Ecco #DimmiLaVerità del 5 marzo 2026. La nostra Mirella Molinaro ci rivela gli ultimi sviluppi dell'inchiesta sulla morte del piccolo Domenico.
Non si devono spegnere i riflettori sul dramma vissuto dalla famiglia Caliendo. «Ho affidato mio figlio ai dottori, e loro mi hanno tradito», ha affermato la donna. Non c’è sconfessione più grande per chi dovrebbe tutelare la vita, soprattutto dei più fragili.
La morte di un bambino è il mistero più grande cui possiamo assistere nella nostra vita terrena. E non mancano le parole perché non conosciamo quelle adeguate: mancano perché non esistono. Così è per la morte del piccolo Domenico. Doverne scrivere dopo aver parlato ripetutamente con mamma Patrizia, una donna straordinaria per intelligenza, dignità, determinazione e compostezza.
La morte di un bambino innocente di due anni è il segno inequivocabile che nel mondo c’è il male, il mistero del male: mysterium iniquitatis. Ma come da sempre insegna la tradizione cattolica, ci sono due tipi di male: il male fisico, che non dipende dall’uomo (come nel caso di un tumore inguaribile o nel caso di un terremoto che distrugge case e fa morire le persone) e il male morale, cioè quello che, diversamente dal primo, dipende dall’azione dell’uomo e si chiama appunto morale perché dietro a quel male c’è una colpa. Questo è il caso della morte del piccolo Domenico.
Domenico era un angelo venuto dal cielo che a due anni, sulla terra, ha incontrato quelli che la teologia chiama gli angeli decaduti: dei diavoli, delle persone che compiono il male e che hanno colpa di quel male e lo compiono perché non fanno il loro dovere. Ora quell’angelo in cielo prega per la mamma, per il papà e per i due fratelli che soffrono le pene dell’inferno per il male compiuto dagli uomini che dovevano salvare la vita di Domenico.
Ha detto bene la mamma: «Ho affidato la vita di mio figlio ai medici, e loro mi hanno tradito». È vero. Perché oltre a tradire la deontologia professionale hanno tradito la fiducia di una mamma che affidava loro il frutto del suo amore. Una mamma che durante tutte le fasi che hanno portato alla morte di Domenico aveva avuto l’intuizione, che solo una mamma può avere, che il suo angelo, in quei momenti, era nelle mani di coloro che non stavano facendo quello che avrebbero dovuto fare e che si rifiutavano anche di parlare, perché non sapevano cosa dire se non delle menzogne. In quei giorni terribili che hanno preceduto la morte del bambino, mamma Patrizia mi ha fatto venire in mente la Madonna ai piedi della Croce: una donna straziata dal dolore che vede la morte del Figlio che non ha compiuto alcun male, ma che è frutto del male compiuto dagli uomini.
C’è una frase molto celebre di Sant’Agostino che dice così: «La speranza ha due bellissimi figli: lo sdegno e il coraggio. Lo sdegno per le cose così come sono, il coraggio per cambiarle». Mamma Patrizia ha ampiamente dimostrato di avere tutte e due queste caratteristiche: lo sdegno che, però, dimostra con dignità - al contrario dei responsabili della morte di suo figlio, che non hanno neanche sentito il bisogno di scrivere una lettera alla famiglia o di incontrarla anche semplicemente per un gesto di umanità; e il coraggio di voler cambiare le cose, tanto da voler dar vita a una fondazione intitolata a Domenico e che si occupi di tutto ciò che non ha funzionato in questa vicenda: delle malefatte, dell’incompetenza inaccettabile, della disumanità dei comportamenti di fronte dei genitori distrutti.
Questo giornale, nel suo piccolo, vuole collaborare perché si è fatta giustizia e, almeno, come ha detto il figlio di Patrizia, il fratellino di Domenico, «gli sia fatta pagare» a chi ha sbagliato. Occorre che giustizia sia fatta in fretta perché si deve evitare che coloro che hanno fatto il male provino a nascondere ciò che deve essere conosciuto, provino a occultare quello che va visto, provino a concordare tra di loro una versione falsa e menzognera di quello che è successo.
