Tutti sapevano del progetto politico di Valter Lavitola. Lo sapeva il direttore di Repubblica, Stefano Cappellini. Lo sapeva l’editorialista del Corriere della Sera, Paolo Mieli. Lo sapeva pure il caposervizio di Open, il giornale online di Enrico Mentana, Alessandro D’Amato. Sapevano ma l’hanno raccontato fuori tempo massimo, cioè quando l’amico fraterno di Sigfrido Ranucci è stato arrestato. Certo, è curioso che questi colleghi non abbiano sentito il bisogno di svelare i loro rapporti con il gestore del Cefalù Bistrot prima che arrivassero i carabinieri ad arrestarlo.
Avevano in casa la notizia dei sondaggi, della possibile discesa in campo del conduttore di Report e – nel caso di Cappellini – pure un curioso messaggio con chiaro riferimento all’attentato di Pomezia, ma non hanno reputato interessante riferirla ai lettori. Il direttore di Repubblica ha impiegato una settimana per descrivere il suo rapporto con il pluripregiudicato. Mieli un giorno in più. D’Amato due.
Dalle arselle alla politica: il racconto di Mieli
Altro aspetto curioso della faccenda è che con tutti questi giornalisti Lavitola poteva quasi fare un suo giornale. Aveva il direttore, l’editorialista, l’inchiestista, il caposervizio, lo scrittore, e pure il grande inviato ora in pensione che presentò il faccendiere a Ranucci. E tutti a ruotare intorno al Cefalù, fra una fritturina e un piatto di spaghetti alle vongole sgusciate. Mieli ha confessato come sia tutta colpa delle arselle: sarebbero state queste, più che le riflessioni politiche di Valterino, a convincerlo a frequentare il Bistrot e pure a dare ascolto alle strampalate idee del faccendiere.
La curiosa compagnia di giro del Cefalù
Ma c’è anche un’altra singolare coincidenza: quasi tutti i giornalisti che frequentavano il ristorante del faccendiere sono di sinistra. Da Ranucci a Cappellini, da Mieli ad Abbate (lo scrittore), chi più, chi meno sono tutti progressisti, una compagnia di giro che si ritrova spesso nei salotti televisivi o sui giornali a discutere del futuro del Paese, della libertà di stampa, del pericoloso rischio di deriva autoritaria ora che al governo ci sono i camerati di Fratelli d’Italia.
Tutti progressisti, tutti frequentatori del Bistrot
Tuttavia, nonostante l’evidente matrice politica dei succitati colleghi, quel cervello fino di Stefano Feltri (talmente fino che si fatica a trovarlo) e qualche altro commentatore insistono a ipotizzare che dietro Lavitola ci sia l’odiata destra, che avrebbe usato il gestore del Cefalù per far fuori (giornalisticamente s’intende) Ranucci.
Il disegno politico di Lavitola e il campo largo
In pratica, Valterino, colui che per il conduttore di Report era un amico fraterno, si sarebbe immolato – pronto a beccarsi anni di carcere – pur di ricoprire di ridicolo il giornalista più odiato dalla destra. Un disegno cervellotico, perfino più cervellotico di quello confessato dallo stesso Lavitola, che serviva a portare Ranucci alla guida del campo largo, senza però rischiare di finire in galera. Ma, evidentemente, a certi cervelli fini i disegni cervellotici piacciono.
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