
Come i lettori sanno, La Verità sta dalla parte delle forze dell’ordine quando queste, per aver fatto il proprio dovere, sono messe sotto accusa. Abbiamo difeso i carabinieri del caso Ramy, perché un militare che ha inseguito chi fuggiva all’alt non può finire sul banco degli imputati per «eccesso colposo nell’adempimento del proprio dovere». Né un vicebrigadiere può essere condannato per «eccesso colposo di uso legittimo dell’arma» per aver fatto fuoco contro un ladro che aveva ferito un collega. Come gli agenti in servizio antisommossa a Pisa, che respinsero i manifestanti pro-Pal che volevano forzare il cordone di polizia, è assurdo che si debbano difendere dall’accusa di «eccesso colposo di legittima difesa». In un’operazione in piazza o in un servizio in strada nessuno sa quale uso della forza proporzionato debba essere usato. Chi indaga - e a volte condanna - poliziotti e agenti per aver fatto il proprio dovere dovrebbe provare sulla propria pelle che cosa significhi confrontarsi con delinquenti o con manifestanti violenti e avere pochi istanti per reagire. Dunque, giù il cappello di fronte agli uomini in divisa, per i quali abbiamo raccolto e raccoglieremo fondi per sostenerli nei processi che dovessero subire per aver fatto rispettare la legge e aver difeso gli italiani.
Tuttavia, proprio perché siamo convinti che il nostro giornale abbia qualche titolo per parlare del rispetto che si deve agli uomini delle forze dell’ordine, crediamo sia necessario anche discutere di chi, pur rappresentando lo Stato, lo infanga. Ovviamente tutti, e a maggior ragione un poliziotto, sono innocenti fino a prova contraria ovvero fino a che non sia intervenuta una sentenza definitiva di condanna. Però le notizie che emergono dall’inchiesta sul conflitto a fuoco in un boschetto alla periferia di Milano, dove un agente ha sparato, uccidendolo, a uno spacciatore, ci inquietano e sollecitano una nostra presa di posizione. La storia risale a settimane fa: una pattuglia antidroga in servizio nella zona di Rogoredo si sarebbe trovata davanti un extracomunitario armato e uno dei poliziotti avrebbe reagito uccidendo lo straniero con un colpo di pistola. L’uomo era noto alle forze dell’ordine e oltre a essere clandestino era già più volte finito nei guai. Le indagini hanno appurato che il revolver da lui impugnato era una scacciacani, ma questo ovviamente l’ispettore che ha sparato non lo poteva sapere. O così per lo meno sembrava all’inizio. Però poi l’inchiesta della Procura ha fatto emergere altro.
Secondo i pm, lo spacciatore era disarmato e il poliziotto che lo ha ucciso avrebbe, dopo averlo colpito, alterato la scena del crimine, depistando le indagini. In pratica, facendosi aiutare dai colleghi presenti sul luogo della sparatoria, avrebbe recuperato un’arma giocattolo e l’avrebbe messa in mano all’extracomunitario, il quale a questo punto sarebbe stato ucciso mentre era disarmato. Tra il colpo di pistola sparato dall’agente e la chiamata al 118 sarebbero intercorsi 23 minuti, ovvero il tempo per raggiungere il commissariato, trovare un’arma, anche se finta, e collocarla accanto al cadavere.
Ma non ci sarebbe solo la messa in scena. L’ispettore accusato di aver sparato e aver depistato le indagini, dagli spacciatori avrebbe preteso il pizzo - ogni giorno centinaia di euro - e pure dosi di cocaina. Insomma, una storiaccia, che rischia di infangare l’immagine degli uomini delle forze dell’ordine e di alimentare l’odio che in certe parti politiche si nutre nei confronti della polizia e dei carabinieri.
Ribadiamo: ognuno è innocente fino a prova contraria e dunque anche l’agente accusato di omicidio e depistaggio deve essere ritenuto tale fino alla conclusione dei processi. Però già ora ci permettiamo di dire che se ciò che sta emergendo dall’inchiesta della Procura di Milano fosse confermato, pur difendendo da sempre le forze dell’ordine, per un poliziotto che ha macchiato l’immagine di chi indossa la divisa con gravi delitti crediamo sia giusta una pena senza sconti. Non ci piace parlare di sentenze esemplari, perché una condanna non deve essere un monito nei confronti di altri. E però, così come è giusto difendere chi fa un lavoro difficile per un magro stipendio, è altrettanto necessario condannare chi di quel lavoro ha fatto uno strumento di menzogna ed estorsione. Non siamo giudici, ma ci auguriamo che chi imbroglia la fiducia che è riposta nella polizia venga punito senza alcuna attenuante.