Dopo la morte di Domenico sono accaduti fatti gravi: sta scoppiando una guerra, e di questi fatti ne accadranno di nuovi e di grande rilievo. Questo è un motivo in più per non attenuare l’attenzione, non spegnere i fari su questa vicenda favorendo, così, coloro che vorrebbero oscurarli perché ne va della loro vita e della loro professione: un processo giusto dovrà far luce sulle loro colpe.
La morte colpevole di un bimbo innocente non ha valenza inferiore a nessun altro fatto che possa accadere nel mondo. Non ha dignità minore tale da distogliere la tensione e concentrarla solo su altro. Questa mamma e questa famiglia debbono continuare a essere seguite, a essere aiutate, a essere incoraggiate perché la vicenda, le indagini e il processo non rappresentino un ulteriore via Crucis. Noi della Verità chiediamo giustizia per il piccolo Domenico. E non smetteremo di farlo. Per quanto mi riguarda non smetterò di farlo all’interno delle mie trasmissioni perché l’ho promesso alla mamma e gliel’ho promesso semplicemente perché lo ritengo un dovere.
Mi permetto di scrivere ancora una cosa, perché mamma Patrizia è una donna di fede. Il piccolo Domenico è dall’eternità che è scritto nel Libro della vita: la sua giornata è stata breve, troppo breve, inspiegabilmente breve, ma ora in quel Libro della vita vivrà eternamente, custodito dal Dio della vita che ascolterà le preghiere per il suo babbo, per la sua mamma, per i suoi fratellini. Questo non toglie nulla alla sofferenza e alla tragedia di questa famiglia, ma ci fa pensare al piccolo Domenico circondato da angeli buoni in una dimensione di eterna beatitudine. Lo pensiamo che gioca con gli altri bambini morti immaturamente e anche loro presenti nel Grande Libro della memoria di Dio.
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l'ingresso dell'ospedale di Bolzano. Nel riquadro, il contenitore usato per il trasporto del cuore (Ansa)
Accertamenti dei Nas nel nosocomio dove è stato prelevato il cuore per il bimbo deceduto al Monaldi. Diffusa la foto del contenitore inadeguato in cui era stato trasportato l'organo.
Sono arrivati in punta di piedi, lontano dalle telecamere, all’ospedale di Bolzano gli ispettori inviati dal ministero della Salute per acquisire i documenti relativi alla vicenda del cuore danneggiato trapiantato a Domenico, il bambino di Napoli morto all’ospedale Monaldi di Napoli. E proprio nel nosocomio partenopeo, la scorsa settimana, gli ispettori avevano già svolto le stesse procedure iniziate ieri a Bolzano.
Per quanto riguarda, invece, l’inchiesta della Procura di Napoli, il Nas di Trento ieri si era recato all’ospedale bolzanino per una serie di accertamenti. I militari si sono fatti consegnare l’elenco di tutto il personale, di tutti i livelli professionali, coinvolto nell’intera procedura di espianto e trasporto del cuore poi risultato danneggiato. Sempre sul fronte giudiziario c’è attesa per la decisione del gip di Napoli sulla richiesta di incidente probatorio nell’inchiesta sulla morte al Monaldi di Domenico. Un passaggio fondamentale nel merito dell’indagine perché l’autopsia consentirà di far luce sulle cause della morte del bambino ma anche per liberare la salma e consentire la celebrazione dei funerali. Oggi la Procura di Napoli conferirà, inoltre, l’incarico ai tecnici per analizzare i cellulari sequestrati ai sette indagati.
Intanto una foto ha confermato quanto già emerso una quindicina di giorni fa, quando ancora si sperava che il bambino potesse essere sottoposto a un altro trapianto: è stato utilizzato un frigo di plastica rigida, simile a quelli che si usano per tenere fresche le bibite quando si va al mare, portato da Napoli fino a Bolzano e poi riportato nel capoluogo partenopeo con un cuore che, però, è giunto danneggiato dal troppo freddo, causato dal ghiaccio secco invece che naturale usato all’interno del contenitore. L’immagine che i lettori possono vedere qui sopra è quella del contenitore adoperato dalla equipe del Monaldi che si è recata a Bolzano per espiantare il cuore, - reso inservibile dalle temperature troppo basse - poi trapiantato a Napoli al piccolo Domenico. Il box che appare nella foto ha il manico arancione e il colore blu. Sull’esterno c’è una scritta a pennarello «S. Op. C. Chped» che sta per «sala operatoria cardiochirurgia pediatrica».
