coscioni è consigliere: «Su questa vicenda bisogna essere chiari e non ipocriti. Il bambino in questi due mesi è stato sicuramente già sedato, quindi non si tratta di cure palliative ma di una decisione di tipo etico. Il bambino arriverà comunque alla morte, che purtroppo è il suo destino, e questo può avvenire in due modi: il primo è l’interruzione dell’Ecmo, il macchinario che lo tiene in vita. Il secondo è la cosiddetta desistenza: si comincia a ridurre la terapia, la quantità di ossigeno, l’alimentazione, il lavoro delle macchine, e pian piano il fisico del bambino si spegne. L’ipocrisia sta nel far finta che questi due percorsi portino a obiettivi diversi. In realtà l’obiettivo è lo stesso: portare alla morte del bambino. Cambia il tempo, non l’esito finale».
Ora, qual è il senso di un intervento simile su un caso che evidentemente era segnato da una catastrofe sanitaria e che, come spiega pure la Gallo, non può certo configurare una volontà eutanasica, e la cui «legalità» dal trapianto in poi nessuno mette certo in dubbio? Il continuo ricorso alla Consulta, che influenza direttamente l’iter parlamentare della legge sul fine vita, è da tempo costruito proprio su casi concreti con cui, via via, si cercano di forzare «paletti». Il penultimo di questi (sentenza 135/2024) riguarda il concetto di «sostegni vitali», ovvero la quarta condizione che i giudici costituzionali hanno fissato per ritenere non punibile il suicidio assistito oltre a capacità di decisione, presenza di patologia irreversibile, stato di sofferenza ritenuto intollerabile. Attorno alla definizione di «sostegni vitali» si gioca una partita cruciale, sia in eventuali futuri pronunciamenti della Consulta, sia - di riflesso - nel delicatissimo lavoro d’Aula sulla legge sul fine vita, che da quelle sentenze è stato esplicitamente e più volte indirizzato. È dunque molto difficile frenare il sospetto che uscite di questo tipo siano utilizzate per forzare, tramite un caso limite, la battaglia politica contro le cure palliative, erodendo lo spazio incerto e drammatico che intercorre tra l’accompagnamento al suicidio e il rifiuto dell’accanimento terapeutico. Evidentemente anche il corpo di Domenico è ritenuto spendibile in questa battaglia.