Il nodo cruciale di tutta la vicenda, secondo una prima analisi, non risiederebbe esclusivamente nella tipologia del box usato: ciò che appare determinante per il deterioramento dell’organo, è la tipologia di refrigerante utilizzato: il ghiaccio secco (che arriva fino a meno 80 gradi mentre, invece, l’organo deve essere tenuto in ipotermia tra 0 e 4 gradi) al posto del ghiaccio tradizionale, in grado di tenere il cuore, per un certo numero di ore, se opportunamente dosato, in uno stato di ipotermia fino al momento del trapianto. Intanto ieri, Giuseppe Limongelli, primario dell’Unità di malattie cardiovascolari rare dell’ospedale Monaldi, attraverso una nota del suo legale, l’avvocato Gennaro Razzino, ha fatto sapere di non avere «avuto alcun ruolo né tantomeno ricevuto informativa dai responsabili del team chirurgico e follow up trapianto pediatrico in relazione alla fase immediatamente precedente al trapianto, alla fase chirurgica e post chirurgica», che ha riguardato il piccolo Domenico. Nel comunicato, il legale ribadisce l’estraneità di Limongelli al percorso chirurgico al centro dell’inchiesta per spiegare che questo ha «imposto» a Limongelli «di rassegnare le dimissioni dalle funzioni di responsabile della gestione cardiologica pre chirurgica».
Con la nota il legale punta a spiegare i motivi delle dimissioni «alla luce del clamore mediatico che stanno suscitando» e a «smentire le notizie finora riportate da organi di informazione a diffusione nazionale e locale». Limongelli, quindi, resta primario dell’Unità di malattie cardiovascolari rare del Monaldi.
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Ansa
Mentre mamma Patrizia chiede «verità e giustizia», l’associazione Coscioni sfrutta la catastrofe sanitaria della morte del piccolo nelle battaglia contro le cure palliative.
«Perché è così? Perché voi dovete soffrire tanto? Non abbiamo le risposte». Neppure Joseph Ratzinger, parlando da Papa a una bimba che lo interrogava sul dolore innocente, poteva cavarsela con il logos. Figuriamoci il cronista, il politico, l’inquirente, il giudice, di fronte alla fine di Domenico, da giorni in condizioni disperate all’ospedale Monaldi di Napoli in seguito al trapianto di un cuore incredibilmente deteriorato per ragioni che starà ai processi chiarire.
Alle 9.20 di ieri mattina è stato l’avvocato della famiglia ad annunciare la conclusione del percorso di accompagnamento del bimbo di poco più di due anni. La madre, Patrizia Mercolino di Nola, che ha altri due figli, ha dato un’ulteriore prova di dignità dopo settimane di stress fisico e mediatico: «Alla giustizia chiedo verità, creerò una fondazione per aiutare altri bambini nel ricordo di mio figlio», trovando la forza di mettere in guardia dalle truffe di chi sta tentando di estorcere soldi cavalcando l’onda del caso. L’Osservatore romano di ieri ha sottolineato la statura di una donna «capace di dare misura quando tutto intorno è eccesso; dare senso, quando tutto intorno è assurdità, testimoniare il Bene, quando il male sembra senza fine». La giornata è stata segnata dalla processione di condivisione del dolore della famiglia campana, unita alla richiesta di una pronta giustizia. Il decesso del bambino ha aggravato la posizione dei sei medici indagati (da lesioni colpose gravissime si passerà ad omicidio colposo), e ieri sono stati sequestrati loro i cellulari. Lunedì si dovrebbe tenere l’autopsia della salma, sottoposta a sequestro. Le Procure di Bolzano e Napoli dovranno stabilire cosa sia accaduto tra l’espianto, il trasporto e il trapianto dell’organo prelevato in Alto Adige il 23 dicembre 2025 e poi trasferito e posto nel corpo di Domenico quando era «bruciato», forse per errori nello spostamento e nella conservazione. C’è pure chi, come Fulvio Martusciello di Forza Italia, ha invocato una commissione d’inchiesta regionale per chiarire eventuali mancanze dei medici del Monaldi.
Tutto comprensibile, anche se inevitabilmente sproporzionato rispetto all’immensità del fatto: «Ma sappiamo che Gesù ha sofferto come voi, innocente, che il Dio vero che si mostra in Gesù sta dalla vostra parte. Questo mi sembra molto importante, anche se rimane la tristezza», scandì Benedetto XVI alla stessa bimba che lo interrogava sul senso del dolore dei piccoli: «Ed essere consapevoli che, un giorno, io capirò che questa sofferenza non era vuota, non era invano, ma che dietro di essa c’è un progetto buono, un progetto di amore. Non è un caso».
Non è un caso neppure il comunicato diffuso venerdì sera, quando Domenico era ancora in vita, dall’Associazione Luca Coscioni per bocca dell’avvocato Filomena Gallo, che ne è segretaria nazionale. «In una vicenda così dolorosa e delicata come quella del bambino trapiantato a Napoli è fondamentale mantenere chiarezza giuridica e rispetto umano. Il percorso di pianificazione condivisa avviato dai medici insieme alla famiglia si colloca pienamente nel quadro normativo italiano: non si tratta di eutanasia, ma di un approccio volto a evitare l’accanimento terapeutico [...]. In quest’ottica, se i medici e la famiglia decidessero di interrompere la circolazione extracorporea Ecmo, cui il bimbo è sottoposto, potrebbero legalmente farlo perché significa evitare accanimento terapeutico viste le condizioni del bambino». Al delicato svolazzo a spirale sul corpo del piccolo si è unito Mario Riccio, che dell’Associazione Luca Coscioni è consigliere: «Su questa vicenda bisogna essere chiari e non ipocriti. Il bambino in questi due mesi è stato sicuramente già sedato, quindi non si tratta di cure palliative ma di una decisione di tipo etico. Il bambino arriverà comunque alla morte, che purtroppo è il suo destino, e questo può avvenire in due modi: il primo è l’interruzione dell’Ecmo, il macchinario che lo tiene in vita. Il secondo è la cosiddetta desistenza: si comincia a ridurre la terapia, la quantità di ossigeno, l’alimentazione, il lavoro delle macchine, e pian piano il fisico del bambino si spegne. L’ipocrisia sta nel far finta che questi due percorsi portino a obiettivi diversi. In realtà l’obiettivo è lo stesso: portare alla morte del bambino. Cambia il tempo, non l’esito finale».
Ora, qual è il senso di un intervento simile su un caso che evidentemente era segnato da una catastrofe sanitaria e che, come spiega pure la Gallo, non può certo configurare una volontà eutanasica, e la cui «legalità» dal trapianto in poi nessuno mette certo in dubbio? Il continuo ricorso alla Consulta, che influenza direttamente l’iter parlamentare della legge sul fine vita, è da tempo costruito proprio su casi concreti con cui, via via, si cercano di forzare «paletti». Il penultimo di questi (sentenza 135/2024) riguarda il concetto di «sostegni vitali», ovvero la quarta condizione che i giudici costituzionali hanno fissato per ritenere non punibile il suicidio assistito oltre a capacità di decisione, presenza di patologia irreversibile, stato di sofferenza ritenuto intollerabile. Attorno alla definizione di «sostegni vitali» si gioca una partita cruciale, sia in eventuali futuri pronunciamenti della Consulta, sia - di riflesso - nel delicatissimo lavoro d’Aula sulla legge sul fine vita, che da quelle sentenze è stato esplicitamente e più volte indirizzato. È dunque molto difficile frenare il sospetto che uscite di questo tipo siano utilizzate per forzare, tramite un caso limite, la battaglia politica contro le cure palliative, erodendo lo spazio incerto e drammatico che intercorre tra l’accompagnamento al suicidio e il rifiuto dell’accanimento terapeutico. Evidentemente anche il corpo di Domenico è ritenuto spendibile in questa battaglia.
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